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REVIEWSLE RECENSIONI
The Cut of Your Jib
A Nice Noise
2026  (OKUM, Goodfellas)
IL DISCO DELLA SETTIMANA ELETTRONICA JAZZ ALTERNATIVE.
8/10
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02/11/2026
A Nice Noise
The Cut of Your Jib
Gli A Nice Noise in The Cut of Your Jib respirano all'unisono, spinti dalla curiosità verso l'ignoto, con la sensazione di toccarsi a ogni passo e di far emergere cose che non sapevano nemmeno di sé.

Succede di rado che l'incontro tra due realtà della scena alternativa italiana suoni come il lavoro di una band che si frequenta da una vita, e invece gli A Nice Noise hanno proprio questa naturalezza. Da una parte c'è Adele Altro, voce e basso, che molti conoscono per il percorso di Any Other: da quei primi dischi di cantautorato intimo è passata a una scrittura sempre più aperta ad arrangiamenti jazz e orchestrali, e negli anni ha fatto la musicista e la produttrice per mezza scena italiana. 

Dall'altra c'è il trio di Stefano Calderano alla chitarra, Giovanni Iacovella tra batteria ed elettronica e Luca Sguera a piano e synth, già insieme come She's Analog, un giro di avanguardia jazzistica che ama sporcarsi le mani con tutto quello che trova. L'incontro è nato grazie a una residenza in studio promossa da Novara Jazz, e lo dicono loro stessi con una certa schiettezza: "Veniamo da storie musicali apparentemente diverse", ma scrivono canzoni, e lo fanno insieme. Le linee vocali sono di Adele, mentre il tappeto che le sostiene è costruito dai tre, e il risultato è un organismo compatto in cui nessuno sta al servizio di nessun altro.

 

Il disco è passato dalla residenza al palco: idee ancora abbozzate, brani in divenire, sono stati suonati dal vivo e hanno via via trovato la loro dimensione. Quella genesi si sente in ogni solco, ed è il suo punto di forza. I pezzi fluiscono liberi, senza una chiara divisione in sezioni distinte e organizzate, e funzionano come una lunga session di improvvisazione in cui la voce di Adele fa da collante, disegnando linee a tratti immediate, altrove più riflessive, e trovando sempre il tocco giusto per delineare l'atmosfera. Normale che si avvertano echi di Any Other, ma il più delle volte le sue melodie risultano ispirare dai complicati pattern messi assieme dai suoi compagni. 

Il loro gioco è quello dei piani e dei forti, riempire e svuotare il suono di volta in volta, come se la band respirasse all'unisono. Anche il racconto del lavoro va nella stessa direzione: hanno spiegato di aver lavorato spinti dalla curiosità verso l'ignoto, con la sensazione di toccarsi a ogni passo e di far emergere cose che non sapevano nemmeno di sé.

 

Si parte con una dolcezza ingannevole: “Down the Line” è costruita su elettronica e voce, poi il piano e una sezione ritmica discretissima e jazzata, fino a un finale che il trombone della special guest Stefania d'Eri riempie magnificamente. Ma basta poco per capire che non si resterà fermi lì. “I’ll Be Different” è tutta fondata su synth e crescendo, un'ascesa costante in cui entrano uno alla volta gli altri strumenti e che sfocia in un finale concitato e intenso. 

In “Get Go”, invece, tutto parte da un basso incalzante e da un cantato molto coinvolgente, finché la chitarra irrompe e il pezzo diventa pura energia alt rock, con quelle cavalcate elettroniche tanto care ai Notwist. Dietro a quel brano, a dire di Adele, ci sono i demoni interiori e un momento in cui ha davvero perso la testa, ma anche l'aggrapparsi a qualcosa di sottile e preciso, "il fatto che non mi concedo mai di fare la cosa sbagliata", ha detto: e si sente, perché la tensione del testo passa tutta nell'urgenza del suono.

 

Il bello è che la band sa anche togliere. C'è una ballata elegantissima (“Crumbles”) che inizia delicata, punteggiata dal piano, e si irrobustisce man mano che arriva il resto del gruppo, con gli strumenti che ricamano quadri affascinanti; c'è un brano che è fondamentalmente voce e piano (“Unspoken”) che ha un feeling autunnale perfetto per questi giorni. Poi, quando meno te lo aspetti (“Title? Title”) ti arrivano schitarrate potenti e una ritmica fantasiosa e roboante, unite a una linea vocale parecchio catchy, oppure un ritmo altissimo con bellissimi fraseggi chitarristici che ti tengono incollato alle cuffie.

La chiusura è simpatica: “Back Alley” pare da un'improvvisazione di synth che apre a un collage di messaggi vocali, a tratti molto divertente, che getta una luce sul feeling che c'è tra loro quattro e ti fa sentire quasi ospite della loro stanza di prove. Titoli di coda efficacissimi per un disco che non cerca la scorciatoia della canzone perfetta, ma preferisce lasciarsi attraversare. A tratti vengono in mente i Radiohead più tardi e avanguardisti, quelli di The King of Limbs, per intenderci, ma qui c'è una leggerezza e un calore tutti loro, e la sensazione netta che il bello debba ancora venire.