Nella storiografia del Novecento sonoro, la musica rock cessa di essere, per una frazione di secondo, ma dilatata all'infinito, un mero rito di aggregazione giovanile per mutarsi in una spietata, claustrofobica seduta psicoanalitica collettiva; quell'istante coincide storicamente ed emotivamente con lo schianto di un bombardiere in picchiata che, squarciando il velo dell'illusione estetica, apre le porte di carne e sangue del prologo "In the Flesh?", deflagrando in un tripudio di chitarre distorte e magniloquenza wagneriana.
È il 1979 e i Pink Floyd, reduci dall'alienazione mastodontica dell'epico tour di Animals, culminato nel celebre sputo di Roger Waters a un fan esagitato nello stadio di Montreal, consegnano alla storia un'opera senza eguali che è al contempo requiem per un'epoca e un'autobiografia di inaudita ferocia, un cortometraggio sonoro dove il trauma personale diventa manifesto universale.
Il sipario si alza sulle macerie fumanti della Seconda Guerra Mondiale, ombra lunga e asfissiante che permea il codice genetico dell'intero disco: il vagito della nascita in "The Thin Ice" è già una condanna, cullato da uno splendido incedere pianistico prima che la chitarra di David Gilmour affondi la lama in un assolo lancinante che preannuncia il gelo dell'esistenza. L'essere orfano è il primo mattone, il peccato originale di un'identità frammentata, cristallizzato nel lamento esangue di "Another Brick in the Wall (Part 1)", dove le chitarre ritmiche indugiano su ritardi spettrali e la voce di Waters si fa sussurro spettrale per declamare: "Daddy's flown across the ocean / Leaving just a memory" ("Papà è volato oltre l'oceano / Lasciando solo un ricordo"), un epitaffio dedicato a Eric Fletcher Waters, caduto ad Anzio nel 1944.
L'impalcatura concettuale si erge inesorabile, scivolando nell'oppressione sistemica di "The Happiest Days of Our Lives", in cui il rullante marziale e il basso pulsante mimano l'incedere di un plotone d'esecuzione scolastico, fino a esplodere nella geniale intuizione: quel battito disco a quattro quarti in "Another Brick in the Wall (Part 2)" che tramuta la nevrosi individuale in un inno di ribellione globale, per i bambini soggiogati che si alzano in piedi contro il tritacarne dell'educazione vittoriana.
Ma il nemico non è solo all'esterno; alberga tra le mura domestiche, dove l'arpeggio di chitarra acustica in "Mother" culla l'ascoltatore in un morboso abbraccio iperprotettivo, dispiegandosi su un tempo dispari (un 5/4 che scivola nel 4/4) che restituisce tutta l'instabilità emotiva del rapporto materno, prima che la Stratocaster di Gilmour, con un tono limpido e al contempo tragico, si innalzi in uno dei soli più lirici e sofferti del decennio, a sigillare un cordone ombelicale fatto di filo spinato.
La narrazione procede come un carrello cinematografico, inesorabile e senza stacchi di montaggio: il protagonista, Pink, ormai rockstar alienata e alter ego di Waters con i fantasmi di Syd Barrett a fargli da specchio deformante, sprofonda nell'edonismo vuoto di "Young Lust", un hard rock poderoso che è pura superficie, la maschera dietro cui si cela il vuoto cosmico di "Empty Spaces".
I sintetizzatori analogici tessono trame oscure, dissonanti, che deflagrano nella schizofrenia domestica di "One of My Turns"; qui la scocca sonora si spacca a metà, passando dal vuoto silenzioso della stanza d'albergo a un'esplosione sincopata di furore e distorsione, dove il rumore dei vetri infranti e dei televisori distrutti diviene partitura, fino a collassare nella depressiva "Don't Leave Me Now", in cui le tastiere dissonanti di Richard Wright respirano come i polmoni di un moribondo. È la fine.
