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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
24/05/2026
Live Report
The Aristocrats, 23/05/2026, CrossRoads, Roma
Al Crossroads gli Aristocrats, tra tecnica e dissacrazione, portano il loro rock fusion strumentale. Sul palco, la band porta una performance quasi teatrale che gioca sull'assurdo, alleggerendo con un tono comico le esibizioni. Il progressive sabotato dall’umorismo postmoderno. Una risata ci salverà. In coda, le bellissime fotografie di Gianluca d'Alessandria.

Il caldo afoso della sera ci insegue fin sulla Cassia, e stempera le correnti fredde che filtrano nella vegetazione circostante, Il parcheggio è al completo: il custode ci dirotta su vecchi campi da calcetto riconvertiti ad aree di sosta per le macchine. L’accesso al Crossroads è una processione attraverso uno stretto cancello dove ci incaselliamo diligenti, in compagnia della prima rappresentanza di fan che sciama impaziente dentro quel riverito tempio della musica dal vivo che è il Crossroads: un vero avamposto di difesa del rock, venue di culto per tributi a leggende della musica e palcoscenico d’elezione per band rock e prog emergenti.

Stasera gli idolatri del virtuosismo hanno la loro band per eccellenza. Gli Aristocrats, che ormai da quindici anni sperimentano irriverentemente un rock fusion strumentale ai massimi livelli. Il super-trio, formato da Guthrie Govan (chitarra), Bryan Beller (basso) e Marco Minnemann (batteria), liquefa i generi con una tecnica formidabile ma non astrusa, costruendo una proposta musicale all’insegna dell’eclettismo più libero e imprevedibile, unito a un virtuosismo ironico nel quale predomina un’eccezionale tecnica esecutiva al servizio di un approccio irriverente che mescola approcci, stili, atmosfere.

La loro peculiarità in fondo è questa: in un’epoca in cui la tecnica strumentale viene spesso esibita come una forma di narcisismo sterile o incastonata in reel e tutorial per chitarristi demotivati, il trio composto da Guthrie Govan, Bryan Beller e Marco Minnemann continua invece a praticare un’idea quasi sovversiva di virtuosismo: quella che mette il gioco e la narrazione davanti alla muscolarità esecutiva.

 

La loro storia è già una piccola leggenda.

Cominciamo da Guthrie Govan che è, probabilmente, uno degli ultimi veri “musicisti dei musicisti”. Idolatrato negli ambienti chitarristici per la sua tecnica apparentemente illimitata, ha ormai abbandonato il virtuosismo come leva commerciale. A differenza degli shredder classici, Govan passa dal jazz al country, dal metal alla fusion balcanica senza soluzione di continuità. La sua grandezza non sta solo nella velocità, ma nel fraseggio: ogni assolo sembra improvvisato da qualcuno che conosce troppa musica per rispettarne davvero i confini.

Bryan Beller, spesso il meno celebrato del trio, è invece il collante narrativo della band. Il suo basso non accompagna: costruisce architetture, introduce ironie ritmiche, stabilisce quel groove storto che rende gli Aristocrats immediatamente riconoscibili. Viene da esperienze diversissime (dal progressive alla follia metal-comic dei Dethklok) e porta nel gruppo un equilibrio fondamentale tra rigore compositivo e leggerezza.

E poi c’è Marco Minnemann, probabilmente il motore concettuale del caos sonoro. Batterista quasi disumano sul piano tecnico, Minnemann possiede però soprattutto una qualità rara: il senso del ridicolo. Gran parte dell’identità del gruppo nasce proprio dalla sua attitudine dadaista, da quell’idea che la musica complessa debba anche essere assurda, grottesca, se non infantile. Non è un caso che l’ultimo disco, Duck, sia nato da un suo brano dal titolo volutamente demenziale: “Sittin’ With A Duck On A Bay”.

 

E proprio l’ultimo disco, Duck è forse il lavoro più ambizioso mai pubblicato dal trio. Viene presentato come un concept album strumentale (già di per sé una scelta coraggiosa) che racconta la fuga surreale di un’anatra inseguita da un poliziotto pinguino attraverso una serie di ambientazioni sempre più folli. Quella che sembra una parodia del prog classico, è anche una maniera creativa per raccontare sinceramente quale sia il processo ideativo per il nostro magnifico trio, che nasce per intuizioni, per caricature che diventano immagini, scene, storie e musica.

