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REVIEWSLE RECENSIONI
16/11/2020
Nothing
The Great Dismal
Impossibile e anche inutile aspettarsi un rinnovamento sostanziale della proposta: la band è frutto della personale visione di Palermo, è nata per incanalare le sue ansie e le sue paure dopo l’esperienza del carcere, rappresenta letteralmente una seconda vita, la possibilità di sentirsi nuovamente un essere umano in comunione col mondo.

La notizia è che Brandon Setta non è più della partita: il più fedele compagno di Dominic Palermo in questi anni di Nothing è stato sostituito da Doyle Martin dei Cloakroom, gruppo che è in qualche modo legato a doppio filo alla storia della band di Philadelphia. Erano infatti in tour assieme quando, nel 2014, il frontman è stato aggredito da cinque persone a Oakland, riportando un serio danno cerebrale con cui dovrà convivere per sempre. È parte saliente della sua biografia tumultuosa, caratteristica di certo inusuale in un’epoca in cui la cifra prevalente del musicista rock sembra essere quella della più prosaica ordinarietà. 

C’è un solo contributo al disco firmato dal nuovo chitarrista: si tratta di “Catch a Fade”, è uno dei pezzi migliori, un po’ più pulita a livello sonoro ed ha un che di reminiscenza degli Slowdive, fatto curioso, per un gruppo che non ama richiamarsi troppo alla classica scena Shoegaze, preferendo guardare di più alle proprie radici hardcore. 

“The Great Dismal”, il loro quinto album” (normalmente “Downward Years to Come” viene considerato un Ep ma dura di più del successivo “Guilty of Everything” quindi per me sono cinque) è stato registrato tra febbraio e marzo, proprio quando in Europa iniziava l'odissea del Coronavirus, i vari paesi partivano con il lockdown e negli Stati Uniti, Nothing compresi, si stava a guardare preoccupati, con la consapevolezza che sarebbe stato molto difficile fare piani per il futuro. 

Sarà forse per questo che le foto promozionali ritraggono i quattro fuori da un anonimo Fast Food di periferia, avvolti in vistose tute protettive, con l'aria un po’ spaesata di chi ancora deve capire come viverla, tutta questa situazione. 

Non potranno andare in tour per molto tempo e, per quanto ne sappiamo, potrebbe anche darsi che queste canzoni non verranno mai promosse sui palchi. E ancora una volta ci si stringe il cuore, considerato che è dal vivo che questa band esprime davvero la propria natura. Da noi ce li ricordiamo bene, sono passati pressoché ogni volta, sin da inizio carriera, io ho in mente gli ultimi due concerti all'Ohibo (altro tuffo al cuore) e le orecchie sono andate avanti a sanguinare per parecchi giorni, entrambe le volte. 

“The Great Dismal” è un bel disco, non bello come “Tired of Everything”, per chi scrive il loro capolavoro, ma nel complesso superiore al precedente “Dance On The Blacktop”. Impossibile e anche inutile aspettarsi un rinnovamento sostanziale della proposta: la band è frutto della personale visione di Palermo, è nata per incanalare le sue ansie e le sue paure dopo l’esperienza del carcere, rappresenta letteralmente una seconda vita, la possibilità di sentirsi nuovamente un essere umano in comunione col mondo. Pochi sperimentalismi dunque e tanta attenzione per i gruppi da lui più ammirati (in una delle ultime interviste ha parlato degli Swirlies come della sua principale influenza) anche se inevitabilmente, col passare degli anni e il progredire dell’esperienza, l'istintività degli esordi ha lasciato il posto ad una più matura consapevolezza. 

Per il resto, poco di nuovo ed un marchio di fabbrica ben presente sin dall'iniziale “A Fabricated Life”, uno di quei brani in cui Palermo mette a nudo la propria anima, spogliata dai chitarroni e dai riverberi, ballata scarna e sofferta con gli archi di Mary Lattimore e Shelley Weiss a ricamare uno splendido crescendo sul finale). Anche “Blue Mecca” si muove su questa falsariga di eliminare il rumore come se fosse un modo per andare al cuore della canzone ed è un altro degli highlight del disco. Il resto è un po’ manieristico e alcuni episodi sembrano scritti col pilota automatico (“In Blueberry Memories”, “Just a Story”, “Ask the Rust”) ma a scorrere la scaletta, di pezzi sotto la media non ce ne sono proprio. Chitarroni sempre presenti (“April Ha” e “Famine Asylum” su tutte) ma anche minore insistenza sul Wall of Sound e voce più in evidenza, con una conseguente cura delle linee vocali, dei ritornelli soprattutto, che in passato non ci era sembrata così attenta. Ne esce un lavoro meno sofferente e in qualche modo più immediato (la già citata “Catch a Fade” ne è un buon esempio ma anche il singolo “Say Less”, che ha un refrain davvero coinvolgente), pur rimanendo dentro il tipico trademark della band. E poi c’è “Bernie Sanders”, una canzone che quando è uscita, a fine settembre, avrà emozionato i sostenitori del senatore del Vermont ma che in realtà con la politica ha poco a che fare (“parla essenzialmente di cocaina”, ha dichiarato in proposito Palermo, anche se ovviamente non ha nascosto che in vista del voto il pezzo abbia assunto un significato più ampio); è un brano magnifico, dove convergono tutti gli ingredienti che hanno fatto grandi i Nothing ed assieme all'opener costituisce il punto d’ingresso privilegiato per capire questo disco. 

L’impressione è che, dopo i tumultuosi inizi, la band sia ormai stabilizzata, cambi di line up a parte, e che questo suo non costituire più una novità nel proprio universo di riferimento, possa anche essere un bene, almeno finché continueranno a darci dischi di questo livello. 


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