Ogni tanto I Lemonheads riappaiono in scena e la sensazione che si prova è quella di ritrovare un vecchio amico col quale ci si era persi di vista senza un reale motivo.
Certo, è difficile stare dietro a un personaggio come Evan Dando, leader e unica figura stabile della band, un soggetto realmente imprevedibile, a dir poco. Per chi si fosse perso qualche capitolo, giova ricordare che i Lemonheads, dopo un periodo di warm-up nei tardi anni ’80, arrivarono al successo commerciale a inizio anni ’90 con gli album It’s a Shame About Ray (1992), Come on Feel The Lemonheads (1993) e una gagliarda cover di “Mrs. Robinson” trasmessa praticamente ovunque all’epoca.
Era un periodo in cui la scena alternative era in grande fermento e che vide di lì a poco l’esplosione del grunge. Oltre al successo commerciale della sua band, Evan Dando, bello da far invidia, finiva spesso e volentieri sulle copertine delle riviste non solo musicali. Il periodo di enorme notorietà, però, non durò. I Lemonheads non riuscirono a rimanere sulla cresta dell’onda e la loro parabola proseguì, ma ad altezze diverse e con parecchie pause.
Per quanto riguarda il frontman, le traversie vissute nel corso degli anni sono state tante e impossibili da riassumere, ma per i più curiosi il libro autobiografico dal significativo titolo Rumors of my Demise fornisce abbondante materiale. Comunque, il ritorno a Roma della band dopo quasi vent’anni per presentare l’album Love Chant, il primo di inediti dopo due decenni, ha destato grande curiosità.
Inoltre, la formula del Monk con il “Concerto Presto” (che programma i live dei giorni festivi nel tardo pomeriggio) la trovo comoda e azzeccata: non c’è niente di meglio che sostituire una sonnolenta domenica pomeriggio romana e i pensieri cupi del lunedì che incombe, con l’eccitazione di un live che poi ti lascia altro spazio e tempo per il prosieguo della serata.
Non sempre le cose vanno però come programmato, ma un pubblico curioso e abbastanza numeroso, composto da molti fan della prima ora, tutto sommato si dimostra ben disposto ad aspettare anche le 19.45, prima che Evan Dando, completo blu notte, capelli fluenti e barba curata si presenti sul palco con i suoi musicisti. Ne vale decisamente la pena.
L’attacco è affidato a “The Great Big No”, uno dei cavalli di battaglia del repertorio, giocato così, in apertura per cercare l’abbraccio del pubblico. Dando è rilassato e in buona forma, percepisce affetto e interesse intorno a lui e ricambia urlando alla fine del brano le frasi sconnesse in italiano che erano parte del testo di uno dei suoi primissimi brani. Il titolo è meglio non scriverlo, ma qualche appassionato storico è in sala e si unisce alla recita.
A seguire arrivano “58 Second Song” e “Roky”, due brani tratti dall’ultimo lavoro. Per salutare il pubblico romano accorso al locale, Dando rivela un ricordo personalissimo: “La prima volta che ho suonato qui anni fa, c’erano in corso i Mondiali di Calcio. Ricordo tantissime bandiere esposte alle finestre. Al concerto non venne quasi nessuno. Ma alla fine fu comunque una serata divertente!”
La scaletta prosegue alternando scelte classiche come “My Drug Buddy”e “It’s A Shame About Ray”, con tracce più recenti, tra le quali “Togetherness is all I’m After” e “Fear of Living”, brani che confermano la voglia della band di esplorare atmosfere differenti lungo tutto lo spettro espressivo del rock, attingendo anche a una folta selezione di cover. Tra queste nella prima parte del set spiccano la country “Speed of the Sound of Loneliness” (di John Prine) e una sorprendente “Snowblind” dei Black Sabbath.
“Big Gay Heart” e “Into Your Arms” fanno esplodere l’entusiasmo degli aficionados, seguite a ruota dalle energiche “The Turnpike Down”, “Rudderless” e “Stove”.
Farley Glavin al basso e John Kent alla batteria completano un power trio che non si risparmia affatto. I pezzi si susseguono a raffica, fino alle cover di “Come Back to Me” (degli X) e di “To Live is to Fly” (di Townes Van Zandt), che chiudono la prima parte dell’esibizione.
Evan Dando rimane sul palco, da solo con la sua chitarra e, accogliendo una richiesta dalla platea, attacca “Beautiful” (resa celebre da Christina Aguilera, ma scritta dalla penna di Linda Perry). Il brano faceva parte di un album di cover targato Lemonheads di qualche anno fa, ma la sua esecuzione coglie sempre quasi tutti di sorpresa.
Questo lungo momento in solitaria, ci ricorda il talento e l’amore per la musica dell’artista di Boston, capace anche qui di oltrepassare i generi e cambiare registro espressivo in maniera del tutto naturale nel contesto della stessa serata.
Al rientro degli altri componenti, lo show riprende con la carica che ormai conosciamo fino alla doppietta finale delle amatissime “It’s About Time” e “If I Could Talk, I’d Tell You”, con il congedo definitivo affidato come da tradizione a “Frank Mills”, estratta dal musical Hair.
Grunge, power pop, alternative rock, jangle pop, pop punk… nel corso del tempo si è cercato di etichettare i Lemonheads nei modi più disparati ed è stato sempre impossibile trovare un genere che sintetizzasse tutto il loro mondo musicale. Versatilità e imprevedibilità rimangono il tratto distintivo della band e del loro leader.
Quanto a quest’ultimo, a ogni modo, ci fa piacere constatare come questo vecchio leone, per nulla intaccato dai rumors della sua scomparsa (parafrasando il titolo del suo già citato memoir) sia invece alive and kicking, proprio come quel vecchio amico che non vedevamo da troppo tempo.
Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi

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