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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
06/10/2026
Le interviste di Loudd + Live Report
The Lemon Twigs, 05/10/2026, Santeria Toscana, Milano
Serata pienamente riuscita quella dei Lemon Twigs al Santeria Toscana. Prima ancora dell'apertura ad alto tasso di rock and roll dei Plastic Family, però, ci concediamo una bella chiacchierata con i fratelli Brian e Michael D’Addario. A voi il racconto di com'è andata con parole e fotografie.

Quando Scott, il tour manager, mi fa entrare da una porta laterale nella sala della Santeria dove stasera è previsto il concerto, è ancora in corso il soundcheck. Tempo qualche minuto, giusto per trovare un posto tranquillo per potere sistemarci, e vengo raggiunto da Brian D’Addario, che del gruppo è una delle due menti creative. Prendiamo delle sedie e ci sistemiamo, in modo un po’ spartano, in una stanza che sembra un po’ un magazzino. Non è esattamente una location affascinante ma ha il vantaggio di tenerci al riparo dagli strumenti dei Plastic Family, che nel frattempo hanno iniziato a provare i loro suoni. Michael arriva poco dopo, saluta e si sistema dall’altro lato.

I due fratelli appaiono un po’ stanchi, complici i ritmi intensi del tour europeo (arrivano da Vienna e sono in Italia da qualche giorno, il 2 erano a Bologna, il giorno dopo a Roma, quella milanese sarà l’ultima data nella penisola) ma si dimostrano molto gentili e disponibili; fattore non da poco, se si considera che rilasciare un’intervista poco prima di salire sul palco non è un qualcosa che tutti gli artisti fanno volentieri. Giovanissimi (Michael è del 1997, Brian è più giovane di due anni) sono ormai dieci anni che fanno dischi, e se con le prime uscite erano rimasti ancora un fenomeno di culto per addetti ai lavori, a partire da Everything Harmony (2023), le loro quotazioni hanno iniziato a prendere il volo anche tra il pubblico, fenomeno confermato dal successivo A Dream is all We Know, che li ha consacrati come i più grandi eredi di quel guitar pop che, a partire dai Beatles e dai Beach Boys, passando per Big Star e Divine Comedy, ha saputo brillantemente plasmare gran parte della tradizione musicale anglosassone.

L’ultimo Look for your Mind ripropone la formula collaudata, con un’attenzione maggiore alle chitarre ed una minore presenza delle orchestrazioni. L’ingrediente principale, tuttavia, è sempre quello: canzoni dalle melodie clamorose, tutte potenziali hit e degne di stare accanto a capisaldi come Pet Sounds o Rubber Soul. C’è chi li ritiene eccessivamente derivativi per potere risultare interessanti, chi addirittura li derubrica a cloni veri e propri; la verità è che, mia umile opinione, se la cosa fondamentale in un gruppo sono le canzoni, allora i Lemon Twigs sono autori straordinari, le loro composizioni hanno una brillantezza ed un’efficacia che le rende classiche nel momento stesso in cui vengono pubblicate. E questo al di là di ogni discussione che si possa portare avanti in merito alla riconoscibilità delle loro influenze…

 

 

Ho letto un'intervista uscita subito dopo l'uscita di Look for Your Mind, in cui uno di voi, non ricordo chi ma forse era Brian, diceva che questo è un tempo di follia e che bisogna tenersi stretta la propria mente, aggrapparsi ad essa. Il titolo è arrivato prima delle canzoni o dopo?

Michael: No, la canzone è nata insieme alla musica. Esisteva già, e il disco ha preso il nome dal brano, che ci sembrava il titolo più orecchiabile.

 

Quindi riflette un po' i tempi che viviamo?

Brian: Sì, perché ci sono canzoni rivolte verso l'esterno, come "Bring You Down" e "Gather Round", e poi molte altre molto introspettive. Look for Your Mind ci è sembrato un buon modo di fare da ponte tra le due cose: il mondo esterno, infatti, lo vivi attraverso il tuo io interiore.