Musicalmente il disco è un labirinto. Dentro ci sono jazz fusion, hard rock, funk obliquo, prog metal, colonne sonore, musica balcanica e momenti sorprendentemente melodici. Se il rischio di un lavoro del genere era quello dell’autocompiacimento tecnico, gli Aristocrats nei loro live hanno deciso di pigiare il pedale sulla performance e sull’assurdo, alleggerendo con un tono comico le esibizioni. Ed è forse questo il motivo per cui il loro tour europeo costruito attorno all’album, sta assumendo sempre meno i contorni del concerto fusion al quale ci avevano abituati ed è diventato una sorta di teatro musicale dove dare sfogo alla voglia di interagire e divertirsi con il pubblico. Un luogo dove il metal progressive si lascia piacevolmente sabotare dall’umorismo postmoderno di questi tre outsider della scena contemporanea che decidono deliberatamente non solo di non prendersi troppo sul serio, ma di dissacrare schiettamente e costruire rappresentazioni che certo avrebbero deliziato Frank Zappa.

 

Il pubblico degli Aristocrats che affolla il locale è già accalcato davanti al palco, sta fremendo: riconosciamo i musicisti, i nerd della composizione, i chitarristi con lo sguardo deliziato che già pregustano l’esperta danza delle dita di Govan, ma anche gli ascoltatori attratti da quella rara capacità di trasformare l’iper-tecnica in racconto. L’attesa non dura molto, i tre dimostrano di non perdere battute, neanche in entrata ai loro concerti: la cifra del concerto è chiara fin da subito, il trio arriva sul palco sulle note di “Swan's Splashdown” di Jean-Jacques Perrey e Gershon Kinsley, una comica variazione del 1966 per Moog de Il lago dei cigni di ?ajkovskij.

Mentre l’introduzione scivola via vaporosa, le mani si scaldano e la chioma grigio argento di Govan si apre a rivelare il suo sorriso a volte timido, gli occhi sinceri e dardeggianti, quando non sono adagiati sulla tastiera della sua chitarra. Non c’è tempo da perdere: ecco che si parte subito con la canzone di apertura di Duck “Hey, Where’s My Drink Package?”. Scritto da Marco Minnemann, è un’esplosione di groove rock scuro, riff pesanti e chitarre in stile eighties screziate da venature shred, mentre il tono già comincia a tratti a farsi cupo.

Il pubblico esplode, le promesse sono state mantenute, l’inizio è deflagrante: dopo una breve introduzione il gruppo attacca “Aristoclub” quasi una satira della dance anni Novanta deformata da metriche impossibili, mentre la successiva “Sgt. Rockhopper” introduce tonalità ancora più oscure e cinematiche con un riff scuro, marziale e quasi metal?jazz, con accenti pesanti e riff che sottolineano la sensazione marziale, inesorabile del brano. “Sittin’ With A Duck On A Bay” è forse il cuore emotivo del disco: jazzato, ironico, malinconico, capace di evocare davvero l’immagine di un animale smarrito in un mondo troppo grande.

 

A questo punto, i musicisti decidono di regalarsi una pausa dal nuovo lavoro e ripercorrere alcuni vecchi cavalli di battaglia. Dopo l’immancabile storia iniziale il trio si immerge in quello strano tessuto costruito con precisione maniacale che è “Spanish Eddie”: una suite che procede con un’andatura nervosa e cinematografica che sembra evocare un inseguimento grottesco in una frontiera immaginaria, che dal vivo acquista una fisicità imponente: mentre Minnemann trasforma la batteria in un motore impazzito capace di cambiare direzione ritmica senza perdere un grammo di groove,  Guthrie con i suoi assoli costruisce scene improvvisate dentro una narrazione delirante, con fraseggi che passano dal flamenco deformato al rock saturo con una naturalezza quasi urticante.

Musica di frontiera suonata da tre jazzisti extraterrestri: la sensazione di non appartenere a questa terra viene ulteriormente confermata dall’impossibile assolo di batteria di Marco Minnemann.

