There Near arriva a quarantadue anni esatti da quando i Dinosaur Jr. si sono formati ad Amherst, Massachusetts, ed è il loro tredicesimo album, il sesto da quando nel 2007 il trio originale (J Mascis, Lou Barlow e Murph) si è riunito dopo la separazione che negli anni '80 li aveva portati a non parlarsi più per un decennio, prima del ritorno con Beyond.
Cinque anni sono passati dall'ultimo disco, Sweep It Into Space, che era stato co prodotto assieme a Kurt Vile e che, in un certo senso, pareva più orientato verso il Pop (tra mille virgolette, ovviamente); There Near si allontana volutamente da quella formula, preferendo tornare ad un suono più grezzo, quasi primitivo.
La lavorazione, ci fanno sapere gli autori, è avvenuta in sessioni brevi e intense nell'arco di un anno al Bisquiteen Studio, a casa loro, quasi interamente a opera del trio storico, con l'aggiunta però di piano e organo di Ken Mauri, musicista locale che dà respiro ad alcuni brani senza mai alterarne l'anima chitarristica.
L'aneddoto che racconta meglio lo spirito dell'operazione è quello dell'amplificatore: Mascis ha suonato gran parte del disco con un Mesa Boogie MK 1 anni '70, lo stesso modello usato dal fonico Chris Dixon per registrare il debutto della band nel 1985. Lui stesso l'ha raccontata così: "You always hear how Rick Rubin always makes bands he's producing sit down and listen to their first album" - per poi ammettere di essersi dato da solo lo stesso consiglio.
Ma per quanto il loro ufficio stampa abbia insistito sulla narrazione del ritorno alle origini, la verità è che i Dinosaur Jr. hanno sempre scritto la stessa canzone. Certo, diversi dettagli sonori sono cambiati da un lavoro all'altro, ma la sostanza è rimasta intatta, ed è proprio per questo che li annoveriamo tra le band che ci hanno salvato la vita: anzi, sono forse gli unici al mondo capaci di farlo sempre con un'unica canzone. Non è detto, infatti, che la comfort zone sia per forza una trappola: a volte è l'unica cosa che conta.
Il singolo apripista, "Several Got Away", è stato accompagnato da un video diretto da Guy Kozak, che ha raccontato di aver voluto qualcosa "un po' tongue-in-cheek con un'atmosfera da backyard movie", capace di inserirsi nel canone visivo della band, prendendo ispirazione da un dipinto di Henry Darger con bambini terrorizzati da mani di fuoco fluttuanti e dall'immaginario del rapture. Un video girato rincorrendo i tre membri della band in un grande campo, come ha scherzato lo stesso regista. Basta ascoltare il riff con cui si apre questa cavalcata anthemica, semplicissimo, per capire che siamo tornati a casa. Strofa, ritornello, il contrasto tra la ruvidezza delle chitarre e la gentilezza della melodia: tutto come al solito, tutto perfetto.
Che dopo quarant'anni si possa ancora scrivere uno dei pezzi più belli della propria carriera non stupisce più di tanto - è quello che questi tre fanno da sempre. Poi arriva il primo assolo, e ormai non c'è nemmeno più bisogno di spiegare cosa significhi un assolo di Mascis.
“No Friends” gioca ancora sulla ruvidezza del riff ma si apre nel ritornello, anche grazie all'organo, e quando parte il solo si viene proiettati altrove; è anche il brano in cui affiora con più chiarezza un tema che attraversa l'intero disco, quello della salute mentale e della solitudine (Mascis è sempre stato tormentato nelle sue liriche ma qui, forse complice la vecchiaia, sembra indulgere maggiormente sul racconto della sofferenza), filtrato attraverso un uso sapiente del wah-wah in chiusura.
“Everything At Once” si affida al piano elettrico e ai fraseggi più morbidi della chitarra per un tono più delicato, con un finale solista di altissimo livello: è probabilmente il brano che più di ogni altro riporta al suono classico della band, introspettivo e melodico insieme.
“Take Me With You” ha invece il sapore del classico (come del resto anche “Ready the Room”, un altro dei brani più rappresentativi) veloce e nervosa, con linee vocali azzeccate.
“Blowin' Up” è il momento in cui Lou Barlow si avvicina al microfono e questa volta si concede a sua volta quello scazzo di solito riservato al suo collega: una ballata che funziona quasi come un country indolente, con una prova vocale davvero ottima, e non è un caso che proprio questo brano venga spesso indicato come uno dei suoi migliori contributi recenti - un testo che sembra prendere di mira, quasi per gioco, i profeti di sventura da tastiera, cosa che lo rende sorprendentemente attuale.
“Clam Along” si apre con un assolo grande e roboante prima di virare su una vena più malinconica, mascherando dietro riff taglienti un solipsismo che nel disco non trova mai una vera risoluzione.
“Walk Me Back” rallenta ancora, splendida nell'interazione tra acustica ed elettrica, con quello che è forse il solo più bello dell'intero disco. “Put It Down” ha un vago sapore blues, ed è forse il momento in cui Mascis affronta più direttamente il disagio di cui canta, con risultati che qualcuno ha definito meno che ideali proprio per quanto suonano scoperti; ma anche quando il ritmo rallenta, la tensione resta intatta.
E a chiudere è “No One's Ready”, altra perla firmata Barlow, ritmo sostenuto e rockeggiante, chitarra acustica che lavora bene sotto la ritmica, inserti solisti azzeccati e un ritornello da singalong infinito.
Lo stesso Mascis, interrogato sui testi come sempre accade, ha risposto con la consueta reticenza: "I'm not always sure what a song is 'about' when I'm writing it. I guess the meaning will present itself at some point. I'll use whatever words work", aggiungendo poi una stoccata polemica contro chi li pubblica sempre online, perché, a suo dire, toglierebbe il gusto della scoperta (se venissero sempre inclusi nel formato fisico si potrebbe anche dargli ragione).
There Near, in definitiva, contiene undici canzoni che non cercano di spiegarsi, ma di essere semplicemente attraversate, un disco che la critica ha accolto con un entusiasmo raramente così unanime nell'ultimo tratto di carriera della band, arrivando in più occasioni a collocarlo, accanto a Farm e Beyond, tra i vertici della loro produzione post-reunion (io sinceramente sarei ancora più generoso, per me rivaleggia anche coi titoli più famosi degli anni Novanta). Diciamocelo sinceramente: hanno mai fatto un disco brutto, questi qui?
In anni in cui il passato sembra sempre più importante del presente, in cui le “vecchie glorie” si prendono uno spazio che spesso e volentieri sembra immeritato e che potrebbero tranquillamente liberare in favore di una narrazione più consapevole di quello che accade tra le giovani leve, lasciatemi dire che questo discorso non vale per i Dinosaur Jr.: Mascis, Lou e Murph ci sono ancora più che mai indispensabili, abbiamo bisogno di sapere che, passino anche cinque anni ogni volta, da loro avremo sempre nuovi riff, nuovi assoli, e nuove linee vocali intorpidite a riscaldarci il cuore.
Per quanto riguarda i concerti, al momento si sa solo che saranno in tour negli Stati Uniti. Urge al più presto un tour in Europa con tanto di passaggio in Italia perché queste nuove canzoni vanno assolutamente cantante a squarciagola sotto a un palco. E poi, sinceramente, neanche mi ricordo l'ultima volta che sono venuti dalle nostre parti a suonare.
