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MAKING MOVIESAL CINEMA
06/07/2020
Martin Scorsese
The Irishman
Quello narrato da Scorsese è un mondo, un misto di realtà e invenzione che nella sua potenza, in relazione alla Storia americana dello scorso secolo, ha pochi eguali, tra i quali torna alla mente il miglior Ellroy, quello di American Tabloid, con quella grande capacità di dare un'interpretazione credibile ai lati poco noti dei luoghi oscuri della terra dei sogni.

L'epica del mondo della malavita al suo crepuscolo, questo ci mostra col bellissimo The Irishman il regista Martin Scorsese, un lunghissimo discorso sul tramonto di un genere e sullo scorrere del tempo che facilmente può essere interpretato anche come la premonizione della fine di un modo di fare Cinema, di raccontare, legato all'avanzare dell'età di quello che è uno dei più grandi registi viventi (il più grande?) e di una generazione d'attori probabilmente irripetibile (senza nulla togliere agli ottimi eredi) che forse per un'ultima volta ci offrono una prova corale che ci permette finalmente di ammirare insieme in un film degno di questo nome Robert De Niro e Al Pacino (Heat - La sfida non conta, i due si incontrano pochissimo, Sfida senza regole era una mezza porcheria) entrambi qui a livelli sublimi, in più un Joe Pesci che nulla ha da invidiare agli altri, un grande maestro, e poi ancora Harvey Keitel (giustissima la sua presenza) e alcuni tra i più recenti protetti di Scorsese come Bobby Cannavale e Ray Romano, entrambi già visti nella splendida Vinyl ideata dallo stesso regista.

Quello narrato da Scorsese è un mondo, un misto di realtà e invenzione che nella sua potenza, in relazione alla Storia americana dello scorso secolo, ha pochi eguali, tra i quali torna alla mente il miglior Ellroy, quello di American Tabloid, con quella grande capacità di dare un'interpretazione credibile ai lati poco noti dei luoghi oscuri della terra dei sogni. Ha un tono di forte nostalgia The Irishman, tutto l'impianto epico del racconto di mafia sta sfumando verso il suo epilogo (che qui trova corpo con la morte di Jimmy Hoffa), Scorsese mette in scena tutto alla sua maniera con un approccio al Cinema che sembra quasi non si possa più prendere in considerazione, emblematica in questo senso l'uscita per Netflix, l'unica a volersi o potersi accollare le spese di una produzione costosissima (stesse difficoltà affondarono Vinyl dopo una sola stagione), pensare che un progetto come The Irishman, mica girato da un pinco pallino qualsiasi, sia stato rifiutato dalle major del Cinema fa riflettere. Un film nostalgico dicevamo, una prova d'amore di un regista per un tipo di Cinema che lui stesso ha contribuito a rendere grande e immortale, in questo senso The Irishman fa il paio con C'era una volta a... Hollywood di Tarantino, entrambi i film usciti nel 2019, entrambi candidati agli Oscar (vince poi Parasite), approcci alla materia molto diversi ma entrambi intrisi di passione e d'amore per la Settima Arte, e portati a compimento dai due autori seguendo il proprio stile d'elezione, vie diverse a un sentimento comune. Guardando The irishman si comprende in maniera perfetta cosa vuol dire il vecchio Martin quando afferma che "il cinecomics non è Cinema"; come gli si può dar torto e non capire il nocciolo della questione di fronte agli incassi di un Endgame e alla difficoltà di trovare fondi per un capolavoro come questo? Speriamo che il tramonto di Frank, di Jimmy, di Russell non sia l'avvisaglia della fine di un'epoca gloriosa per gli amanti della Settima Arte.

Per mettere in scena l'affresco corale che vede al suo centro l'irlandese Frank Sheeran (Robert De Niro) Scorsese ci propone un giro di giostra sul viale dei ricordi. Siamo a metà degli anni 70, Frank e il suo amico e boss della mafia Russell Bufalino (Joe Pesci) intraprendono un viaggio d'affari insieme alle rispettive mogli (Stephanie Kurtzuba e Kathrine Narducci). Sulla strada ricordano la storia della loro amicizia, l'ingresso di Frank nell'organizzazione mafiosa di Angelo Bufalino (Harvey Kietel), la scalata all'interno dei Teamster, il sindacato dei trasporti di Jimmy Hoffa (Al Pacino), l'amicizia sincera che lega Frank sia a Russell che a Jimmy, i rapporti d'affari non sempre semplici tra mafia e sindacato e tutti i legami di questi personaggi con la Storia americana: l'omicidio Kennedy, la baia dei porci, i casinò di Cuba, Trafficante, Giancana, Marcello e tutto quel romanzo criminale che è divenuto, anche grazie al Cinema, epica moderna. Scorsese lavora sui flashback per mettere in scena il passato, sceglie di farlo con gli stessi attori con un'opera impressionante di ritocco digitale, come a ribadire che il film è tutto loro, di quella generazione, il lavoro è notevole, soprattutto su De Niro, quello che aveva bisogno della svecchiata più imponente, riesce a lasciare intatte espressioni e talento di questi grandissimi interpreti (nonostante gli occhi azzurri di De Niro rimangano parecchio stranianti), quello che funziona un po' meno è forse il lavoro sui corpi, nel complesso si ha sempre l'impressione di trovarsi di fronte a dei vecchi ringiovaniti artificialmente, vuoi per la poca dinamica dei movimenti, vuoi perché questi attori li conosciamo (e li amiamo) troppo. L'operazione nel complesso è comunque più che riuscita, ci permette di non perderci nemmeno un attimo la gioia di vedere all'opera questo cast stellare. Il film è lungo, l'incedere è riflessivo, la violenza è contenuta, ci si sofferma sui personaggi, sulle amicizie, sul difficile rapporto di Frank con la figlia Peggy (Anna Paquin) che legge nel padre un uomo violento, infine sul tradimento.

Si apre con un piano sequenza interno, sui corridoi di una dimora per anziani dove Frank, unico ancora in circolazione, assiste alla fine di un'epoca, la stessa cosa che forse anche noi come spettatori stiamo facendo guardando The irishman. Per certi versi commovente.


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