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REVIEWSLE RECENSIONI
The New Abnormal
The Strokes
2020  (RCA/Cult Records)
ROCK POP
8/10
all REVIEWS
20/04/2020
The Strokes
The New Abnormal
Sincero, onesto ed emotivamente vulnerabile, “The New Abnormal”, sesto album in studio degli Strokes, è un trionfo sorprendente e gratificante. Pensavamo di averli definitivamente persi e invece sono tornati con il loro miglior lavoro da quindici anni a questa parte.

Due anni fa Alex Turner aveva aperto l’ultimo album degli Arctic Monkeys, Tranquillity Base Hotel + Casino, affermando che avrebbe voluto essere uno degli Strokes. Ma, a quanto pare, nel corso degli ultimi tre lustri, nessuno membro degli Strokes ha invece particolarmente amato far parte della propria band. L’ultimo lavoro del quintetto newyorchese, l’Ep Future Present Past (2016), anzi, sembrava proprio indicare come l’avventura fosse definitivamente giunta al capolinea. Presentato senza squilli di tromba e pubblicato dalla piccola etichetta discografica di Julian Casablancas, l’Ep era stato realizzato da una band estremamente divisa, che vedeva ogni componente del gruppo ormai concentrato sul proprio progetto solista. Casablancas non mancava di far sapere quanto amasse lavorare con i The Voidz piuttosto che con gli Strokes, Albert Hammond Jr. proseguiva a pubblicare i propri album di cantautorato Rock, Nick Valensi era concentrato sui CRX ( prossimi alla pubblicazione di un album di debutto prodotto da Joshua Homme dei Queens of the Stone Age), Nikolai Fraiture aveva appena formato i Summer Moon con Stephen Perkins dei Jane’s Addiction e Camila Grey degli Uh Huh Her, e Fabrizio Moretti si stava concentrando sulla propria carriera nelle arti visive. Insomma, la perfetta fotografia di una band giunta al capolinea, spaccata da costanti tensioni interne, amplificatesi a dismisura durante la difficile lavorazione di Angles (2011) e Comedown Machine (2013).

Quattro anni dopo la situazione sembra essere radicalmente cambiata, come ha potuto constatare chi ha assistito alle prime due puntate della talk serie 5 guys talking about things they know nothing about, nella quale gli Strokes chiacchierano su Zoom in un’atmosfera di totale relax, dove armonia, cameratismo e buonumore regnano sovrani. Un risultato di cui (stando ai bene informati) è molto probabile sia stato responsabile Rick Rubin, che ha affiancato i cinque durante la lavorazione di The New Abnormal comportandosi come un buon padre di famiglia, impegnato prima a ricostruire il rapporto umano che legava questi cinque ragazzi della New York bene e poi a capire che cosa potessero esprimere di nuovo dal punto di vista artistico. Come ha sottolineato Casablancas, è molto probabile che Rubin abbia volto lavorare con gli Strokes proprio per riavvicinarli, considerando un’occasione sprecata il loro progressivo allontanamento.

Ovviamente gli Strokes del 2020 non sono più quelli di Is This It, pubblicato poco più di 19 anni fa. Uno degli ultimi album veramente universali, che ha consacrato la band ma che, allo stesso tempo, è stato anche la sua maledizione, come è successo anche agli Interpol con Turn On the Bright Lights: una pietra di paragone rispetto alla quale è stata misurata tutta la loro produzione successiva, uscita ingiustamente sconfitta. Sia Room on Fire (2003) sia First Impressions of Earth (2006), infatti, all’epoca della loro pubblicazione stroncati aspramente, ora stanno subendo un lento e graduale processo di rivalutazione.

Insomma, nonostante appaiano quasi identici a quando avevano vent’anni, a parte qualche capello bianco in più, gli Strokes nel corso degli anni hanno accumulato un bel bagaglio di esperienze da quando bazzicavano i club del Lower East Side a Manhattan, prima di venire adottati dalla stampa musicale inglese ed essere lanciati nel resto del mondo dando il via a quella che forse è stata l’ultima generazione di Rock band, che comprendeva nomi come The Libertines, The White Stripes, The Killers, The Kings of Leon, Franz Ferdinand, Interpol, Yeah Yeah Yeahs e Arctic Monkeys.

