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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
09/02/2026
Danny Flowers
Tools for the Soul
Amarcord del 2007: Tools for the Soul. L’orgoglio sudista in un album che svela il geniale songwriting di un artista a cui tante celebrità devono molto. Il chitarrista e autore Danny Flowers lascia il segno con il suo country blues dall’anima intimamente religiosa.

«Penso che la sua musica sia straordinaria. Considero Danny un buon amico e un grande artista nel più autentico stile rock old school. C’è poca roba di questo genere in giro, ed è un peccato». 

(Eric Clapton)

 

Non basta scrivere un paio di hit in classifica, nemmeno se una di queste è “Tulsa Time”, e a fissarne per sempre la memoria sono stati due personaggi del calibro di Don Williams e, soprattutto, Eric Clapton. E non è sufficiente una vita a colorare con i propri plettri le canzoni di, tanto per citarne alcuni, Nanci Griffith (la meravigliosa Gulf Coast Highway”) e Vince Gill. Non servono, infine, nemmeno due dischi, peraltro ben distanziati nel tempo, belli quanto dimenticati, per uscire dall’anonimato.

Questa, in sintesi, la carriera di Danny Flowers, classe 1948, che nel 2007 pubblica Tools for the Soul, terzo capitolo di una vita da gregario di lusso: in un mondo perfetto sarebbe il momento di riconoscere le doti dell’artista, e restituirgli qualcosa di quanto sin qui trattenuto dalla sorte. Fatte tali debite premesse, si tratta di un lavoro che rappresenta, tematicamente, un viaggio dall’inferno al paradiso, una conversione religiosa ed esistenziale. L’album suona, al di là delle coincidenze private e biografiche, vero come la voce degli strumenti che ne raccontano la gioia.

 

«Il meglio che puoi fare è il meglio che puoi fare, e il meglio che puoi fare è già abbastanza».

(Danny Flowers)

 

La materia stilistica sulla quale Flowers (nato a Henderson in North Carolina, ma di stanza a Nashville) svolge le sue liriche di redenzione è costituita in egual parte di folk-rock neotradizionalista e di blues, modellata attraverso un’alternanza di ambienti sonori. Si va dal minimalismo solo voce e chitarra di “Born to Believe”, un blues intenso a ricordare Robert Johnson, al canto e piano dalle attitudini r&b di “Reason to Try”, fino al dolce rincorrersi di corde acustiche con la carezza country della title track, giocata in coppia con la leggendaria Emmylou Harris, nuovamente complice nell’evocativa “Prayer Song”, dagli echi nativi. La pienezza elettrica full band del simil reggae pacifista di “What Would the Father Say” e il ruggente rock blues di “Ungodly” completano una tracklist vibrante, sempre cangiante a livello di groove e mood, tuttavia senza alcun calo di tensione.

Certo, sono tracciati sonori lungamente assai frequentati all’epoca, tuttavia la differenza si gioca nella irripetibile congiunzione tra genuinità e musicalità del verso, con la perfetta declinazione strumentale della trama melodica. Si percepisce che l’autore ha alle spalle una lunga esperienza di musica, che mette su disco in un piccolo viaggio dal country al folk più intimo passando per qualche cadenza blues, atmosfere navigate di soul e persino un filo di reggae. Bravo a curare queste sfumature, Flowers omaggia le sue radici e i suoi punti di riferimento: “Keep on Livin’” evoca i padri del gospel soul, mentre “I Was a Burden” è dedicata alla memoria dell’indimenticabile Curtis Mayfield. Non sono da meno

“World Enough and Time” e “At the Open  Door”, che potrebbero entrare in un ipotetico manuale del buon songwriter americano. Il buon Danny non scade nel banale neanche quando propone “Ready to Cross Over”, un pezzo sul trapasso dalla vita alla morte che pare gli abbiano richiesto in più di un funerale.

 

Se si volesse definire Tools for the Soul in modo sintetico, si potrebbe dire che è essenzialmente un disco di “musica americana”, ossia un melting pot di stili, ma con un messaggio spirituale senza compromessi, carico di speranza. Un lavoro che percorre più sentieri, vira nel gospel senza staccarsi dalla strada maestra del blues, laddove Danny Flowers suona una delle migliori chitarre slide di questo mondo terreno. E anche le sue successive opere, I’m Holding On (2018) e The Truth Don’t Lie sono la dimostrazione, già a partire dal titolo, di una forza ritrovata e mai perduta. Un riscatto a colpi di plettro e preghiere.

«Vado al lago tutti i giorni, vado al lago per passeggiare e pregare. Quando sarò troppo vecchio per camminare o vedere, pregherò che il lago venga da me». (Danny Flowers)