 

Nei due dischi precedenti, Everything Harmony e A Dream Is All We Know, mi sembrava ci fosse più ricchezza di orchestrazioni, cori e tastiere (è una mia opinione, magari sbaglio). Questo invece mi pare più crudo e diretto, più incentrato sulle chitarre. Avete ristretto il suono di proposito o è venuto così?

Michael: Stavamo facendo molti concerti dal vivo e ci sembrava di avere un bel suono con la band. Volevamo qualcosa che potessimo suonare in modo abbastanza fedele una volta in tour, dei pezzi che ci fosse semplice portare sul palco. Sono semplicemente le canzoni che avevamo, e non richiedevano molti arrangiamenti.

 

E finora, suonandole dal vivo, è venuto tutto naturale?

Lemon Twigs: Sì, con questo disco è molto più facile costruire una scaletta e fare uno show scattante e pieno di energia, rispetto a qualsiasi altro abbiamo fatto.

 

Chiedo anche perché non ho mai visto dal vivo, colpa mia: vi ho mancati tante volte. L'ultima volta siete stati a Bologna, lontano da me e in un giorno feriale, e per lavoro non ce l'ho fatta, poi ricordo un’altra volta al Primavera Sound ma c’erano troppe sovrapposizioni…

Brian: Vedrai che sarà un set molto energico… In compenso rende il set più energico.

 

Non vedo l'ora! Se non vado errato negli ultimi dischi gli altri membri della band hanno partecipato anche loro al processo di scrittura…

Brian: Loro scrivono canzoni e hanno i loro progetti: Reza (il batterista, NDA) ha una band, gli Uni Boys, e Danny (bassista e tastierista, NDA) fa cose a nome suo. I pezzi li scriviamo sempre noi, però loro due hanno suonato un po’ sull’ultimo disco.

Michael: Abbiamo fatto metà e metà: loro hanno messo un po' di batteria e altre cose, poi Brian e io abbiamo lavorato per conto nostro, ma li abbiamo coinvolti nella registrazione.

 

Quindi nell'arrangiamento e nella registrazione. La scrittura, invece, è solo vostra…

Michael: Sì, di solito facciamo tutto per conto nostro: io faccio le mie cose e Brian le sue, ma è nella registrazione che collaboriamo davvero.

 

Quando scrivete una canzone, partite semplicemente da una chitarra e la prima cosa che esce è il ritornello, e solo in seguito aggiungete altri elementi, oppure cambia ogni volta?

Michael: Ci sono tanti modi. Spesso mi piace non avere la chitarra, concentrarmi su una melodia e aggiungere gli accordi dopo. A volte, se ho lo strumento in mano, cado negli schemi. Oppure molte volte c'è un disegno strumentale che finisce per dare forma a tutto il resto.

Brian: A me piace scrivere sia al piano sia alla chitarra. E come Michael, partiamo o da una melodia o da una serie di accordi, e poi istintivamente senti: questa sembra una strofa, questo un ritornello, cose così.

 

Quindi provate, e assemblate i pezzi appena li scrivete?

Michael: È un lavoro che procede per tentativi ed errori. A volte sposti le cose. A volte scrivi due canzoni separate, le metti insieme e senti che il brano è completo. A volte ne scrivi due di fila e poi decidi: no, sono due canzoni distinte. Succede di tutto.

 

Sono curioso della copertina, molto diversa dalle altre, anche nella scelta del colore. Come decidete in generale l'aspetto di un disco? Scrivete le canzoni e poi pensate alla copertina che gli sta bene, o è andata così, soprattutto stavolta?

Michael: In realtà ci arrivano dei materiali con cui lavorare. Collaboriamo con un'artista, Eva Chambers, che è la mia ragazza. Prende i materiali e tira fuori qualcosa, e di solito il suo primo pensiero è il migliore, quindi andiamo con quello. Ha fatto gli ultimi tre dischi, e le copertine sono state belle: ogni volta sembravano subito il disco. Non ci facciamo troppe domande, facciamo come con la musica: provi e, se ti piace, la tieni.

