
Ci sono diversi momenti in The Boys of Dungeon Lane in cui Paul McCartney canta di Liverpool come se non se ne fosse mai davvero andato. Nonostante abbia girato il modo in lungo e in largo con i Beatles e si sia tolto delle belle soddisfazioni sia con i Wings sia da solista, il suo centro emotivo resta lì, una strada ben precisa nel Merseyside. È probabilmente questa la chiave di lettura del suo nuovo disco, che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare in anteprima negli uffici milanesi della Universal (ci è stato concesso un solo ascolto, per cui siate indulgenti su quello che andrete a leggere tra poco).
The Boys of Dungeon Lane – espressione recuperata da un pezzo inedito del 1988 titolato “In Liverpool” in cui Paul già raccontava della sua infanzia – è un album che guarda continuamente indietro senza trasformarsi però in un requiem. Insomma, è un disco riflessivo ma mai crepuscolare, sì nostalgico ma decisamente allergico a quella retorica della mortalità che in passato ha permeato alcuni dischi di suoi illustri colleghi, vedi gli American Recordings di Johnny Cash, You Want It Darker e Thank You for the Dance di Leonard Cohen e Time Out of Mind di Bob Dylan – per non parlare di Blackstar di Dawid Bowie, disco sulla mortalità se ce n’è uno.
Prodotto da Andrew Watt (il cui contributo all’album rafforza ulteriormente la sua reputazione di produttore di fiducia dell’élite rock, dal momento che negli ultimi anni ha lavorato con Elton John, Ozzy Osbourne, Pearl Jam, Iggy Pop e i Rolling Stones) e registrato tra Los Angeles e l’Est Sussex a partire dal 2021 tra una tappa e l’altra del Got Back Tour, The Boys of Dungeon Lane è anche uno degli album di McCartney più chitarristici di sempre. Il piano, storicamente rifugio e marchio di fabbrica del suo sound, resta spesso sullo sfondo; al centro ci sono chitarre acustiche ed elettriche, piccoli arrangiamenti psichedelici e quel modo tutto maccartiano di trasformare una canzone in tre brani diversi senza che l’ascoltatore se ne accorga davvero. Certo, il problema delle produzioni di Watt rimane: tutto è sparato a undici, come nella celebre gag degli Spinal Tap, e la dinamica spesso ne esce sacrificata. Ma dentro quel suono compresso vive un disco sorprendentemente caldo, umano, pieno di memoria e di melodie che nessun altro saprebbe scrivere così.
A conti fatti, The Boys of Dungeon Lane è il miglior lavoro di Paul McCartney dai tempi di New (2013). Più coeso di Memory Almost Full (2007) e più vario di Chaos and Creation in the Backyard (2005), in alcuni momenti ricorda l’eclettismo sonoro ma anche la leggera malinconia che permea Flaming Pie (1997), senza dubbio l’album più riuscito di quella che si può definire come la seconda parte della sua carriera solista (quella dove, in buona sostanza, Paul si è rassegnato e ha smesso di cercare a tutti i costi di scrivere una hit da Top 40). E se davvero questo dovesse essere il suo ultimo disco – ipotesi che lui stesso sembra rifiutare per carattere prima ancora che per superstizione – sarebbe un congedo di altissimo livello.
As You Lie There
L’apertura è quasi una dichiarazione d’intenti. “As You Lie There” parte come una ballata acustica intimista, poi si apre improvvisamente nel ritornello con l’ingresso tutta la band (che altri non è che Paul McCartney stesso che suona tutti gli strumenti), recuperando la grammatica delle mini-suite dei primi Wings. È una struttura che McCartney ha usato mille volte, ma quando gli riesce (e qui gli riesce) sembra ricordarci perché l’abbia inventata lui per primo. Il basso pulsa quasi in modo post-punk, in contrasto con una melodia apertamente sentimentale. È anche il primo momento in cui si percepisce il limite della produzione di Watt: tutto suona enorme, saturo, senza aria attorno agli strumenti. Ma la scrittura è troppo forte per lasciarsi schiacciare davvero.
