«Ho scritto la title track più di quaranta anni prima della sua pubblicazione ufficiale. Damon e Richard sono rimasti scioccati quando gliel'ho detto, ma è un caso di uguale attitudine, identiche sensazioni, seppur vissute in tempi diversi. Quando dici la verità non passi mai di moda».
(Estratto da intervista a Uncut, Luglio 2012)
The Bravest Man in the Universe prende forma nel 2012, a ben diciotto anni da Resurrection, ultimo album di canzoni originali pubblicato, e rappresenta l’opera finale di Bobby Womack.
Il grande artista statunitense nato il 1944 a Cleveland, nell’Ohio, si riaffaccia sulla scena musicale con dieci brani (otto inediti e due riletture di traditional, “Deep River” e “Jubilee”) che vantano la produzione, e soprattutto l’impronta, di Damon Albarn e Richard Russell.
Il lavoro è incentrato su un soul spesso contaminato da interventi elettronici che solo la voce ancora intatta di Womack riesce a liberare dall’algido, tuttavia il contrasto è riuscito. Anzi, con il passare degli anni, risulta persino più indovinato, ed è un piacere riascoltare il disco che si distingue anche per un “sample” di Gil Scott-Heron in “Stupid Introlude”, preludio alla spumeggiante “Stupid” e per l’ospitata della songwriter maliana Fatoumata Diawara in “Nothing Can Save Ya”, interessante esempio di folktronica.
“The bravest man in the universe
Is the one who has forgiven first
I got a story I want to tell
Gather 'round me
Gather 'round me boys and girls
I once was lost
But now I'm found”
("The Bravest Man in the World")
La title song è poetica e illuminante. Inizia con un sottofondo di violoncello, solo successivamente cancellato da un basso pulsante. Bobby offre una delle migliori interpretazioni dal punto di vista vocale per forza e intensità. Segue “Please Forgive My Heart” in cui il sound si frammenta in una sorta di aritmia, ancora una volta ricucita dalla voce. Si tratta dei due pezzi più significativi e non è un caso vengano scelti come singoli apristrada.
Tutto l’album, comunque, non delude. “Deep River” è probabilmente la canzone che mantiene integra una struttura più soul, poi è il momento di “Dayglo Reflection”, con l’inaspettata, splendida partecipazione di Lana Del Rey. Il lavoro è pervaso da intervalli pianistici di rara bellezza, e anche il resto della scaletta, da “Whatever Happened to the Times” e “If There Wasn’t Something There” a “Love Is Gonna Lift You Up” è elegante e di gusto sofisticato, una piacevole mescolanza di trip hop e r&b contemporaneo.
Un disco sorprendente, bellissimo e intenso in tutti i suoi trentasette minuti. L’ultima opera, prendendo a prestito il titolo quanto mai appropriato e autobiografico, dell’uomo più coraggioso dell’universo, scomparso nel 2014 dopo esser sopravvissuto a una serie infinita di disgrazie. Un uomo che ne ha viste e vissute di tutti i colori: la sua vita è stata un viaggio tormentato con il piede sempre sull’acceleratore. Gli abusi di droghe, i divorzi, i lutti familiari (due dei sei figli e un fratello sono morti in circostanze tragiche) lo hanno devastato, e infine le malattie lo hanno perseguitato, ma è sempre riuscito ad affrontare ogni situazione difficile con fiducia e determinazione, trovando una forza inimmaginabile grazie alla musica, la sua musica.
“Una volta ero perso, ma ora mi sono ritrovato”, canta Bobby in “The Bravest Man in the Universe”, e ad ascoltarlo ti si spappola il cuore.