Brian: Esatto. Diventa difficile quando inizi a pensarci troppo, a cercare il ragionamento che c'è dietro.

 

Sì, certo. E apprezzo che ogni volta che guardo i vostri dischi cambi la copertina, o sia proprio un'edizione completamente diversa.

Michael: Penso sia una buona cosa, perché chi compra i dischi può dire: "Ah, io ho quello nero, io quello blu". Anche se, in effetti, ci sono due dischi blu, e questo non va bene (Risate, NDA. Credo si riferisca a Songs for the General Public e a A Dream Is all We Know, che hanno entrambi lo sfondo azzurro, NDA).

 

Parliamo di influenze e del lato negativo della critica. Non è una mia opinione, perché siete una delle mie band preferite degli ultimi anni, ma ho letto recensioni che vi definiscono derivativi, ispirati agli anni Sessanta, ai Beatles, ai Beach Boys, oppure ai Big Star. Può essere un punto debole, ma secondo me le vostre canzoni sono così belle da stare naturalmente accanto agli originali. "Look for Your Mind", per esempio, mi ricorda qualcosa da Rubber Soul, per associazione, ma sta in piedi da sola: non è una copia, è una canzone meravigliosa. Quando scrivete, immagino che vi piaccia semplicemente la melodia e non vi poniate il problema, giusto?

Brian: Credo che se non indossassimo certi vestiti magari alla gente non importerebbe nemmeno, perché ci muoviamo nella tradizione di gruppi come Cleaners from Venus o Teenage Fanclub. Parlo di band arrivate dopo l'epoca del guitar pop originale e che l'hanno sicuramente ampliato, credo, in un modo che non è solamente nostalgico. Penso che molte di queste band ricevessero lo stesso nostro trattamento, solo che venivano recensiti meno.

Michael: Brian Jonestown Massacre, per dire… beh, lasciamo stare, non voglio dire che li amo. Magari loro sono anche più derivativi dei Teenage Fanclub o simili, rispetto ad alcune band che ascoltavo. Ma anche per loro: è così che funziona, fa parte del gioco.

Brian: Oppure pensa ai Primal Scream, che sono pazzeschi: estremamente derivativi, ma con elementi moderni.

 

Tra l’altro loro hanno bene o male sempre alternato: un disco classico e uno più moderno, elettronico…

Brian: Sì è vero!

 

La mia riflessione, ad ogni modo, è che oggi la cosa che conta davvero per una band, parlando di musica originale, sia avere grandi canzoni. Non so se siete d'accordo.

Michael: Se si guarda alla forma-canzone, allora credo che quello sia il punto. Ma c'è chi ancora fa musica nuova, come l'hyperpop e cose simili, generi che prima non esistevano. A volte però sono un po' pesanti per l'orecchio, a volte troppo intense, almeno per noi.

Brian: A volte sono bellissime, però.

Michael: Sì. Ci sono persone che fanno cose davvero nuove, è vero.

 

Parliamo del tour. Avete parlato dei pezzi nuovi, e ormai avete molti dischi, credo sette, più i vari singoli: una discografia ampia, quindi scrivere una scaletta per ogni tour può essere difficile. Ho notato che negli ultimi tempi tendete a suonare più canzoni nuove che vecchie. Lo trovo bellissimo, perché vuol dire che vi piace quello che scrivete e, secondo me, state migliorando: gli ultimi due dischi sono i miei preferiti. Siete d'accordo? Che ragionamento fate quando scegliete i brani?

Michael: Siamo assolutamente d'accordo. È diventato più facile cambiare la scaletta, soprattutto con il disco nuovo, perché possiamo suonare praticamente ogni brano.

Brian: Non è che vogliamo per forza suonarlo per intero, ma di lamentele per i pezzi vecchi non ne riceviamo molte. Se ne arrivassero tante, ci penseremmo. Invece ne arrivano solo alcune per tour, perché di solito ci sono molti fan nuovi, gente che ci conosce da Everything Harmony in poi. In questo senso siamo fortunati.

