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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
09/09/2026
Live Report
The Zen Circus, 07/09/2026, Castello Sforzesco, Milano
Nell'"ultimo maledetto lunedì d'estate", Milano ha passato la serata "al male" in compagnia degli Zen Circus, in un Castello Sforzesco sold out pieno di ex-ventenni pronti a "fare casino" e forse, chissà, anche una piccola rivoluzione.

Lunedì 7 settembre 2026 è stato l’“ultimo maledetto lunedì d’estate”, come gli Zen Circus hanno rinominato il live di chiusura del tour estivo per la promozione del disco Il male, pubblicato a settembre 2025. Dopo un’intera “estate al male” (denominazione del tour appena conclusosi), Andrea Appino, Massimiliano “Ufo” Schiavelli, Karim Qqru e il “Maestro” Francesco Pellegrini approdano sul palco del Castello Sforzesco di Milano per chiudere in uno dei luoghi più suggestivi della città. Il loro ingresso sul palcoscenico non passa di certo inosservato: davanti agli occhi del pubblico, in trepidante attesa dei suoi artisti preferiti, appaiono al suono della “Imperial March” di Darth Vader.

Sono essi stessi, durante il concerto, a sottolineare la bellezza e il valore storico della location che li ospita, aggiungono, però, una “piccola” postilla all’elogio della cornice in cui ha luogo lo spettacolo: "è indubbiamente bellissima", come sottolinea il bassista Ufo, ma il gruppo, quando ne ha l’occasione, è più incline a “guastare la festa”, di conseguenza, l’ammirazione per il luogo circostante viene coronata dall'esecuzione di “Andate tutti affanculo” (dall’album omonimo del 2009). Non è il solo brano storico che il gruppo esegue durante il concerto, che appare come un progressivo ripercorrere alcune delle tappe fondamentali della sua carriera: dall’esordio con “Il male”, canzone d’apertura dell’omonimo disco di più recente pubblicazione, fino alla riproposizione di alcuni dei brani più vecchi della loro discografia, come “Vent’anni” e “Figlio di puttana” (entrambi contenuti in Villa Inferno). Il concerto si delinea quindi come la sintesi non soltanto di un tour ormai esaurito, ma anche di una carriera della durata di poco più di trent’anni.

 

Il tempo - che è anche uno dei temi portanti della produzione musicale degli Zen Circus - con il suo passaggio non sembra condizionare negativamente la loro performance: appare evidente (e lo sottolineano più volte durante il live) come siano ancora animati dalla voglia di “fare casino”. A questo proposito, per tutti coloro che partecipano al concerto, vige una sola regola di fondamentale importanza: “più voi fate casino, più noi facciamo casino”. Il pubblico milanese che riempie il cortile del Castello Sforzesco (o, per dirla alla Ufo, del “Cristallo Sfarzesco”) in una serata sold out come quella del 7 settembre, non manca di rispondere attivamente all’appello, esordendo persino con un “Venite fuori, str***i” ancora prima che i nostri salgano sul palcoscenico.

Non importa che tu abbia vent’anni, due volte vent’anni, tre volte vent’anni o, persino, quattro volte vent’anni (come il frontman Appino suggerisce ironicamente in riferimento al bassista alla sua destra), perché alle prime note della canzone “Vent’anni” sarai pronto a cantare a squarciagola e a saltare a ritmo di musica. Persino il batterista coglie l’occasione per abbandonare momentaneamente la sua postazione e partecipare al coro di ventenni (e, osservando la maggior parte del pubblico presente, non più tali), che accompagna la chitarra di Appino e il basso di Ufo.

Se la voce del gruppo può affermare nel ritornello “Io quando avevo vent’anni avevo sonno”, che cosa posso dire io della me ventenne che già ascoltava gli Zen Circus? Mi viene subito in mente “Ilenia”, brano de La terza guerra mondiale del 2016 (suonata a circa metà della scaletta), che fino a qualche anno fa ascoltavo a ripetizione. Nel viaggio di andata verso il concerto mi sono detta che sentire dal vivo anche solo questa canzone mi avrebbe lasciata soddisfatta, questa sola, persino a dispetto del resto del concerto. Quando l’ascoltavo, infatti, sentivo che mi rappresentava efficacemente e mi aggrappavo soprattutto al verso “Ilenia, qui le piazze sono affollate ma innocue; ormai le piazze fanno rivoluzioni solo quando sono vuote”, che mi sembrava sommamente veritiero e osservabile attorno a me. Eppure, di fronte alla folla accalcata sotto il palco del Castello, manifestante entusiasmo a ogni brano che si susseguiva nella scaletta, ho avuto l’impressione che ci fosse la speranza che una piazza affollata non si rivelasse più innocua,  e che il raccoglimento di tutte quelle persone giovasse alla realizzazione di un bene autentico, non di un “bene artificiale”, al quale il male, come suggerisce la canzone stessa “Il male”, risulterebbe preferibile.

