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MAKING MOVIESAL CINEMA
10/04/2020
Carlo Mirabella-Davis
Swallow
Picacismo: anche denominato allotriofagia o, più semplicemente, pica, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall'ingestione continuata nel tempo di sostanze non nutritive.

Hunter, non in ordine, ingoia una biglia di vetro, una puntina, una batteria, una spilla da balia, un piccolo soprammobile, della terra...
Lo fa, e ne è orgogliosa.
È quella cosa nuova, inaspettata, che il libro per uscire dalla depressione consiglia di trovare e fare.
Lei, depressa, lo è.
Pur vivendo nella ricchezza, con un marito che la ama, in una casa tutta sua da arredare come più vuole.
Anzi, lei depressa lo è perché vive nella ricchezza senza bisogno di lavorare e di potersi esprimere, con un marito che la ama perché più oggetto che soggetto, escludendola dalle conversazioni, dalle decisioni, giocando sottilmente con la sua psicologia, confinandola in una casa vuota, fredda, per tutto il giorno.
Chi è, allora, Hunter?
Perché a costo di rischiare la sua vita e quella del bambino che sta per avere, ingoia cose?
Lo fa per la sensazione euforica di riuscire a fare qualcosa di inaspettato.
Per la sensazione tattile che quegli oggetti hanno.
Per ribellione.
Anche quando quel marito e la sua famiglia invadente e mal fidente, vogliono aiutarla.
A modo loro, escludendola dalle conversazioni, dalle decisioni.

Swallow è un film teso e forte, giocato tutto su un livello psicologico.
Sulla fragilità di una persona sola come Hunter, sulle piccole frasi, i commenti, le situazioni in cui si trova. Su un passato misterioso con cui deve fare i conti.
Sono i dettagli, quindi, a fare la differenza.
Sono le poche parole.
I piccoli gesti.
I brevi sguardi.
Sono i colori, poi, che fanno di quella casa hitchcockiana una protagonista a sé, con le nuance del verde, del rosa, del giallo e dell'azzurro a ripetersi e tornare, a farsi messaggio di calma o di allarme.
Una costruzione particolarissima soprattutto se dietro c'è un esordiente -Carlo Mirabella-Davis-, con la fotografia e le luci geometriche in cui si staglia Hunter, protagonista assoluta, dal guardaroba invidiabile (e va da sé metaforico e hitchockiano pure lui), dalla capigliatura che la rende ancor più un'icona.

La interpreta una Haley Bennett che diventa così molto più della compagna di Joe Wright, che il film lo produce, diventa uno di quei visi che grazie al film giusto, finalmente buca lo schermo e non te lo scordi più (pur ricordando tantissimo Jennifer Lawrence), oscurando comprimari di calibro come Elizabeth Marvel e Denis O'Hare.
A voler essere onesti, usciti da quella casa, qualcosa si spezza.
Che sia la tensione, che sia l'equilibrio della storia, poco importa.
Cambia lo scenario, e lo si sente ovunque.
Sono attimi in cui si torna involontariamente a respirare, nonostante il confronto che arriva.
Ma dalla visione di Swallow se ne esce comunque con gli occhi arricchiti, un peso sullo stomaco, e la sensazione di gola chiusa.
Quel picacismo sarà ora impossibile da dimenticare.


TAGS: CarloMirabellaDavis | cinema | Lisa Costa | loudd | recensione | Swallow