Riconoscere una canzone di Kristin Hersh dalle prime due note è un'esperienza che accompagna gli ascoltatori più fedeli da oltre quarant'anni, e Sugar on Blackstone, il suo dodicesimo album da solista, uscito ancora una volta per Fire Records, non fa eccezione: basta l'attacco della title track d'apertura per capire subito con chi si ha a che fare, tanto la sua cifra stilistica si è ormai cristallizzata in una formula pressoché identica sia che porti la sua firma solista sia che venga pubblicata sotto l'insegna dei Throwing Muses, la band che guida fin dall'adolescenza e con cui condivide, ormai da tempo, lo stesso immaginario sonoro e la stessa voce roca e inconfondibile.
Il disco precedente, Clear Pond Road del 2023, resta uno dei suoi lavori più riusciti dell'ultimo periodo, accolto con calore anche dalla critica internazionale; questo nuovo capitolo, pur assestandosi su un livello più che dignitoso, appare leggermente meno ispirato, a conferma di quell'alternanza qualitativa che caratterizza più o meno da sempre la sua produzione, che è sempre stata composta da uscite fittissime.
Registrato all'inizio del 2026 agli Stable Sound Studios e autoprodotto dalla stessa Hersh, l'album vede al suo fianco due collaboratori di lunga data, il batterista Rob Ahlers dei 50FootWave e il violoncellista Pete Harvey dei Throwing Muses, in una formazione volutamente ridotta all'osso che si esprime così attraverso un suono ancora più scarnificato del solito.
Il filo conduttore del disco è il ritorno, fisico e mentale, di Hersh nei luoghi dell'infanzia trascorsa a Providence, Rhode Island, dove la sua famiglia si trasferì quando lei aveva sei anni dopo essere nata ad Atlanta: il titolo stesso richiama Blackstone Boulevard e Hope Street, due arterie della città che qui diventano simboli ricorrenti tanto di resistenza quanto di perdita, mentre l'atmosfera generale risente anche di un anno segnato dagli incendi in California e dai suoi vari movimenti irrequieti attraverso gli Stati Uniti.
In un'intervista legata all'uscita, l'autrice ha raccontato di essere tornata ad abitare proprio su Hope Street per la terza volta nella vita, richiamando un vecchio detto locale secondo cui i ricchi vivono su Power Street mentre tutti gli altri si arrangiano, appunto, con la speranza.
In questo stesso racconto compaiono, tra l'altro, quasi tutti i titoli del disco, dal continuo lavoro on the road richiamato in "101 Run" alle nuotate tra le razze durante gli incendi californiani di "Silver Beach", fino alle Stingray che sfrecciano ancora oggi davanti al parco sotto casa sua a Providence, citate appunto in "'72 Stingray".
Il lutto più pesante che attraversa i brani riguarda invece un amico strettissimo, quasi un fratello, morto ucciso a colpi d'arma da fuoco l'estate scorsa appena trentottenne: un episodio che riaffiora esplicitamente in "Ticking" e che sembra proiettare la sua ombra anche su "Moths" e su "Dom in Orange", mentre in "Dark Eyed Junco" la memoria si sposta più indietro, ai pomeriggi passati a giocare a basket col fratello fino a notte fonda pur di rimandare il rientro in una casa resa ostile dall'arrivo del patrigno.
I pezzi, si diceva, restano sempre fedeli a loro stessi, e se da un lato avere un marchio così riconoscibile è indubbiamente un pregio raro, perché la personalità che li attraversa è solo ed esclusivamente la sua, dall'altro una certa ripetitività diventa quasi inevitabile ed è un limite che qui affiora più di una volta, specie nella parte centrale della scaletta.
Le canzoni si dividono, più o meno come sempre, tra episodi più abrasivi e cupi, come la già citata "Dark Eyed Junco", la tesissima "Ticking", l'inquieta "Dom in Orange" e la ruvida "'72 Stingray", e brani più suadenti e melodici come "Moths", "Silver Beach", "Pink Nightgowns", oltre alla conclusiva "Samson", dove la scrittura si distende senza perdere in intensità emotiva.
Colpisce ancora una volta, come ormai da tradizione quasi proverbiale nel suo repertorio, l'uso del violoncello di Harvey, che abbellisce con particolare grazia brani come "Sundial", uscito già a marzo come primo assaggio e definito dalla stessa etichetta un dirge sospeso e inquietante, e la delicata "Snow White Lies", dove le trame d'archi addolciscono senza mai ammorbidire davvero la scrittura spigolosa e nervosa che resta, comunque la si giri, il vero marchio di fabbrica di Kristin Hersh.
Speriamo di rivederla presto in Italia, visto che la data che avrebbe dovuto tenere coi Throwing Muses un paio di anni fa era stata annullata all'ultimo momento.
