“Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion, too”
Herbie Hancock ha sempre vissuto il suo mestiere come una vocazione: per lui la musica è un linguaggio universale e The Imagine Project esplora proprio tale concetto, unendo culture diverse attraverso la canzone.
Questo disco è un sogno diventato realtà in coincidenza del suo settantesimo compleanno. Oltre mezzo secolo di carriera, una dozzina di Grammy Awards (ne vincerà uno anche per Imagine) e addirittura un Oscar (nel 1986 la colonna sonora del film Round Midnight di Tavernier), il pianista di Chicago ha fatto davvero tutto e di più, iniziando negli anni Sessanta con il quintetto di Miles Davis e registrando su Blue Note alcuni capolavori modernisti. È stato poi un visionario protagonista della musica elettrica alla testa degli Headhunters, mentre gli “eighties” si ricordano per la collaborazione con Bill Laswell in Future Shock, l’album di "Rockit", pezzo seminale per la nuova scena tra r&b, dance ed elettronica e per l’uso dello scratch.
Nell’ultimo ventennio prima di The Imagine Project, infine, ha pubblicato tra l’altro un cameristico passo a due con Wayne Shorter, un omaggio a Gershwin, un lavoro techno-rap (Future 2 Future) e River: The Joni Letters, super premiato tributo all’amica Joni Mitchell.
Il buon vecchio Herbie si rivela quindi grazie (e non solo!) a quest’opera non più unicamente un jazzista, bensì una star a tutto campo, un musicista demiurgo in grado d’inventarsi progetti discografici trasversali. In tal senso la raccolta, che presenta pure i generosi contributi di Jeff Beck e Marcus Miller, segue la falsariga di Possibilities (2005), in cui sfilavano in parata Sting, Paul Simon, Santana e altri big del pop.
The Imagine Project è un giro del mondo attraverso una decina di canzoni a tema pacifista, un album in bilico tra world e pop che prende il via con l’introduzione di “Imagine”, ripresa da P!nk, India.Arie e Seal e ispirata dal gruppo congolese Konono N°1, per proseguire con “Don’t Give Up” di Peter Gabriel (sempre con P!nk, più John Legend), e passare a quella meraviglia di “Tempo de Amor”, classico carioca cucito sulla voce brasiliana di Céu.
Uno degli highlights risulta sicuramente “Space Captain”, eseguita da Susan Tedeschi & Derek Trucks e reminiscente della versione storica di Joe Cocker. Tra Dublino, Parigi e Bamako si sono tenute le sessioni per The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan, con The Chieftains, Lisa Hannigan e Toumani Diabate, tuttavia ogni registrazione ha un suo luogo del cuore, e Herbie non si fa sfuggire l’occasione per incontrare personaggi meno vicini alle sue corde, ma non per questo di minore importanza per il progetto: così arrivano i duetti con Juanes, in “La Tierra”, e James Morrison, in una “A Change Is Gonna Come” da groppo in gola.
Los Lobos, K’naan e Tinariwen sono i protagonisti di “Tamatant Tilai/Exodus”, prima della beatlesiana e profetica “Tomorrow Never Knows”, con un maestoso Dave Matthews al canto, e del trascinante finale registrato a Mumbai, “The Song Goes On”, brano scritto dal coproduttore Larry Klein che ospita Anoushka Shankar al sitar, Chaka Khan e Wayne Shorter al sax soprano.
Parafrasando proprio il titolo della traccia conclusiva, con Herbie Hancock “la canzone continua” e prosegue fino ai giorni nostri: The Imagine Project si rivela un’opera interculturale riuscitissima, piena di speranza e volontà, che quindici anni dopo possiede ancora un significato più importante del periodo in cui è stata concepita.