L’esibizione del batterista è una sorta di organismo mutante, una composizione istantanea nella quale convivono e si trasmutano ritmo, comicità, caos e controllo: si tratta di una successione irresistibile, dominata da mobilità ritmica, dove il tempo si deforma, accelera di continuo si comprime e si deforma riscrivendo la pulsazione ogni volta in una spinta maestosa, mai fredda ma anzi incandescente, fisica, animalesca quasi.

Il tutto è continuamente animato da una teatralità assurda: Minnemann gioca con i suoni, i versi degli animali, reinventando pattern campionati, con un’attitudine quasi da comica slapstick. E qui rinveniamo forse uno dei leit motiv della musica di Zappa: il virtuosismo che prende in giro sé stesso: Marco sembra trattare la batteria come un’intera orchestra di incidenti controllati, passando da poliritmie violentissime a improvvisi microsilenzi, introducendo groove apparentemente stabili per poi distruggerli subito dopo. I fan ogni tanto si ritrovano a ridere: ma non è la semplice ammirazione, è quasi lo stupore nervoso di fronte ad una tensione narrativa, condita dal sottile turbamento che qualcosa possa continuamente deragliare. La sensazione che ci resta è quella di un tempo trasformato in una materia instabile e comica, qualcosa che trasmette ansia e allegria allo stesso tempo.

 

Il gruppo prosegue suonando “The Ballad of Bonnie and Clyde” ispirata alla storia, fortunatamente a lieto fine, del furto di alcuni strumenti: già dalle prime note veniamo immersi in un immaginario western, dominata dalla mitizzazione di una criminalità quasi romantica, dove il trio evita qualsiasi retorica cinematografica sviluppando il brano come una ballata sghemba, malinconica, continuamente sabotata da deviazioni armoniche e piccoli cortocircuiti ritmici. Gli Aristocrats dimostrano una sensibilità quasi jazzistica nella gestione degli spazi: ci sono momenti in cui tutto sembra sospeso, poi improvvisamente Minnemann inserisce una frattura ritmica o Beller introduce un controtema beffardo che destabilizza l’atmosfera. È qui che si capisce quanto Bryan Beller sia fondamentale: il suo basso non accompagna mai passivamente, ma costruisce continuamente sottotesti emotivi. Govan, in questo brano, lavora per sottrazione: non gli interessa stupire tecnicamente ma cerca invece un fraseggio più “cantabile”, quasi narrativo.

Con “Flatlands” il concerto cambia ancora pelle. Qui gli Aristocrats entrano nella loro dimensione più atmosferica e quasi contemplativa. Anche qui il pezzo condivide l’atmosfera solenne della colonna sonora americana: grandi spazi, malinconia rurale, orizzonti immobili: ma anche in questo caso la band evita il sentimentalismo facile. Il brano cresce lentamente, quasi respirando. Minnemann lavora più sulle texture che sulla pura aggressione tecnica, mentre Beller costruisce un groove morbido e mobile che impedisce alla composizione di diventare semplicemente gradevole o solenne.

E poi c’è Govan. In “Flatlands” si percepisce chiaramente perché tanti chitarristi lo considerino un fenomeno quasi irripetibile. Non tanto per la velocità (che pure rimane assurda) ma per il controllo timbrico. Ogni nota sembra avere peso specifico, temperatura emotiva, direzione narrativa. Il suo assolo non appare come una sovrastruttura tecnica: sembra piuttosto il paesaggio stesso che si deforma lentamente davanti agli occhi dell’ascoltatore.

Ed è forse qui che gli Aristocrats diventano davvero interessanti. Non quando esibiscono la loro mostruosa preparazione tecnica, ma quando riescono a trasformarla in immaginazione sonora.

 

Il concerto prosegue con tre pezzi d’eccezione: “Here Come The Builders” che già dal titolo sembra evocare una squadra di operai folli che costruisce una città impossibile tra groove storti e improvvise accelerazioni jazz-rock. La forza del brano sta soprattutto nella tensione continua tra ordine e collasso. Marco Minnemann spinge la composizione come un cantiere fuori controllo, mentre Guthrie Govan alterna riff brutali a linee quasi caricaturali. È puro dadaismo declinato nel progressive.

