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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
12/09/2017
Cosey Fanni Tutti
Time To Tell
Verlaine scriveva: “Io sono l’impero alla fine della decadenza/ che guarda passare i grandi barbari bianchi/componendo acrostici indolenti dove danza/ il languore del sole, in uno stile d’oro”, ma i Nostri se ne impipano della poesia
di Vlad Tepes

Le opere dei Throbbing Gristle sono ormai conosciute; sia quelle mature, sia quelle aurorali (1975-1976); ciò che è meno conosciuto riguarda la loro storia artistica antecedente (1969-1975, cristallizzata come Coum Transmissions in due episodi che indagheremo) e l’aspetto visivo dei loro spettacoli, un lato del loro manifestarsi artistico, almeno nei primi tempi, forse più importante di quello sonoro. Le loro provocazioni erano ordite per colpire la società inglese del tempo, la brutalità d’esse, l’anempatia sottesa, l’ansia di auto mortificazione finirono per bruciare qualsiasi riferimento contingente e, soprattutto, la carica eversiva più facile ed esibizionista. Additati come simbolo dalla generazione dell’epoca (un’attestazione di stima più che una critica), essi ricalcarono, forse inconsapevolmente, le gesta dei decadenti francesi, ma senza più l’assillo della classicità e dell’umanesimo.

Cosey Fanni Tutti (al secolo Christine Carol Newby) fu parte importante di tale caravanserraglio disumano: prostituzione, masochismo, sberleffi alla religione (cristiana), body painting, nudità, mortificazioni da B-movie (in uno spettacolo Newby disegnò una svastica sul corpo di Genesis P-Orridge con un sanguinolento assorbente interno, estratto all’uopo), deviazioni sessuali furono i tratti caratteristici di tali “distruttori di civiltà”, come vennero definiti da un esponente della Camera dei Comuni. Ancora una volta, il risultato è superiore alla somma delle parti: se le varie provocazioni sono senz’altro più urtanti che politicamente persuasive, le sensazione da esse generata è davvero quella di una finis terrae dove l’umanità affoga nelle pulsioni più bestiali rinunciando alla sottile crosta della civiltà.

Verlaine scriveva: “Io sono l’impero alla fine della decadenza/ che guarda passare i grandi barbari bianchi/componendo acrostici indolenti dove danza/ il languore del sole, in uno stile d’oro”, ma i Nostri se ne impipano della poesia: hanno avuto davvero il coraggio di torcere il collo all’eloquenza e ad ogni residuo spirituale; Newby, Megson e Sleazy mettono in scena la devoluzione postrema e il torpore nichilista che ha travolto i bastioni della convenzione sociale.

Cosey, il cui motto fu ed è “my art is my life, my life is my art”, si calò naturalmente nel teatro decadente dei Coum; scacciata da casa a diciannove anni, partecipò a filmetti pornografici (Teenage Sin, Sex Angle, Die Halbseidene Party o Satin Party, il documentario Silent Cry) e rallegrò le pagine interne di alcune pubblicazioni hardcore dei Settanta (Park Lane, Fiesta, Pussycats, Lovebirds e Whitehouse, in cui appare a fianco di Genesis P-Orridge); in un certo senso Newby elesse il proprio corpo a mezzo per la creazione di un’arte estrema ed ultima in cui coincidono degenerazione e testimonianza.

Time To Tell è il suo miglior lavoro come solista: tre lunghe tracce di elettronica ambientale assai diverse dal synth-pop del duo Chris And Cosey, uno dei due tronconi in cui si spezzarono i Gristle nei primi Ottanta.

A distanza di anni amiamo riconoscerle una coerenza imperterrita e una disarmante sincerità.