Da tredici anni a questa parte, cioè da quando ha deciso di firmare dischi a proprio nome, Johnny Marr non si è più fermato. Ci aveva messo un po' a trovare la sua dimensione: per lungo tempo l'ex Smiths era sembrato preferire il ruolo di ospite fisso nelle formazioni altrui (Pretenders, The The, Modest Mouse), quasi che farsi arruolare dagli amici fosse la cura migliore per scrollarsi di dosso lo stress e il clima tossico che avevano segnato gli ultimi giorni della sua band. Con The Messenger il chitarrista mancuniano ha invece ricominciato a metterci la faccia, e più di quanto avesse mai fatto quando divideva credits e palco con Morrissey. Oggi il suo cammino solitario, sorretto da un gruppo di amici solido e affiatato, arriva al quinto capitolo in studio (in più vanno contati due live e una colonna sonora) senza aver mai abbassato l'asticella della qualità.
The Age of Everything è stato scritto a Londra, collaudato dal vivo durante il tour sulla costa orientale americana della fine del 2025, quando più di metà della scaletta era composta da brani inediti, e registrato infine a Manchester. Marr lo ha definito il lavoro più catartico della sua carriera. Anche il titolo, spiega, gli è arrivato presto e non se n'è più andato: una frase buttata lì da qualcuno, che gli è sembrata il modo giusto per descrivere l'epoca che viviamo, con la sua sensazione di sovraccarico digitale. Lo ha poi precisato lui stesso: non va letta per forza in senso negativo, perché dentro l'overload sta anche un'idea di possibilità.
Sul piano musicale, però, nessuno scossone: il disco è in linea con quanto Marr ha sempre fatto da solista, e questo, nel suo caso, è un complimento. La scrittura convince, i brani sono solidi, potenti e ben arrangiati, e non puntano a tutti i costi sulla chitarra, anche se quando serve il nostro ricorda a tutti con quale facilità sappia far parlare lo strumento.
La forza sta nell'insieme di un gruppo coeso (James Doviak tra chitarre e tastiere, Iwan Gronow al basso, Jack Mitchell alla batteria, con Meredith Sheldon e Nile Marr, il suo primogenito che da tempo collabora con lui, ai cori) e in melodie sempre coinvolgenti, soprattutto quando si arriva ai ritornelli.
L'impasto è quello di un rock alternativo che oscilla tra la scia madchester e il pop chitarristico più brillante, con una spruzzata di psichedelia e un piglio nel complesso moderno. Qualche potenziale hit c'è, ma il livello medio resta alto dall'inizio alla fine.
Si parte con “Spin”, un mid tempo ipnotico e compatto, sostenuto da un basso pulsante e da un ritornello molto catchy, perfettamente nel solco delle cose di Marr. Il testo parla di una mente invasa da troppi stimoli, e da questo punto di vista può dunque essere letto come manifesto del disco.
“Beyond the Rain” gioca invece sul contrasto: la strofa è compassata e volutamente vuota, poi il ritornello si riempie e si apre in un impatto anthemico fatto di canto e controcanto. È il brano dedicato a Mani, l'amico scomparso, di cui Marr ha raccontato un aneddoto toccante: in studio, in quei giorni, si chiese se fosse il caso di fermare tutto in segno di rispetto, ma si immaginò la risposta dello stesso Mani, che gli avrebbe detto di non smettere di suonare. Dice che l'hanno registrata in una sola take, e che per tutti fu un'esperienza toccante.
“It's Time”, già portata in tour e ascoltata anche nell’ultimo passaggio italiano, cambia passo con un up tempo incalzante e una parte di chitarra efficacissima, di quelle che si riconoscono subito come sue, in pieno stile jangle. Le parole sono rivolte contro capitalismo sfrenato e pregiudizio. “How Come”, scaturita (così racconta lui) quasi per intero mentre suonava la chitarra, riporta più di un rimando agli Smiths, specie nell'attacco: strofa dominata dall'acustica, bella linea vocale, ritornello immediato come gli altri, e anche in questo caso funziona benissimo.
“Ophelia”, l'altro pezzo suonato in Italia, è un mid tempo dal ritmo saltellante e dal sapore madchester, a tratti ruffiano, che nel ritornello si dilata grazie al fraseggio chitarristico. Mi era piaciuta la prima volta che l'ho ascoltata, la versione in studio conferma il giudizio: si tratta a mio parere di uno dei brani più solidi dell'intero lavoro.
Più immediata e orecchiabile è “That Feeling”, che nell'impianto strumentale ricorda un po' l'esordio, mentre “In and Out of Love” rallenta e sceglie una melodia dal respiro un po' magniloquente, con il racconto di una relazione in difficoltà.
“Fire With Fire” invece riporta il ritmo in alto: riff riconoscibile al primo ascolto e, ancora una volta, ritornello ben riuscito. Chiude “All in a Life”, dall'andamento sognante e vagamente psichedelico, con le voci di Marr e della Sheldon che salutano come un richiamo nella notte. Viene immediatamente voglia di ricominciare daccapo, e di solito è un buon segno.
Più di quarant'anni di carriera alle spalle e nessuna intenzione di sentirsi arrivato: «non mi sento un prodotto finito e spero di non sentirmi mai tale», ha dichiarato di recente. Se la strada è questa, ce n'è ancora molta da fare.
