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REVIEWSLE RECENSIONI
This Mirror Weighs a Ton
Interpol
2026  (Partisan Records)
IL DISCO DELLA SETTIMANA POST-PUNK/NEW WAVE ALTERNATIVE
8/10
all REVIEWS
31/08/2026
Interpol
This Mirror Weighs a Ton
Tra eredità post-punk, nostalgie e nuove contaminazioni, gli Interpol provano a liberarsi dal peso dei propri classici.

Turn On the Bright Lights, il folgorante esordio degli Interpol, sta per compiere il quarto di secolo. Una ricorrenza che ci lascia attoniti e alla mercé del peso della vecchiaia quasi più dei quattro decenni e rotti che ci separano da Unknown Pleasures o da Jeopardy, oltre alla certezza di trovarci già al cospetto di una presunta terza generazione di dirompenti album post punk che si rifà a quella precedente, la seconda, che abbiamo conosciuto ormai adulti. Di vivere un terzo tempo di una partita che, in una società meno complicata, noi decrepiti fan di un genere ancora oggi unico giocheremmo nemmeno da riserve, piuttosto da spettatori, anche se l’età anagrafica ci imporrebbe di tapparci in casa e seguire l’incontro appiccicati alla radiolina, in attesa del risultato.

Il punto è che i primi tre dischi della band di Paul Banks, il cupo esordio (nonostante le luci abbacinanti da accendere) e i successivi Antics (il non plus ultra, dal mio punto di vista) e Our Love to Admire, sin da quel lustro che è stato scrigno della loro gestazione suonano come veri e propri classici appartenenti al passato più prossimo. Una trilogia di New York che, obiettivamente, nonostante quanto l’allora quartetto abbia prodotto in seguito, non risulta ancora eguagliata. 

Non che il materiale registrato dopo (quattro ellepì usciti a regolarissima distanza reciproca) non sia stato adeguatamente apprezzato. Ma l’impressione, tuttora, è che gli Interpol, attivissimi dal vivo nei loro tour e spesso headliner in festival di prestigio, rispondano per motivi non solo di mercato alla insistente tentazione autocelebrativa dei fasti degli albori, una domanda caldeggiata dai loro più fedeli e nostalgici seguaci. Ed è un peccato, perché il quarto album omonimo, El Pintor, Marauder e The Other Side of Make-Believe, nonostante i fior di detrattori, sono dischi con una sincera dignità.

Da questo punto di vista, il nuovo This Mirror Weighs a Ton può sorprendere non tanto in quanto fattore di svolta (degli Interpol, a mio parere, non c’è da cambiare nemmeno una virgola), quanto upgrade rilasciato a seguito di impulsi ispirazionali decisamente più moderni, anzi, perfettamente contemporanei rispetto all’attuale scenario musicale. La presa di consapevolezza serenamente rassegnata - forse un po’ tardiva ma ci sta, si è allungata di molto l’aspettativa di vita nel rock - di un’identità e di un ruolo di riferimento autorevole nell’empireo musicale. 

 

Ci troviamo quindi al cospetto di un 33 giri decisamente (e finalmente) meno post punk di quanto la fanbase reclamerebbe, denso di atmosfere ampiamente contaminate. Se così non fosse, gli Interpol avrebbero corso il rischio di suonare doppiamente derivativi: una prima mano malinconica con le tinte della musica da cui hanno tratto ispirazione agli esordi, e una seconda passata fissativa delle sfumature a cui virano le canzoni stesse dei loro primi celebratissimi lavori.

In This Mirror Weighs a Ton si confermano le irrinunciabili connotazioni che hanno reso gli Interpol una band seminale, spalancando loro i cancelli dell’olimpo delle rockstar. Il timbro inconfondibile di Paul Banks, le pennate graffianti e pulite di Daniel Kessler, la batteria portante ed essenziale di Sam Fogarino, la complementarietà ritmica delle linee di basso, frutto dell’adattamento all’insieme a opera dei turnisti che hanno sostituito nel tempo Carlos Dengler, e qualche trascurabile ma raffinato riempitivo di tastiere.

Di contorno, nel nuovo lavoro conferiscono valore aggiunto arrangiamenti di archi, strumenti a fiato, percussioni, suggestive armonizzazioni a più voci e sentimentali accompagnamenti di pianoforte. Un risultato avvincente, pensato e registrato presso lo studio del produttore Andrew Wyatt di stanza nel Lower East Side, una scelta che non è un caso. La metropoli, prima individuata solo nel titolo-sigla “NYC”, ora ridefinisce in chiaro i suoi confini con “Iron City”, uno degli episodi migliori del disco, e accoglie il ritorno a casa artistico della band, assente dalla Grande Mela sin dai tempi di El Pintor.

 

Pur non contenendo singoli della portata di “PDA”, “Slow Hands” o “The Heinrich Maneuver” (c'era da immaginarselo ma, come leggerete, c’è qualche traccia che vi si avvicina e non è affatto scritto da nessuna parte che, con il tempo, non riesca ad acquistare carattere) This Mirror Weighs a Ton torna a sembrare un album dei vecchi tempi, intelligentemente attualizzato, in grado di appassionare l’ascoltatore dall’inizio alla fine, seppur in modo differente. La title track di benvenuto è una sorta di “Untitled” in versione trip-hop, altrettanto spettrale e indefinita. Se vi sentite disorientati, potrete trovare i segni degli Interpol come li avete sempre conosciuti nella travolgente “See Out Loud”, nell’accattivante “Wings On Fire” e tra i riconoscibilissimi arrangiamenti di “Darling Thoughts” e “Bird and The Serpent”. 

Gli opposti estremi del disco sono rintracciabili nei passaggi più dark di “Wounded Soldier” e “So Rides The Reindeer”, da un lato, e nella ruvida psichedelia di “Ever The Actor”, dall’altro. Ma saranno i due momenti più cupi, “Enemy” e “Sudden”, due brani svuotati di tutto e ricostruiti sulle macerie tra le trame di un arrangiamento introspettivo, a convincervi di avere tra le mani un piccolo gioiello, un’opera che - nonostante la diffidenza - potrà lasciare il segno.

E proprio qui sta la chiave di lettura di This Mirror Weighs a Ton: l’impressione è che sia un lavoro in cui gli Interpol sembrano voler dimostrare alcunché. Ne deriva un’opera in grado di riportarli in una zona meno prevedibile, in cui il doppio passato vale solo per il lessico musicale da cui attingere liberamente. Chi non crede più negli Interpol continuerà ad ascoltare altrove, chi auspica una rinascita post punk aspetterà il prossimo giro. Al mio tre abbassiamo tutti le aspettative, mi vien da dire. Gli Interpol sono una band del presente. Lo sono da venticinque anni, e non è affatto poco.