Registrato a Malibù, in California, negli studi Shangri-La di Rick Rubin, a pochi passi dall’Oceano Pacifico, The New Abnormal – il cui titolo, riferito al global warming e a quanto detto dall’ex governatore della California Jerry Brown durante gli incendi che hanno colpito Malibu nel 2018, in queste settimane di pandemia globale da COVID-19 risulta ancora più calzante – è senza dubbio il miglior lavoro che la band abbia realizzato da almeno quindici anni a questa parte. E se da un lato è una sorta di aggiornamento del tipico sound à la Strokes originario – un mix di Velvet Underground, Television, Ramones, The Cars e Tom Petty –, dall’altro è anche un viaggio verso territori inesplorati o toccati solo in parte, come il Pop Rock degli anni Ottanta e l’Elettronica retrò, il tutto puntellato da un’atmosfera di costante malinconia e nostalgia. Una serie di stili ed emozioni che fino a oggi avevano raramente trovato spazio in un album degli Strokes per più di una canzone e che invece in The New Abnormal vengono estesi per tutti i 45 minuti di durata del disco.

Sarà la sensazione di aver sprecato gran parte del proprio potenziale ­– un timore che sta diventando sempre più ricorrente in chi è nato nella terra di nessuno a cavallo tra la Generazione X e la Generazione Y – oppure l’ombra del recente divorzio di Julian Casablancas, fatto sta che The New Abnormal è costantemente permeato da una sensazione di tristezza e vulnerabilità. Per la prima volta, alla sfacciataggine e all’arroganza, gli Strokes preferiscono l’emotività e la fragilità. E non è un caso che, con l’eccezione di un paio di canzoni, comprensibilmente scelte come singoli, i pezzi più Rock siano in netta minoranza. Infatti, se si escludono “The Adults Are Talking”, con le sue chitarre intrecciate e la sezione ritmica galoppante (tanto che sembra una outtake di Room on Fire), e “Bad Decisions”, in cui emerge il lato edonista del gruppo, che qui omaggia un po’ i Modern English e un po’ i Gen X di Billy Idol di “Dancing with Myself”, i pezzi più interessanti di The New Abnormal sono proprio quelli che si allontanano dal classico formato Strokes, a partire da “At the Door”, una ballata per voce e sintetizzatore a metà strada tra il Casablancas solista di Phrazes for the Young (2009) e i Daft Punk di Discovery (2001, con un video che ricorda molto da vicino l’anime Interstella 5555 che il duo francese ha realizzato con il “papà” di Capitan Harlock Leiji Matsumoto). E se all’apparenza “Brooklyn Bridge to Chorus” sembra spensierata e sbarazzina, con i suoi synth à la Human League, il ritornello (“I want new friends/But they don’t want me”) è una vera e propria ammissione di sconfitta, così sinceramente onesta da fare male. Un sentimento, questo, che ammanta anche “Why Are Sundays So Depressing”, una canzone triste come il titolo che porta e nella quale Casablancas si mostra vulnerabile come non mai. E se in “Selfless” Julian sfoggia (finalmente) un ottimo falsetto e “Not the Same Anymore” è una vera e propria torch song dai sapori Soul piena di recriminazioni (“I was afraid/I fucked up/I couldn’t change/It’s too late”), “Eternal Summer” è un pezzo che sembra uscito dal primo disco dei Power Station, nel quale il Rock flirta con l’R&B e i Psychedelic Furs di “The Ghost of You” vengono citati esplicitamente. Chiude l’album “Ode to the Nets”,  all’apparenza un inno alla squadra di baseball preferita di Casablancas ma in realtà un pezzo sull’abbandono e sulle cose che – inevitabilmente – finiscono.

A sette anni dall’ultimo album in studio e dopo almeno un lustro sprecato tra ripicche e recriminazioni, gli Strokes oggi sono dei reduci ammaccati e feriti più nello spirito che nel corpo. Non avessero pubblicato un disco così bello, onesto, sincero e convincente, avremo avuto tutto il diritto di inserirli nella categoria delle promesse non mantenute, oppure in quella delle meteore. Invece The New Abnormal, con il suo titolo così perfetto per questo tempo sospeso e la meravigliosa copertina tratta da “Bird on Money” (1981) di Jean-Michel Basquiat, è qui a ricordarci come i cinque newyorchesi siano ancora capaci i fare ottima musica, piena di passione, impegno e creatività. Insomma, come ha detto Casablancas durante lo show di Capodanno a Brooklyn «The 2010s, whatever the fuck they’re called, we took ‘em off. And now we’ve been unfrozen and we’re back».


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