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REVIEWSLE RECENSIONI
14/01/2026
Agriculture
The Spiritual Sound
Una delle sorprese del 2025 nel campo della musica estrema arriva da Los Angeles: con The Spiritual Sound gli Agriculture rinnovano il black metal intrecciando spiritualità, impegno politico e fragilità emotiva.

C’è qualcosa di profondamente americano (nel senso più vasto e contraddittorio del termine) nell’idea che quattro musicisti di Los Angeles, una città costruita sulla finzione e sulla promessa di una vita migliore, decidano di chiamare la loro musica “ecstatic black metal”. È una definizione che di primo acchito sembra voler dire tutto e niente, ma che, a guardarla bene, contiene invece il desiderio di dare un nome a quel caos dell’anima che spesso caratterizza certi slanci creativi. È un’etichetta che rispecchia un’urgenza, una fame; forse anche una certa disperazione.

Gli Agriculture esistono soltanto da quattro anni, eppure sembra siano in scena da molto più tempo. Forse perché ogni loro nuova uscita (che fosse l’EP The Circle Chant del 2022, il debutto omonimo del 2023 o l’EP Living Is Easy del 2024) ha avuto la determinazione delle cose che non chiedono permesso. Una sequenza serrata, quasi compulsiva, che culmina adesso con The Spiritual Sound, un disco che non sembra tanto un punto di arrivo quanto la testimonianza di un processo in divenire.

 

Uscito lo scorso ottobre, The Spiritual Sound dura quarantaquattro minuti, come un tragitto urbano medio in una città congestionata come L.A., oppure come quel leggero momento di dormiveglia prima dell’alba. E dentro quei minuti si trova una tensione che ricorda certe opere letterarie che non raccontano una storia, ma uno stato d’animo. La band dice che il disco parla di sofferenza, gioia e amore, ma nessuno parla mai davvero solo di queste tre cose senza parlare anche di tutto il resto: il quotidiano, il tempo che passa, le ferite invisibile che ognuno si porta dietro, la speranza vana di trovare un equilibrio.

Musicalmente, l’album è un collage inquieto: black metal, blackgaze, post-metal, sludge, post-hardcore, addirittura tocchi di shoegaze. Una mescolanza che potrebbe risultare artificiosa se non fosse che qui, invece, mantiene la coerenza nervosa dei pensieri che si accavallano in una mente insonne. La prima metà del disco è un vero e proprio fiume in piena, fatto di chitarre claustrofobiche, voci urlate che arrivano come ventate improvvise, blast beat che sembrano un martello pneumatico. Nella seconda parte, invece, la musica rallenta, lasciando respirare l’ascoltatore: lo spazio tra le note diventa importante quanto le note stesse, ed è come se la band scivolasse gradualmente dall’isteria alla contemplazione, dal corpo alla mente, dallo yin (il nero) allo yang (il bianco).

Questa struttura non è un caso. Con in “My Garden”, il brano d’apertura, si entra senza preavviso in un territorio ostile, come se la band (il cantante e chitarrista Dan Meyer, la cantante e bassista Leah B. Levinson, il chitarrista Richard Chowenhill e il batterista Kern Haug) volesse allontanare gli ascoltatori casuali con una tempesta di suoni. Ma è solo un attimo: nel ritornello i quattro alleggeriscono l’atmosfera del brano e accompagnano chi è rimasto fin lì nel vero, intimo nucleo della band – come se prima gli Agriculture ci avessero strattonati e poi, in un muto gesto di scuse, ci avessero accarezzati.

 

Le tracce successive ampliano questo movimento oscillatorio. “Flea” incrocia noise rock e shoegaze, “Micah (5:15 am)” sembra la trasposizione in musica di quell’ora in cui ci si sveglia senza motivo poco prima dell’alba con la mente già piena di pensieri, mentre “The Weight” ha la tensione del black metal ma l’attitudine del punk. E quando arriva “Dan’s Love Song”, è come assaporare una boccata d’aria fresca, grazia a una melodia sospesa fortemente debitrice di band come i My Bloody Valentine o gli Slowdive. Poi però è il momento di “Bodhidharma”, il cuore pulsante del disco, un brano che riesce a mettere insieme violenza, meditazione e trance. È un percorso, questo, che rimanda alla tradizione del buddismo zen che ispira il gruppo, ma anche alla lotta quotidiana di chi (battiatanamente) cerca un centro in un mondo che continuamente lo sposta.

Tutto ciò acquista ulteriore profondità grazie alla presenza di due voci, quella più calma e meditativa di Dan Meyer e quella furiosa e tagliente di Leah B. Levinson. A seconda dei casi, il loro è un dialogo, altre volte un litigio, in altre volte ancora una confessione reciproca. Le loro voci nel corso di The Spiritual Sound incarnano il dualismo che attraversa la loro musica: dolore e amore, caos e lucidità, rabbia e compassione. Allo stesso modo, la produzione (curata dagli stessi membri della band) evita la trappola del “troppo”: del troppo compresso, del troppo pulito, del troppo denso. I quattro lasciano che il rumore rimanga rumore e che i momenti meditativi rimangano sospesi in una sorta di limbo sonoro.

 

L’album è caratterizzato anche da un forte contenuto politico, persino civile. Il modo in cui Leah affronta temi come l’identità queer e il rifiuto dell’idea che la sofferenza sia un vicolo cieco appare in netto contrasto con la tradizione del black metal, spesso avvolto in un’estetica nichilista; ed è proprio questo scarto a rendere gli Agriculture una presenza unica nel panorama contemporaneo, più vicina all’“American way of black metal” di band come Deafheaven e Liturgy che ai loro epigoni europei con i volti pittati di bianco.

Naturalmente, un disco così non può piacere a tutti. Alcuni lo troveranno incoerente, eccessivamente frammentato, mentre altri lo vedranno come un esperimento che sconfina nell’eccesso e nell’autoindulgenza. E hanno tutti ragione, in un certo senso. The Spiritual Sound è un album che chiede molto: chiede attenzione, chiede disponibilità, chiede un ascolto attivo, quasi partecipativo. Insomma, non è un disco che concede scorciatoie o risposte immediate: nonostante le chitarre in palm muting e i blast beat, per intenzioni ed esecuzione è più vicino alla filosofia musicale di Ethel Cain che a quella dei Testament.

 

Insomma, saranno in giro da poco, ma con The Spiritual Sound gli Agriculture hanno già dimostrato di possedere una maturità sorprendente. Se il debutto sulla lunga distanza del 2023 mostrava già una direzione musicale ben precisa e l’EP successivo la ampliava, grazie a questo secondo album la band trova la quadratura del cerchio del proprio sound. In un genere che spesso si fossilizza riproponendo all’infinito lo stesso identico canovaccio sonoro con minime variazioni per non scontentare i fan più oltranzisti, la band losangelina si muove fregandosene delle regole – e questo atteggiamento iconoclasta non può che essere una vera e propria boccata d’aria fresca. Ecco perché The Spiritual Sound è un disco importante non solo per gli Agriculture, ma per il metal in generale.

Alla fine dell’ascolto, una volta sfumate le ultime note di “The Reply”, sontuoso brano di chiusura che vede ospite Emma Ruth Rundle, la sensazione che resta è quella di aver ascoltato un album difficile ma non ostile, che non consola (è vero) ma che insegna una delle cose più difficili e faticose da mettere in atto: la rivoluzione attraverso l’empatia. E forse questo, oggi, è un gesto ben più radicale di qualunque banale atto di violenza sonora.