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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
29/06/2026
Chris Rea
The Blue Jukebox
Dopo la svolta di Stony Road, Chris Rea ha trovato un solo modo per esprimere la propria sofferenza: il blues. The Blue Jukebox, realizzato nel 2004, ne percorre la stessa strada. Andiamo a riscoprirlo, in occasione della pubblicazione dell’opera per la prima volta in assoluto su vinile da parte di earMUSIC.

Ascoltare la musica di The Blue Jukebox è qualcosa di taumaturgico, nonostante le condizioni che hanno generato questo lavoro siano state di grande depressione. Al pari e forse anche più dei precedenti Stony Road (2001), Blue Street e Hofner Blue Notes (2003), progetti a cui è legato per atmosfera e circostanze, l’album, nel suo complesso, a partire dallo shuffle di “The Beat Goes On” alla frizzante chiusura di “Speed”, assume una potenza espressiva del tutto inspiegabile.

Come sia stato possibile che una condizione di abbattimento potesse esplodere sul piano creativo con una energia così straordinaria è un mistero, probabilmente l’inconscio di Chris Rea ha giocato un ruolo determinante. Dentro di lui c’è sempre stata una forte aspettativa di guarigione da quella terribile malattia al pancreas cominciata nel 2001 (con il fisico già afflitto da ulcere e a rischio di morte per peritonite a metà anni Novanta).

In quel frangente il chitarrista di Middlesbrough si trova costretto a sottoporsi a complicate operazioni e riesce a uscirne solo grazie a una formidabile forza di reazione. Il periodo di ricovero e la lunga degenza lo fanno riflettere pure sulla sua vita artistica, si rende conto di quanto siano importanti le cose più intime e di come, anche nel lavoro, ci si possa permettere di spendere tempo unicamente per ciò in cui si crede veramente.

La svolta di Chris, il distacco completo da un pop rock di maniera (e di successo), che comunque è sempre stato intriso di sonorità del Delta del Mississippi, avviene proprio in questi anni di sofferenza. L’ispirazione non si assopisce, anzi trae linfa da questa corsa a cercare la luce, nel disperato tentativo di uscire dal tunnel: scrive molte canzoni con un sottofondo inevitabile di tristezza, e le esprime con l’unica forma che sia in grado di sostenerle, il blues.

 

“Long is the time and hard is the road

 Everybody looking for a place

To put down their heavy load”

("Long Is the Time, Hard Is the Road")

 

Nei tredici brani presenti in The Blue Jukebox prevale decisamente la ballata lenta, il blues intimista di grande intensità emotiva che riduce al minimo la strumentazione e lascia alla chitarra slide, al pianoforte, al sax e a volte all’armonica l’incombenza di reggere l’impatto vocale più che mai evocativo. Nascono così “Long Is the Time, Hard Is the Road”, “Steel River Blues” , “Somebody Say Amen”, “Restless Soul” e “What Kind of Love Is This”, mentre godono di un’atmosfera più jazzy “Blue Street”, “Monday Morning” e “Paint My Jukebox Blue”.

La scelta di affidarsi per alcune tracce al contrabbasso di Sylvin Marc per regalare un’atmosfera da bar fumoso e l’onnipresenza del sassofono di Eric Seva e della batteria morbida e leggiadra di Thierry Chauvet-Peillex consentono a Rea di esplorare un blues dai toni caldi, notturni e introspettivi. Scorrono le note di “Let’s Do It” e “Let’s Roll” e si percepisce la grande passione, quel fuoco che brucia dentro e mai si sopisce che hanno contraddistinto tutta la carriera dell’artista di origini italiane, ma soprattutto quest’ultimo periodo, culminato con una predilezione per la pittura (alcune illustrazioni del doppio LP sono sue).

 

“Your heart has been broken

 But hear what I say

Ain’t nothing but a cold night

Bringing home a new day”

(“Baby Don’t Cry”)

 

L’unica eccezione dal punto di vista musicale giunge quasi alla conclusione. “Baby Don’t Cry” vira infatti su sonorità alla Bill Withers, sostenuta da un ritornello catchy e percussioni più smaccatamente pop, reminiscenti della lezione di "On the Beach", una delle sue grandi hit, ma è solo un raggio di sole dopo un lungo temporale. Tutto il disco dipinge atmosfere uggiose e malinconiche, palesando il tormento interiore di un autore che ha trovato all’improvviso la forza e il coraggio di esprimere la propria angoscia in un gemito filtrato e ingigantito. Un lamento che si traduce talvolta in un impetuoso inno di speranza, in una disperata tensione verso un qualcosa a cui aggrapparsi.

 

La musica come salvezza: da Stony Road e The Blue Jukebox Chris ha tratto il nutrimento spirituale per andare avanti, convivere con i postumi della malattia, con la cronicizzazione di altre disfunzioni fisiche che l’hanno costretto a cambiare tutte le abitudini. Rea ci è riuscito con costanza concentrandosi sulla sua arte, dalla pittura alle canzoni, ed è andato avanti ad esibirsi fino all’ultimo, arrivando persino a collassare sul palco nel dicembre 2017, in una delle date conclusive del tour organizzato in promozione del bellissimo Road Song for Lovers.

Il destino ha voluto che l’autore di “Driving Home for Christmas” lasciasse questo mondo l’anno scorso, proprio nei giorni in cui una delle sue melodia più celebri riscaldava i cuori di milioni di persone in tutto il mondo. Quella canzone, scritta di getto durante un avventuroso rientro a Middlesbrough da Londra, è diventata l'inno di ogni ritorno, il desiderio universale di stringere i propri cari attorno a un fuoco, nel tepore della vigilia. Ora, quel viaggio ha preso un'altra direzione, conducendo l'artista oltre l'orizzonte.