Michael: Sì, credo di sì. Ce la caviamo senza che nessuno protesti. E poi abbiamo iniziato così giovani che non ci sembra giusto essere nostalgici.

 

A volte succede purtroppo: pensate agli Arcade Fire. Tutti amano il primo album, e loro si sentono quasi obbligati a suonare quei brani. Eppure per me hanno fatto cose bellissime anche dopo il primo…

Brian: Noi non siamo mai stati così di successo, quindi per noi va bene.

Michael: Forse, se avessimo avuto un disco enorme… Del primo si è parlato, ma non è stato enorme. Il secondo, beh, l'hanno odiato tutti. Il terzo non se n'è accorto nessuno. Il quarto è andato decentemente, discretamente, probabilmente solo perché ci abbiamo suonato dal vivo fino allo sfinimento.

Brian: È stato tutto molto graduale, negli ultimi tre dischi. Ci ha un po' avvantaggiati.

 

Ricordo un’intervista che avete rilasciato a Rumore, quando eravate ancora agli inizi. Quella è stata la prima volta che ho sentito parlare di voi, però probabilmente qui in Italia il nome ha iniziato a circolare parecchio a partire da A Dream is all We Know

Michael: Sì.

 

Avete lavorato anche su brani di altri artisti, per esempio Weyes Blood, che amo moltissimo, e credo abbiate fatto qualche brano con Thundercat, tra gli altri…

Michael: Sì, esatto.

 

Com'è produrre canzoni per altri rispetto al lavorare sulle vostre? È una parte molto diversa del vostro lavoro, immagino…

Michael: È bello. Penso che aiuti essere in due, perché quando sei da solo con un artista non hai nessun appoggio se a lui non piace una tua idea. In due di solito siamo d'accordo, quindi riusciamo a imprimere la nostra identità su qualsiasi cosa stiamo facendo, e di solito il risultato è qualcosa che piace a noi.

Brian: Possiamo comunque fare qualcosa insieme. Se qualcuno decide di contribuire molto, o se è il suo progetto, o se non lo è e si limita a seguirci, riusciamo in ogni caso a tirare fuori qualcosa, perché ci arriveremmo comunque da soli. È bello, e credo che incoraggi l'altra persona ad aprirsi e a voler fare cose.

 

Ultima domanda, per curiosità: tra le tante canzoni che avete scritto, qual è la vostra preferita? Una o due, se volete.

Michael: Tra le nostre, direi… dì la tua.

Brian: Direi "Joy", dall'ultimo album.

Michael: A me credo piaccia "I Just Can't Get Over Losing You".

 

 

Fotografie dall'intervista, a cura di Emanuele Esposito

 

 

Arriva la sera ed è tempo che i concerti inizino, in apertura di serata troviamo i Plastic Family, quintetto olandese nato nel 2025 tra musicisti dell'underground locale, con un passato in realtà come The Colour Collection, FLEUR e The Hook. Hanno una manciata di singoli all'attivo, a partire dal 7" d'esordio “Love & Heartbreak in High School”, uscito a febbraio 2026 per Echo Archive Recordings, e ancora nessun disco. Colpiscono per un look appariscente e dal forte gusto retro. Alle loro spalle lo schermo proietta il logo della band, anch'esso molto vintage, così che tra luci, movenze, costumi e immagini sembra di essere all'interno di una puntata di Top of the Pops in un periodo indefinito tra il 1975 e il 1986.

La proposta musicale rispecchia l'aspetto esteriore. Loro citano come numi tutelari Wings, Supertramp, Big Star e Raspberries, ma rispetto agli headliner i suoni sono più robusti e l'impronta glam è maggiore, con non pochi rimandi ai T.Rex.

