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REVIEWSLE RECENSIONI
27/05/2026
Taj Mahal
Time
Il nuovo album di Taj Mahal viene concepito insieme agli storici membri della Phantom Blues Band, che suonano con lui da ormai trent'anni. Si intitola semplicemente Time, parola che riflette anche il tempo intercorso dalle registrazioni originarie, risalenti al 2010.

La Musica è il suono che risveglia l’anima, il ponte tra le dimensioni temporali dell’uomo. Lo stesso Platone, ereditando la visione pitagorica, ne parlava nella sua teoria dell’Armonia delle Sfere, l’armonia perfetta generata dal movimento dei corpi celesti che l’orecchio non riesce a percepire, ma l’anima sì, proprio facendosi elevare dalla musica. E quella di Taj Mahal permette di entrare in contatto diretto con un eterno presente, ove memoria (passato) e attesa (futuro) si incontrano.

Time, ossia Tempo, si muove liberamente attraverso i paesaggi sonori che il leggendario artista statunitense classe 1942 ha sempre abitato. Country blues, reggae, r&b energico, groove di New Orleans e accenni di ritmiche latine fanno capolino mentre si lascia guidare dal suo storico gruppo, la Phantom Blues Band, e porta questo meraviglioso miscuglio di generi fino ai giorni nostri, alle nuove generazioni.

 

“Time

Will heal the feeling

So you can start

Start your whole life new”

("Time")

 

Time è stato registrato, appunto, nel tempo. Intorno al 2010, l’idea di un’altra collaborazione completa con la sua mitica PBB comincia a mettere, silenziosamente, le radici. Non c’era ancora un’etichetta discografica, né un sostegno esterno, solo la convinzione. Le sessioni si svolgono lentamente, secondo i loro ritmi, sostenute da fiducia, pazienza e vita condivisa. Il titolo riflette sia gli anni che ci sono voluti per concepire l’album, sia la contemporaneità, il momento in cui ci troviamo ora.

Il punto di forza del lavoro, il filo rosso che attraversa i dieci brani è la voce di Mahal. Il suo canto intenso e potente nutre già da solo le canzoni, diventa strumento folk capace di infondere onestà e umanità in qualunque storia raccontata, si tratti di dure verità o di cuori infranti. L’inizio è giocoso e allegro con “Life of Love”, una festa di strada in grande stile, con un groove sinuoso e linee di fiati fumose, ma già la traccia seguente è più introspettiva. “Wild About My Lovin’” arriva come una brezza tiepida mentre si passeggia sulla spiaggia con le onde del mare calmo ad accompagnare il ritmo.

Il mood cambia nuovamente con “Crazy About a Jukebox”, un brano ironico, divertente e ballabile, un omaggio ai Maestri della musica che hanno influenzato l’artista, prima del clamore della title track.

 

«Abbiamo creato una vera e propria magia con 'Time' di Bill Withers. È un motivo fantastico, qualcosa che nessuno ha mai sentito prima». (Taj Mahal)

“Time” è la canzone di spicco della raccolta. Il merito di aver riportato alla luce tale inedito quasi perduto dell’indimenticabile Bill Withers va al produttore Steve Berkowitz, che l’ha proposto a Taj. L’interpretazione meravigliosamente soul di questa acuta riflessione sulla perdita e le delusioni durature è da groppo in gola. Il chitarrista Johnny Lee Schell intreccia linee incantevoli attorno al canto struggente e malinconico di Mahal, mentre gli special guests Jon Cleary e Mick Weaver, rispettivamente al pianoforte e all’organo, arricchiscono l’arrangiamento agile e drammatico.

La travolgente “You Put the Whammy on Me”, eseguita in un impeccabile stile latino, riapre le danze ammiccando alle produzioni di fine secolo dei Santana, prima di “Talkin’ Blues”, un altro pezzo di grande effetto scritto da Carlton Barrett e Leon Corgill e originariamente inciso da Bob Marley. Proprio Ziggy, il figlio del profeta giamaicano, a sorpresa, si unisce a Mahal mentre la Phantom Blues Band rinforza le fondamenta reggae del brano mantenendo un’atmosfera ondeggiante e rilassata, a differenza della successiva “Sweet Lorene”, vibrante r&b ammiccante alla tradizione soul di Wilson Pickett.

 

Nativo di New York, cresciuto nel Massachusetts, Taj Mahal, al secolo Henry St. Claire Fredericks Jr., ha vissuto in simbiosi con le sette note da subito, insieme alla madre, vulcanica insegnante e vocalist in un coro gospel, e al padre, di origini afro-caraibiche, pregiato pianista e arrangiatore jazz. Il blues è il genere dal quale attinge in tutta la carriera, fin da quando, appena diciottenne, imbracciava una chitarra e si impratichiva con un’armonica.

E nella struggente ballata “Ask Me ‘Bout Nothing (But the Blues)”, Mahal ci ricorda quanto sia ancora genuino il suo legame con la musica del diavolo e sembra autenticamente tormentato in questo lamento, con la band abile ad accompagnarlo con uguale intensità emotiva. Il basso gentile e puntuale di Larry Fulcher, la batteria sempre cangiante di Tony Braunagel e la meravigliosa sezione fiati composta da Joe Sublett, Darrell Leonard e Les Lovitt sono sempre lì, accanto a lui, anche nella sontuosa chiusura di “Rowdy Blues”.

A ottantaquattro anni suonati, con più di cinquanta dischi alle spalle e una serie infinita di collaborazioni studio e live, l’irrefrenabile Taj Mahal è pronto a far rivivere le magie di Time pure dal vivo, con alcune selezionate date americane previste per luglio. La Phantom Blues Band è lampada ai suoi passi e luce in questo percorso, in un cammino in cui è sempre riuscito ad armonizzare memoria e futuro creando, con la sua musica, un Ponte nel Tempo.