Lost Horizon
Unica traccia che vede Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria (in origine avrebbe dovuto essere lui a suonare su gran parte dell’album, poi McCartney ha capito che qualcosa non funzionava e si è messo lui dietro il kit), “Lost Horizon” è un rock asciutto, diretto, relativamente breve, che conferma come The Boys of Dungeon Lane sia forse il disco più chitarristico della sua carriera solista. Da un punto di vista sonoro sembra guardare a Wildflowers di Tom Petty, c’è dentro infatti quel suono americano, caldo e analogico, che richiama il Rick Rubin dei primi anni Novanta più che il classic rock britannico.
Days We Left Behind
Primo singolo, è forse il cuore emotivo del disco. Brano acustico, estremamente delicato, “Days We Left Behind” contiene nel testo il titolo dell’album e funziona come una sorta di sequel spirituale di “Early Days” (New). Solo che stavolta McCartney non racconta il mito beatlesiano, ma riavvolge ulteriormente il nastro, partendo da dove tutto è iniziato, ovvero da Dungeon Lane, la strada che porta al lungomare di Speke, il quartiere di Liverpool dove McCartney ha trascorso l’infanzia. Dopo decenni passati a diventare Paul McCartney, il personaggio sembra improvvisamente sparire, lasciando parlare Paul di Liverpool.
Ripples in a Pond
Pop-rock maccartiano allo stato puro. Una grande idea melodica che, naturalmente, non gli basta: nello special il pezzo cambia pelle, devia, spariglia le carte. È il tipo di canzone che in mano a qualunque altro autore diventerebbe un singolo radiofonico lineare; McCartney invece continua a sabotare le proprie intuizioni migliori inserendo passaggi laterali, ponti, piccoli cortocircuiti armonici.
Mountain Top
L’attacco di clavicembalo richiama immediatamente “Strawberry Fields Forever”, e il pezzo si muove volutamente in territorio psichedelico. Al centro compare una breve sezione strumentale quasi lisergica, poi nel finale tutto accelera: cambio improvviso di tempo, atmosfera frenetica, come se il brano si stesse disintegrando mentre continua ad avanzare. È un McCartney che gioca con il proprio passato senza limitarsi a citarlo.
Down South
Altro viaggio nella Liverpool pre-Beatles. Qui compare George Harrison, evocato attraverso l’aneddoto di quando lui e Paul nel 1961 fecero l’autostop per raggiungere la zona sud della città. Musicalmente è quasi solo voce e chitarra, ma il tono non è contemplativo: c’è un’energia da songwriting americano, qualcosa che potrebbe tranquillamente appartenere a Tom Petty (ancora lui). Poi arriva un piccolo assolo elettrico finale, breve ma perfetto.
We Two
Registrata volutamente su un quattro piste (il celebre Studer con cui i Fab Four sessant’anni fa hanno registrato “A Day in the Life”), “We Two” è il momento in cui McCartney smette di flirtare con il passato e ci si tuffa dentro completamente. Il rullante ha quel suono secco inconfondibilmente beatlesiano («Il miglior sound di rullante del mondo», afferma Paul, e noi non possiamo che essere d’accordo con lui) e il brano sembra inseguire direttamente l’estetica del White Album. È una piccola canzone d’amore, apparentemente semplice, ma costruita con una cura maniacale per i dettagli sonori.
Come Inside
Rock sentimentale e diretto, quasi elementare nella struttura. Ancora una volta torna il fantasma di Tom Petty, dal momento che il brano ricorda la leggerezza rootsy di “Honey Bee”. E ancora una volta emerge il limite del disco: Andrew Watt non invade le canzoni, ma le comprime fino a renderle costantemente gigantesche, sacrificando la dinamica, sia quella emotiva che quella sonora.
Never Now
Forse il brano più ambizioso del disco, “Never Now” parte dalle coordinate californiane del Laurel Canyon (tra Joni Mitchell e gli Eagles) ma lentamente si lascia contaminare dalla psichedelia britannica. A tratti riaffiorano echi di “Blue Jay Way” e dell’universo del Magical Mystery Tour, soprattutto nell’uso del Mellotron nella sezione centrale. Poi il finale cresce ancora: flauto, chitarre, cori stratificati. La classica mini-suite alla McCartney, costruita con la naturalezza di chi continua a scrivere melodie impossibili come se fosse la cosa più semplice del mondo.
