La storia del sodalizio tra i Tortoise e la International Anthem è stata un po' la notizia musicale del 2025, per lo meno nell'ambito del cosiddetto underground. Del resto gli ingredienti c'erano tutti: una band storica che torna a nove anni di distanza dal disco precedente, facendolo uscire con quella che, proprio in quei nove anni di silenzio (è nata nel 2016, proprio a ridosso di The Catastrophist) è divenuta una delle etichette più importanti in ambito di Jazz contemporaneo, avanguardia e Post-qualsiasi cosa, dando casa a nomi incredibili come Rob Mazurek, Makaya McCraven, Irreversible Entanglements, Jaimie Branch, Ben LaMar Gay, Alabaster DePlume e un sacco di altri che nominare tutti porterebbe via l'intero spazio disponibile.
Aggiungiamo che band e label provengono entrambi da Chicago, che uno dei fondatori, Scott McNiece, è un fan della prima ora del quintetto, che quasi tutti i suoi membri hanno, all'interno di collaborazioni e progetti paralleli, pubblicato almeno un disco con lei, e possiamo dire che il passo fosse poco meno che obbligato, nonostante un sodalizio lungo e importante con la Thrill Jockey che andava avanti dal 1993 (ma da quel punto di vista, ci hanno tenuto a precisare che nulla è definitivo e che potrebbero sempre ritornare).
Touch, alla fine, si è rivelato un ottimo lavoro; non scontato se si pensa che parliamo di gente ultra sessantenne che pubblica roba da più di trent'anni, ma allo stesso tempo è un dato che non sorprende, visto che hanno sempre dilazionato le uscite, in modo tale da essere certi di offrire ogni volta il prodotto migliore possibile.
E poi sono i Tortoise. Un gruppo che ha ridefinito le coordinate stesse della musica sperimentale, andando oltre qualunque etichetta di genere, fondendo il Jazz con il Post Rock, facendo interagire Funk e Kraut, ed utilizzando l'elettronica in modo intelligente e razionale.
Quest'ultimo lavoro è forse più diretto e lineare, presenta pezzi nel complesso più concisi, e come sempre è un profluvio di soluzioni differenti, accomunate da un tiro e da una dinamica senza pari.
Bello dunque rivederli dalle nostre parti, dove mancavano da dieci anni esatti: dopo la data di gennaio a Perugia, impraticabile per motivi logistici, eccoci a Milano, in un Santeria completamente sold out (e ci mancherebbe), per il primo di due concerti che aspettavamo da tanto, troppo tempo (il secondo è in programma la sera successiva a Bologna).
Bastano pochi minuti per rendersi conto che, nonostante la lunga assenza, niente è cambiato: “Night Gang” mette subito le cose in chiaro tra potenza percussiva, Synth ipnotici e avvolgenti, chitarre liquide. Il brano è un manifesto dei nuovi Tortoise ma si incastra a meraviglia con le successive, più datate, “Monica” e “In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men”, più riflessive e pregne di influenze Jazz.
C'è stato un cambio inaspettato di formazione, con Jeff Parker (sembrerebbe solo per questo tour) assente e rimpiazzato da James Elkington, ma per il resto nulla è cambiato. Doug McCombs, John McEntire, John Herndon e Dan Bitney costituiscono un insieme affiatato, che gestiscono le esecuzioni con sicurezza, sempre attenti alle dinamiche e alle sfumature.
Il set è dinamico e profondamente vario: ci sono i momenti in cui salgono in cattedra batteria e percussioni, con McEntire e Bitney a tenere alto il ritmo e a gestire la traccia, altri in cui il pezzo si sviluppa per mezzo di piccole cellule di suono, riempite poco a poco dalle chitarre, con le tastiere a colorare il minimalismo della melodia, altri ancora dove è l'elettronica a prendere per mano gli strumenti e a condurli verso territori indefiniti.
Musica senza barriere o etichette, con al centro la libertà della composizione, portata avanti da musicisti eccezionali e dotati di una straordinaria intesa reciproca.
Scaletta variegata, che pesca a piene mani da Touch (“Promenade a Deux”, “Axial Seamount” e “Vexations” i pezzi più acclamati) ma non disdegna le cose più vecchie, meno immediate, maggiormente elaborate e riflessive ma ugualmente emozionanti (oltre ai classici “Ten-Day Interval “ e “I Set my Face to the Hillside”, entrambi dal capolavoro TNT, accolti dal boato di entusiasmo del pubblico, esecuzioni affascinati anche quelle di “Gigantes” e “Crest”).
Due bis, evidentemente già previsti ma ugualmente richiesti a gran voce dai presenti, che hanno seguito tutto il set con grande concentrazione, nonostante l'affollamento del locale e la temperatura non certo invernale (e aggiungiamo pure che si sono visti pochissimi telefonini. Forse c'è ancora qualche speranza). Il primo è “Prepare your Coffin”, dal terzultimo album Beacons of Ancestorship, il secondo, “Dot/Eyes”, pesca un po' più indietro e chiude un'esibizione superlativa, che certifica ancora una volta la statura enorme di una band come i Tortoise.