Mettono in mostra un songwriting efficace, tra ritmi ad alto tasso di rock and roll e melodie killer, con una componente strumentale molto valida che non disdegna saltuarie divagazioni nei finali. Qualche incertezza vocale qua e là, soprattutto quando le parti principali le prende in carico il bassista Tom Bruins. Da segnalare invece l'ugola potente e il carisma della cantante e tastierista Fleur Elman. Aspettiamo l’album ma l’impressione è che possano davvero fare strada.

 

Poco dopo le 21.30 è il turno dei Lemon Twigs, che prendono possesso dello stage sulle note rombanti di “My Golden Years”, seguita a ruota da una “I’ve Got a Broken Heart” che è un tripudio di armonie a la Brian Wilson. I quattro (oltre ai fratelli D'Addario, entrambi cantanti e chitarristi ci sono il batterista Reza Matin e il bassista e tastierista Danny Ayala) sono agghindati in efficaci outfit dal gusto seventies, il logo alle loro spalle cita sfacciatamente il font di Rubber Soul, e tutto, dalle movenze studiate nel dettaglio, alle luci e all'estetica sonora, richiama la Golden Age del rock and roll e affini. 

Prendeteli pure come una cover band con repertorio originale, se proprio non volete riconoscerne il talento compositivo, ma sarebbe difficile non ammettere che in sede live siano delle macchine da guerra. Ritmiche da paura, sempre tiratissime e ricche di groove, schitarrate potenti e armonie vocali orchestrate alla perfezione (cantano tutti e quattro con disinvoltura), sul palco vengono meno i lustrini e gli strati orchestrali, e quel che resta è la potenza del rock unita alla classe sopraffina delle linee vocali. 

Brian e Michael appaiono come rockstar navigate, senza parodiare la gestualità dei colleghi più illustri, ma è evidente che vivono il concerto come una grande performance, dove la finzione si carica di autoironia ma dove l'elemento giocoso non cancella la grandezza del repertorio proposto. 

Un pezzo via l'altro, quasi senza pause, scambiandosi ogni tanto gli strumenti, con Michael alla batteria e Reza alla chitarra, mentre Brian prende il basso e Danny si siede alle tastiere: in questo modo episodi come “Any Time of Day”, “They Don’t Know How to Fall in Place” e “A Dream is All I Know” godono delle aperture ariose dei tasti d'avorio, ma allo stesso tempo sono caratterizzate da un andamento ritmico molto più nervoso, tipico del modo in cui Michael interpreta il suo ruolo dietro le pelli. 

I brani sono tanti, perché durano poco e ci vengono buttati in faccia in rapida successione, così che già nei primi venti minuti ne hanno fatti una decina. Come anticipato nell'intervista, la parte del leone la fanno le cose più recenti, con “Look for your Mind”, “2 or 3”, “I Just Can’t Get Over Losing You” (monumentale), “Church Bells”, la potente “Bring You Down”, mentre “The One” risulta l'unico estratto da Songs for the General Public”. Grandiosi anche gli estratti da Everything Harmony, soprattutto “Ghost Run Free” e “In My Head”, probabilmente tra le cose migliori mai scritte dai due D'Addario. 

Nei bis rimane solo Brian, che regala due toccanti versioni per chitarra e voce di “Joy” e “Corner of your Eye”, prima che la band ritorni per una roboante “Rock On (Over and Over)”. 

Il pubblico, all'interno di una Santeria imballata e caldissima, ha risposto alla grande, cantando i ritornelli, battendo le mani e regalando ovazioni lunghissime tra un'esecuzione e l'altra. 

Serata pienamente riuscita, da parte di un gruppo che non nasconde da dove viene ma che ha tutte le carte in regola per diventare molto più grande di così. Sarà onestamente difficile che accada, anche in un'epoca così retromaniaca come quella odierna, ma sarà comunque bellissimo se continueranno a pubblicare dischi e ad andare in giro a suonare. Noi li aspettiamo a braccia aperte. 

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito

Lemon Twigs

 

Plastic Family

Se vuoi ripostare queste fotografie di Emanuele Esposito, tagga @emaxfotografia