Il 2024 è stato un annus horribilis per i Black Keys. Prima la tiepida accoglienza di Ohio Players, comunque un ottimo album nel quale la band tornava a flirtare con una certa idea di psichedelia; poi la cancellazione del tour americano nelle arene, l’International Players Tour, successivamente ricalibrato su venue più piccole, con la conseguente separazione dal manager Irving Azoff (lo stesso di colossi come Eagles e Fleetwod Mac, per intenderci). Visto il tempo libero, Dan Auerbach e Patrick Carney sono tornati in studio per registrare No Rain, No Flowers, un album che, uscito l’anno dopo, mostrava idee smaccatamente pop ma che non è riuscito ad accendere i cuori dei fan della band di Akron, Ohio (ora però rilocata a Nashville).
Ritrovatisi così in una sorta di stallo, i due Black Keys hanno deciso di tornare alla base: il blues e il garage degli esordi. A maggio di quest’anno è arrivato Peaches!, album di cover e seguito ideale di Delta Kream del 2021. Definito dalla band come il disco «più naturale» dal debutto The Big Come Up del 2002, è con questo spirito delle origini che ritroviamo stasera la band all’Alcatraz, prima data sold out di un dittico milanese.
Dopo la reunion del 2019, questa è la quarta volta che i Black Keys tornano in Italia, dopo la data milanese all’I-Days del 2023 in apertura a Liam Gallagher, l’AMA Music Festival di Romano d’Ezzelino e il Rock in Roma del 2025. Ma se in quelle occasioni, visto il contesto festivaliero, la band aveva offerto una sorta di greatest hits, questa sera il duo si dedica maggiormente a cover, ripescaggi e brani più oscuri della propria discografia, anche se non mancano ovviamente i cosiddetti “#pezzi”, per usare una felice intuizione di Luca De Gennaro.
Ad aprire la serata è Robert Finley, leggenda blues riscoperta negli ultimi anni proprio da Auerbach, che ne ha prodotto i lavori dell’ultimo decennio. Dopo anni di underground, il settantaduenne musicista cieco della Louisiana è così arrivato alla ribalta. Arriviamo per motivi lavorativi piuttosto tardi per l’inizio del suo set, ma abbiamo modo di gustarci una ventina di minuti di meraviglioso blues vecchia scuola, tra talking blues, modi da predicatore e una certa cadenza gospel.
Accompagnato da una band di cinque elementi, con tanto di corista, Finley sfodera una voce soul capace di raggiungere anche un ottimo falsetto. È un’apertura perfettamente in tono con quello che sarà il resto della serata: niente sovrastrutture, solo blues, groove e mestiere.
I Black Keys si presentano sul palco poco dopo le 20:45. Prima Dan e Patrick, con quell’andatura da quelli che a scuola li trovavi all’ultimo banco, ma non perché fossero degli asini, anzi: perché erano i più svegli di tutti e in qualche modo se la cavavano sempre. Li seguono i compagni di band, tutti con gli occhiali da sole: sembrano una gang.
La formazione è ormai lontana dall’essere il semplice duo degli esordi. Accanto ad Auerbach e Carney ci sono Ray Jacildo alle tastiere e all’armonica, Chris St. Hilaire alle percussioni, Andy Gabbard al basso e Barrie Cadogan dei Little Barrie alla chitarra, l’acquisto più recente della line-up. Ed è proprio Cadogan a prendersi buona parte degli assoli nella prima parte del set, quando i pezzi sono più orientati al blues-rock e la band può allungarli con qualche jam generale.
Si parte con la blueseggiante “Heavy Soul”, dal debutto The Big Come Up, giusto per far capire immediatamente il mood della serata. Poi “Fever”, psichedelica gemma da Turn Blue, e “Gold on the Ceiling”, la hit da El Camino. Quindi “Have Love, Will Travel”, cover di Richard Berry già inclusa in Thickfreakness, e “Just Couldn’t Tie Me Down” da Rubber Factory. È una prima parte rivolta soprattutto agli esordi e che mette subito in chiaro il senso di questo tour: un recupero delle origini da parte della band di Akron.