Home to Us
Secondo singolo, il pezzo nasce da un beat registrato da Ringo Starr insieme ad Andrew Watt. Inizialmente pensata per un album di Ringo, la canzone mantiene qualcosa del suo spirito: un rock robusto, caloroso, quasi operaio, impreziosito dai cori di Chrissie Hynde dei Pretenders e Sharleen Spiteri dei Texas. Anche qui si torna alla Liverpool povera e difficile degli anni Cinquanta, raccontata però con affetto – non sarà stata la città più facile dove crescere, ma era pur sempre casa.
Life Can Be Hard
Eccolo, il McCartney che John Lennon avrebbe preso in giro definendolo autore di “Granny songs”, canzoni per nonne. Ma il problema è che queste canzoni gli vengono ancora benissimo. “Life Can Be Hard” ha l’eleganza melodica di certe composizioni alla Burt Bacharach: sofisticata senza essere leziosa, malinconica senza perdere in leggerezza. Una curiosità: Paul aveva suonato in anteprima un estratto di questa canzone durante le riprese del documentario McCartney, 3, 2, 1 del 2021. Rick Rubin, individuandone immediatamente il potenziale, aveva così commentato: «È una di quelle cose che sembrano esistere da sempre».
First Star of the Night
Scritta durante una notte di pioggia in Costa Rica – e la pioggia si sente davvero all’inizio del brano – probabilmente durante una pausa del tour del 2024, è una delle interpretazioni vocali più intime del disco. Parte con sola voce e chitarra, poi si espande gradualmente in arrangiamenti raffinati, con McCartney che armonizza con sé stesso come faceva nei suoi dischi migliori degli anni Settanta.
Salesman Saint
Probabilmente il momento più sorprendente dell’album. McCartney racconta dei propri genitori, papà Jim e mamma Mary, e della fatica quotidiana della guerra: tirare avanti, crescere una famiglia durante la Seconda guerra mondiale, sopravvivere alla normalità. Musicalmente, la canzone parte in modo quasi scarno – chitarra, voce, rullante e tromba (tra l’altro, questo era lo strumento suonato dal padre, venditore di cotone con la passione per la musica) – poi cresce lentamente d’intensità attraverso cori sovraincisi dallo stesso Paul. Infine, i fiati trasformano il pezzo in qualcosa che sembra provenire direttamente dagli anni Trenta e Quaranta, un piccolo standard jazz deformato dalla memoria.
Momma Gets By
Piano e voce, archi (arrangiati da Ben Foster e Giles Martin) che entrano gradualmente, una tromba che accompagna la sezione strumentale: “Momma Gets By” è McCartney nella sua forma più classicamente romantica. C’è qualcosa di “Live and Let Die” nella costruzione dinamica, ma anche della purezza melodica di “My Love”. È una ballata che sa perfettamente di essere sentimentale e non prova minimamente a nasconderlo. Il finale perfetto per un grande disco.
Tirando le somme, The Boys of Dungeon Lane dura poco più di tre quarti d’ora e lascia nell’ascoltatore la curiosa sensazione di aver ascoltato un disco insieme minore e importantissimo. Minore perché molte delle idee che contiene McCartney ovviamente le ha già esplorate e sviluppate altrove, spesso decenni fa (ma dopotutto, con una carriera lunga quasi settant’anni, è impossibile non ripetersi). Importantissimo perché nessun altro può permettersi di dialogare con un catalogo del genere senza restarne schiacciato. Lui invece continua a muoversi dentro la propria storia con leggerezza, senza trasformarla però in un monumento.
The Boys of Dungeon Lane è un album pieno di ricordi, è vero, ma è altrettanto vero che è quasi privo di rimpianti. Come già detto, McCartney evita accuratamente il tema della mortalità che prima o poi ossessiona tanti suoi coetanei, limitandosi a guardare indietro solo per capire meglio cosa fare nell’immediato futuro. E forse è proprio questo che colpisce di più ascoltando oggi un lavoro così: nonostante tutto, Paul McCartney continua a scrivere canzoni come qualcuno convinto che il disco più bello della sua carriera debba ancora essere registrato.
