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REVIEWSLE RECENSIONI
Such Pretty Forks In The Road
Alanis Morissette
2020  (Sony)
ROCK POP
7,5/10
all REVIEWS
17/08/2020
Alanis Morissette
Such Pretty Forks In The Road
Il ritono sulle scene di Alanis Morissette, dopo otto lunghi anni, con un disco ispirato e ricco di ariose melodie

Sono passati ben otto anni dall’ultimo disco in studio, Havoc And Bright Light uscito nel 2012. Otto anni, uno iato lunghissimo, in cui Alanis Morissette ha dovuto misurarsi con la vita vera, fatta di gioie e di dolori: due gravidanze, l’ultima delle quali, portata a termine un anno fa, inaspettata, le beghe processuali con l’ex manager, accusato di averle rubato sette milioni di dollari e, quindi, condannato a sei anni di reclusione, le difficoltà di far convivere il ruolo di musicista con quello, sempre più impegnativo, di mamma, la dipendenza dal cibo e quella, ossessionante, per il lavoro.

Un’assenza che aveva creato molti dubbi sul futuro della rocker canadese e sulla qualità di questo Such Pretty Forks In The Road, soprattutto alla luce del non brillantissimo predecessore, che palesava limiti di scrittura e un’ispirazione in fase calante. Invece, Alanis è tornata sulle scene alla grande, con undici canzoni che per intensità riconducono ai suoi anni migliori, quelli concentrati negli anni ’90, decennio in cui la Morissette vendeva milioni di dischi e insegnava come si canta a molte rocker della sua generazione.

Qualcosa è cambiato ed è inevitabile. A 46 anni, l’ex ragazza arrabbiata di Jagged Little Pill è ora una bella donna di mezz’età, più riflessiva e matura, costretta a convivere con le ansie, le frustrazioni e le responsabilità di tutti coloro che hanno affrontato il giro di boa dei quarant’anni. Certi graffi rock che irruvidivano l’esuberante inclinazione melodica della Morissette sono ora sfumati a favore di un approccio più pop e mainstream, ma non piatto e prevedibile come spesso era successo nel precedente lavoro.

E’ ancora lei, certo: quella voce inconfondibile, quella voce che riconosceresti fra mille, fa di nuovo la differenza del marchio di fabbrica di qualità, e quel suono, che abbiamo imparato a conoscere negli anni ’90, riaffiora talvolta, ma in una veste più moderna, cucitale addosso dal produttore Alex Hope, che ha fatto un lavoro eccelso soprattutto sulla sezione ritmica.

Such Pretty Forks In The Road è un disco che alterna momenti solari ed energici slanci vitali a cupe riflessioni esistenziali; ciò nonostante, che si tratti di ballate o brani decisamente più pimpanti, il mood è sempre quello di una accattivante orecchiabilità, elemento irrinunciabile in tutte le undici canzoni in scaletta. La progressione melodica di Smiling, canzone che apre il disco come simbolo del nuovo corso, è di quelle che stendono, ed è proprio questa capacità di confezionare melodie ariose la caratteristica fondamentale di un album che conquista, ascolto dopo ascolto, inesorabilmente.

A volte, basta un arpeggio di chitarra, una sola idea reiterata con maestria, a fare da gancio irresistibile (Ablaze, riflessione sull’essere madre), in altri casi il beat di un pianoforte a trainare la forza innodica di canzoni pronte da cantare a squarciagola sotto il palco (l’irresistibile appeal radiofonico di Reasons I Drink). Ci sono le ballate, poi, che sono anche il piatto forte della scaletta: la splendida Diagnosis, interpretata con vibrante passione, in cui due improvvisi accordi in minore creano grumi di depressa malinconia, o i chiaroscuri della sconsolata e conclusiva Pedestal, voce, piano e archi per raccontare la fine di un amore.

E c’è, poi, la Morissette che gioca con le ritmiche, come nel crescendo teso e melodrammatico di Nemesis, che sfocia nel finale tambureggiante di una batteria dagli accenti quasi dance, o nei drammatici sali scendi emotivi di Losing The Plot, ascoltando la quale è un attimo pensare a Kate Bush.

Non c’è niente di nuovo in Such Pretty Forks In The Road eppure tutto appare rinnovato, più consapevole, come se per la prima volta, da tempo, la Morissette fosse concentrata esclusivamente sulla musica e non solo sul suo essere artista, ed evitasse così di rincorrere il suo glorioso passato per trovare una nuova se stessa, che non rinnega ciò che è stato, ma cerca di adattarlo a un diverso sentire. Più fragilità, che rabbia, più malinconica dolcezza che impeto. Più donna che rocker.


TAGS: alanismorissette | loudd | pop | recensione | review | rock