 

Era impossibile non notare un certo contrasto fra un recentissimo disco a tratti cupo e visibilmente impegnato e un live, invece, gioioso e molto energico. Com’è possibile tutto ciò? Qual è il segreto di questo invidiabile e condivisibile bipolarismo? Forse la risposta risiede direttamente nella musica: anche se, per dirla alla Zen Circus, “Non voglio ballare” (uno dei primi brani nella scaletta, ancora una volta da La terza guerra mondiale) è innegabile che valga ancora il buon vecchio “Canta che ti passa”, motto popolare e singolo della band pubblicato nel 2022.

Mi è venuto il sospetto, però, che per Appino non sia stato sufficiente cantare per “farsela passare”: quale modalità migliore, allora, se non fare un bagno di folla? La parola “bagno” in questo caso non è usata in senso metaforico, visto che era attrezzato di un canotto gonfiabile per farsi trasportare con facilità dal pubblico, che lo ha accolto letteralmente a braccia aperte e, per di più, ha avuto l’occasione di rinfrescarsi per davvero grazie ai gavettoni che, con sua sorpresa, i suoi amici e collaboratori gli hanno lanciato in grande quantità dal palco. D’altronde, in questo modo, non si può negare che la differenza fra un’estate “al male” e un’estate “al mare”, persino a Milano, diventi piuttosto sottile!

 

Non so dire se, dopo una scaletta già abbastanza densa, il bis sia arrivato perché ci si aspettava quella che Appino stesso ha descritto come, testuali parole, la “str*****a dei bis” o se, invece, a richiamare i membri del gruppo sul palco sia stata una dichiarazione a voce alta dal pubblico, che grosso modo faceva così: “Ho pagato 35 euro per “L’anima non conta””, presupponendo, dunque, che fosse assolutamente il caso di farla per l’occasione. Sta di fatto che al ritorno degli Zen Circus sul palcoscenico, seppure non con particolare sorpresa, si sono succedute ancora un paio di canzoni: e sì, “L’anima non conta” (sempre da La terza guerra mondiale) non è mancata, la stessa canzone che meno di una settimana fa ha spento la bellezza di dieci candeline.

Per concludere definitivamente il live, la scelta degli Zen Circus è ricaduta su “Viva”, uno dei brani più rappresentativi di Canzoni contro la natura (2014). Non fa forse sorridere la combinazione fra l’apertura del concerto all’insegna de “Il male” e, allo stesso tempo, la chiusura del medesimo urlando la parola “Viva”? Sembra di avere a che fare con due concetti all’apparenza antitetici, ma che in realtà sono fortemente simbiotici: è proprio così che abitualmente si affronta il dolore, che così spesso è nominato nei brani proposti dagli Zen Circus: barcamenandosi, cioè, fra la cupa consapevolezza che emerge da “Nati per subire” (dall’album omonimo del 2011) e la sensazione di poter spezzare finalmente le “Catene” (da Il fuoco in una stanza, 2018), che ci tengono avvinti all’oscurità che inevitabilmente si annida dentro tutti noi.

 

Pur prendendo parte a un’occasione collegiale come un concerto, può capitare di concordare con un piccolo passo di “Non voglio ballare”: nel brano, infatti, compare una frase che oggi come oggi si può dire largamente diffusa, ossia “Non credo più tanto alla collettività”. La frase però, proprio nel momento stesso in cui è stata cantata, è stata negata dal suo stesso autore, che le ha fatto seguire un forte e chiaro: “Non è vero”. Ha fatto un “passo indietro” rispetto ai suoi stessi versi, perché, sì, a volte si ha l’impressione che il nostro sguardo sia sempre più spesso concentrato solo su noi stessi, ma, in realtà, “E’ solo un momento” (brano dall’ultimo album Il male) e ogni concerto, compreso questo e, forse, soprattutto questo, si rivela un’occasione preziosa per sperimentarlo in modo diretto.

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito

 

Se vuoi ripostare queste fotografie di Emanuele Esposito, tagga @emaxfotografia