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REVIEWSLE RECENSIONI
Train on the Island
Aldous Harding
2026  (4AD)
IL DISCO DELLA SETTIMANA AMERICANA/FOLK/COUNTRY/SONGWRITERS POP
8,5/10
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18/05/2026
Aldous Harding
Train on the Island
Un grandissimo ritorno, questo di Aldous Harding: Train on the Island si candida già a finire in molte classifiche di fine anno.

Non particolarmente prolifica Aldous Harding, anche se forse cinque dischi in dodici anni sono una media più che adeguata per confrontarsi col tempo che passa e per gestire le varie fasi della propria maturazione stilistica. Nel frattempo mai un passo falso, mai un cedimento, ed una serie di lavori sempre più maturi, che ne hanno progressivamente evidenziato il talento, con questo ultimo Train on the Island che sembrerebbe in grado di farle compiere un salto di livello anche dal punto di vista dell’apprezzamento del pubblico. 

Siamo di nuovo ai Rockfield Studios di Monmouth, Galles, sotto la guida di John Parish, partner indispensabile della cantautrice neozelandese sin dal secondo album Party, del 2017. 

Con loro, una nutrita schiera di musicisti: Joe Harvey-Whyte (pedal steel), Mali Llywelyn (arpa), Thomas Poli (synth), Sebastian Rochford (batteria), H. Hawkline (basso, chitarre, organo), a ricamare un paesaggio sonoro di enorme fascino, con la solita estrema cura dei dettagli a cui il lavoro di Parish ci ha ormai abituato. 

 

Rispetto al precedente Warm Chris, che ha ormai quattro anni, gli ingredienti sono più o meno gli stessi, seppure al servizio di canzoni complessivamente migliori. Arrangiamenti scarni e quasi sempre minimali, che procedono spesso per sovrapposizione di cellule sonore, e che si muovono al servizio dell'interpretazione vocale, come sempre espressiva e coinvolgente. Colpiscono l'uso estremamente libero e disinvolto delle armonizzazioni, unitamente ad una varietà timbrica ed intenzionale davvero memorabile, a ribadire come Harding sia, oltre che una valida autrice, anche una grandissima cantante. 

“I Hate the Most” inaugura i lavori nel migliore dei modi, semplicemente con quella che è probabilmente una delle più belle composizioni del suo repertorio: melodia appena accennata, elettronica spezzettata e percussioni in punta di piedi, per un brano allo stesso tempo intenso ed ipnotico. La medesima ricerca della sottrazione la vediamo nella successiva “One Stop”, che è anche uno dei singoli apripista, tutta incentrata sul piano elettrico, con chitarra acustica e batteria che si aggiungono verso la fine, a cambiare leggermente il mood. 

La title track si muove invece su un sofisticato ed efficace Pop barocco, che non rinuncia tuttavia ad una certa immediatezza nelle melodie. 

 

Ci sono poi una serie di brani dalla veste acustica, più in linea con il Folk lineare degli esordi: “Worms” è particolarmente sensuale e magnetica, “Venus in Zinnia” (l'altro singolo) è più aperta e solare, anche grazie all'ottimo duetto con H. Hawkline; “Riding the Symbol”, voce, chitarra arpeggiata e poco, scorre via in un profluvio di dolcezza. 

Si cambia registro con “If Lady Does It” e “What Am I Gonna Do?”, che hanno una struttura più complessa ed elaborata, con molti cambi di tempo e di atmosfera, e con break strumentali ed invenzioni ritmiche dal sapore Jazz. 

E con una “San Francisco” meravigliosa, esemplificazione perfetta di una scrittura variegata e cangiante, liberata dalla costrizione delle forme, il disco raggiunge quello che è probabilmente il suo apice, prima della chiusura di “Coats”, la chitarra elettrica che fa capolino per la prima volta, tra richiami indiretti a Neil Young ed una certa vena psichedelica di fondo. 

 

Un grandissimo ritorno, questo di Aldous Harding: Train on the Island si candida già a finire in molte classifiche di fine anno e asserisce con convinzione, se ancora ce ne fosse bisogno, lo status di una delle più importanti songwriter di questa generazione.