"Goodbye Cruel World" è l'ultimo mattone che si posa, un giro di basso minimale e disadorno che sigilla la tomba: il Muro è completo, l'isolamento è totale. Inizia qui la discesa agli inferi del secondo disco, un capolavoro di ricerca interiore che si apre con l'arpeggio classico, algido e disperato, di "Hey You"; un brano di caratura immensa, dove il basso (suonato eccezionalmente da Gilmour) scivola come un'ombra e la richiesta di contatto esplode in un grido che squarcia il petto: "Don't help them to bury the light / Don't give in without a fight" ("Non aiutarli a seppellire la luce / Non arrenderti senza combattere"), ma dall'altra parte non c'è che il vuoto cosmico di "Is There Anybody Out There?", accompagnato da una chitarra classica di derivazione iberica che risuona in una stanza ormai sigillata, priva d'aria.
Il particolare viaggio nell'oltretomba di Waters tocca l'abisso della solitudine in "Nobody Home", ballata per pianoforte, dove il cantautorato confessionale si fonde con le orchestrazioni malinconiche di Michael Kamen, per poi tramutarsi nel delirio nostalgico e traumatico di "Vera" e nella parata grottesca e magniloquente di "Bring the Boys Back Home", in cui timpani e cori orchestrali innalzano un monumento al dolore bellico.
È in questo baratro che sboccia il loto nero del capolavoro, la vetta inarrivabile: "Comfortably Numb". L'interazione tra la dolente strofa sospinta dal basso e dalla cadenza letargica di Waters, e l'apoteosi melodica del ritornello cantato da Gilmour, crea uno sbalzo termico ed emotivo che trascende l'esperienza dell'ascolto; è il trionfo dell'anestesia farmacologica sul dolore dell'esistenza, magistralmente sintetizzato nei versi "There is no pain you are receding / A distant ship smoke on the horizon" ("Non c'è dolore, ti stai allontanando / Il fumo di una nave lontana all'orizzonte"). I due assoli di Gilmour non sono semplici virtuosismi, ma entità narrative: il primo è una carezza malinconica, un raggio di luce pallida che filtra attraverso le crepe, mentre il secondo, posto in chiusura, è un uragano scarlatto, un urlo strabiliante e saturo, che strappa il cuore dal petto, per lanciarlo contro l'indifferenza dell'universo.
Eppure, "lo spettacolo deve continuare", e Pink, ormai svuotato di ogni residuo di umanità, muta nel suo stesso carnefice: il dittatore fascista. "In the Flesh" (senza punto interrogativo) riprende il tema d'apertura ma lo distorce in una mostruosa parata totalitaria; il ritmo si fa marziale, paranoico, culminando nell'inseguimento claustrofobico di "Run Like Hell", un muro ritmico insormontabile, minaccioso, un galoppo infernale che spinge la folla verso il delirio purista e razzista di "Waiting for the Worms". I megafoni, i cori da "cavalcata delle valchirie" e i riff pesanti come incudini trasformano l'alienazione in violenza di massa, finché la mente non collassa su sé stessa richiedendo il giudizio finale ne "The Trial".
Qui i Pink Floyd abbandonano definitivamente il rock per abbracciare l'opera espressionista e il cabaret della Repubblica di Weimar; un'orchestra di novanta elementi fa da sfondo a un processo kafkiano dove Waters recita tutti i ruoli (il maestro, la moglie, la madre, il giudice Verme) in un crescendo di follia teatrale che raggiunge il climax nell'epitaffio definitivo: "Since, my friend, you have revealed your deepest fear / I sentence you to be exposed before your peers / Tear down the wall!" ("Poiché, amico mio, hai rivelato la tua paura più profonda / Ti condanno a essere esposto davanti ai tuoi simili / Abbattete il muro!"). Un'esplosione immensamente sublime, la polvere, il silenzio.
Il muro crolla, l'animo nudo viene esposto alla luce fioca della civiltà. Ma non c'è redenzione nella circolarità del trauma; l'album si chiude sul folk bucolico di "Outside the Wall", accompagnato dal suono di una fisarmonica e da un coro di voci bianche, mentre una voce fuori campo sussurra "Isn't this where...", completando la frase "we came in?" che apriva il disco, rivelando l'infinita, tragica, inesorabile condanna della condizione umana, condannata a costruire e distruggere sé stessa, per l'eternità, in questo monumentale e insuperabile capolavoro di alienazione e genio assoluto, fatto a immagine e somiglianza di Roger Waters.