“This Is Not Scrotum” è probabilmente uno dei titoli più tipicamente “aristocratici”: provocazione infantile che nasconde una composizione incredibilmente sofisticata. Il brano sembra una suite surreale in miniatura, continuamente sospesa tra ironia e grandiosità. Le tonalità balcaniche vengono eseguite con velocità impossibile e tocco controllato: lo scherzo è in realtà una ennesima prova della capacità tecnica e della precisione del trio. Con “Get It Like That” emerge invece il lato più funk e “sporco” del gruppo: qui il virtuosismo viene quasi mascherato dentro il groove. Il pezzo si muove con un’energia elastica, urbana, piena di piccoli scarti ritmici e improvvise deformazioni armoniche. Bryan Beller domina la scena con un basso pulsante e nervoso, mentre Govan preferisce fraseggi sarcastici, quasi parlati.

Al bis poi si arriva come in un copione abusato: “Desert Tornado” è puro paesaggio sonoro deformato, qualcosa che avanza lentamente all’orizzonte per poi trasformarsi in vortice incontrollabile. Minnemann costruisce tensione più che velocità, Beller mantiene il terreno stabile mentre tutto attorno sembra piegarsi, e Govan dipinge linee chitarristiche che ricordano insieme colonne sonore western, fusion e psichedelia desertica. È uno dei pezzi in cui gli Aristocrats mostrano meglio la loro capacità di raccontare immagini senza usare parole e dove giocano in maniera più libera con il lirismo delle dissonanze.

 

Mentre torniamo alle macchine, nel dedalo di campetti invasi dalle erbacce, ragiono per metafora sulla musica del trio, su questo paesaggio dove nascono spontanee variazioni, superfetazioni, germinazioni ritmiche che sembrano spontanee ma costruiscono un caos sonoro controllato, dove spuntano ironia, tecnicismo, teatralità che sicuramente avvicinano sempre più il loro approccio a quello di Zappa. Non soltanto per l’umorismo o per la complessità tecnica, ma perché entrambi condividono una stessa intuizione: che la musica può essere simultaneamente sofisticatissima e profondamente ridicola.

Entrambi rifiutano l’idea romantica della musica “alta” come spazio necessariamente serio, austero o spirituale. In tutti e due i casi la complessità viene continuamente sabotata dall’ironia. Un passaggio fusion perfetto può sfociare improvvisamente nella parodia di una sigla televisiva, di un groove dance, di una marcetta o di un cliché rock. È un modo per impedire alla tecnica di diventare autorità morale.

Anche musicalmente esistono molte affinità: la composizione a collage di linguaggi differenti, l’utilizzo della difficoltà tecnica come materiale espressivo e non come semplice esibizione, il gusto dell’assurdo: titoli come “This Is Not Scrotum” o certe introduzioni dal vivo degli Aristocrats sembrano direttamente discendenti dall’umorismo zappiano: infantile, surreale, volutamente anti-prestigioso.

Certo Zappa era, in fondo, un autore profondamente satirico e politico, che anche quando sembrava soltanto volgare o nonsense, portava avanti una critica feroce alla cultura americana: consumismo, conformismo, religione televisiva, sessualità repressa, stupidità collettiva. Mentre gli Aristocrats invece non hanno quella componente polemica: si tratta di un’ironia molto meno ideologica e molto più ludica. Sono tre musicisti che usano l’assurdo come spazio di libertà creativa, e mantengono quasi sempre una dimensione “piacevole”, persino quando diventano estremamente complessi.

Giro la chiave, i fari si accendono: la strada è lunga fino a casa, ma ho un ultimo pensiero che mi sorride in testa. Per “smontare” davvero un linguaggio musicale non basta deriderlo dall’esterno. La decostruzione autentica invece nasce dall’intimità con ciò che si sta deformando, perché bisogna conoscere profondamente le regole per poterle piegare senza distruggerne il senso. L’ironia più profonda nasce dall’abitare qualcosa così intensamente da riuscire a vederne contemporaneamente la grandezza e il ridicolo. E quindi, nasce dall’amore per ciò che stiamo modificando per renderlo più simile a noi: instabile, umano, profondamente vivo.

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Gianluca D'Alessandria

Photo credits: Gianluca D'Alessandria