La scaletta prosegue tra ripescaggi e cover, con “Where There’s Smoke, There’s Fire” di Willie Griffin, unica vera concessione all’ultimo Peaches!, nonostante il tour si chiami tecnicamente Peaches ’n Kream. La parte del leone la fa però Brothers, dal quale arrivano ben cinque brani: “Next Girl”, “Everlasting Light”, “Howlin’ for You”, “Tighten Up” e “She’s Long Gone”. Del resto, quello resta senza dubbio il miglior album della discografia della band di Akron.
Nel frattempo, la macchina Black Keys gira alla perfezione. L’interazione di Auerbach con il pubblico è minima: il canonico saluto di rito, qualche ringraziamento, la presentazione della band e un pensiero per Robert Finley. Ci aspettavamo forse una reazione più calda da parte del pubblico, che si accende soprattutto nelle hit e nei bis, quando Auerbach finalmente lo incita a farsi sentire. Per il resto, a parlare è la musica.
Interessante anche il riff di “Lo/Hi”, che dal vivo suona decisamente rollingstoniano, quasi una versione Black Keys di “Jumpin’ Jack Flash”. E se “Wild Child”, da Dropout Boogie, e “Man on a Mission”, dal più recente No Rain, No Flowers, appartengono ai capitoli più recenti della storia della band, dimostrano anche loro che tra la prima parte della carriera e la seconda non ci sono stati veri cali di ispirazione: magari solo leggere amnesie da parte di un pubblico ormai distratto da una proposta discografica davvero troppo frammentata. Dopotutto, da veterano quale è, Auerbach sa scrivere e produrre dischi come pochi altri, e sulla sua scrittura – al tempo stesso così classica e così moderna – non ci sono dubbi.
Nella seconda parte del set i pezzi si fanno più blues e psichedelici e sale in cattedra lo stesso Auerbach. Il momento musicalmente più alto arriva con “Weight of Love”, lunga e psichedelica cavalcata di sette minuti, ripescaggio dal sottovalutato Turn Blue, disco che all’epoca pagò forse il fatto di essere arrivato dopo il bestseller El Camino. Qui la band può finalmente lasciarsi andare da un punto di vista strumentale, con Cadogan e Auerbach che si scambiano gli assoli fino a una parte in cui le loro chitarre si armonizzano. È uno di quei momenti per cui vale il prezzo del biglietto.
Altro highlight della serata è una “Tighten Up” più bella e soul dell’originale in studio, mentre verso la fine del set principale la band si avventura in “Not Fade Away”, brano di Buddy Holly e dei Crickets. E noi subito a pensare ai Grateful Dead, che spesso la usavano per chiudere i concerti. E invece no: il set principale si chiude con una superba versione di “She’s Long Gone”.
Poi arrivano i bis. “Little Black Submarines” viene accolta con un entusiasmo che non ci aspettavamo, accompagnata da un grande singalong di tutto il pubblico. La canzone, con il suo crescendo in odore di Led Zeppelin, è uno dei momenti più viscerali della serata. A chiudere, prevedibilmente, è “Lonely Boy”, accolta da un tripudio.
Alla fine sono centodieci minuti di grande musica. Dopo un paio d’anni non facili per la band di Akron, viene quasi da pensare che questo sia il posto giusto per i Black Keys: quel crocevia tra blues, garage e psichedelia dove Dan Auerbach e Patrick Carney hanno sempre saputo esprimersi al meglio. È vero, le congiunture li hanno riportati nei club invece che nelle arene. Ma necessariamente questo non è un male. Anzi, perché sono proprio i club i luoghi ideali dove fruire questo tipo di musica: vedere la band negli occhi, sentirne il suono a pochi metri di distanza e, soprattutto, permettere alla band di vedere il proprio pubblico così vicino e caloroso come quello dell’Alcatraz questa sera. I Black Keys, forse, sono tornati semplicemente dove tutto aveva più senso.
