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Tre nomi
Florence Knapp
2026  (Garzanti)
LIBRI E ALTRE STORIE
all THE BOOKSTORE
08/06/2026
Florence Knapp
Tre nomi
Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che partono da una domanda semplice e finiscono per scavare molto più a fondo. Quanto di ciò che siamo è davvero nostro? E quanto, invece, nasce dalle aspettative degli altri, dalle parole che ci vengono consegnate, dalle scelte che non abbiamo fatto noi? Una storia intensa e dolorosa che parla di identità, famiglia, violenza e possibilità. Ma soprattutto di tutte le vite che avremmo potuto vivere.

“Perché la vita di sua madre non gli aveva forse insegnato anche che si fa tutto il possibile per i propri figli? Che bisogna lottare – lottare davvero – per dare loro la vita migliore possibile, per essere sempre presenti? Non era sicuro che si stesse impegnando in tal senso. Non nel modo in cui aveva combattuto sua madre. Con le unghie e con i denti”.

 

Tre nomi è il romanzo d’esordio di Florence Knapp, scrittrice australiana cresciuta tra Inghilterra e Australia. Un libro nato dalla riflessione sul modo in cui diventiamo ciò che siamo, sul peso delle scelte e su tutte le vite possibili che avremmo potuto vivere.

La protagonista, Cora, vive in un matrimonio segnato dalla violenza psicologica e dal controllo del marito Gordon. Dopo la nascita del loro secondo figlio, deve andare all’anagrafe per registrarlo.

Ha davanti a sé tre possibilità. Chiamarlo Gordon, come vuole il marito. Chiamarlo Julian, il nome che ama lei. Oppure Bear, il soprannome tenero suggerito dalla figlia Maia.

Da questa scelta il romanzo si divide in tre linee narrative parallele. Lo stesso bambino cresce in tre vite diverse, con tre identità diverse e tre modi differenti di stare al mondo. E con lui cambiano, inevitabilmente, anche le traiettorie esistenziali delle persone che lo circondano, a partire da quella di Cora.

Non siamo però dinanzi a un semplice effetto farfalla letterario. Quello dei nomi diventa quasi un pretesto per parlarci di ciò che ereditiamo senza volerlo. Del peso delle aspettative. Di quanto certe parole possano trasformarsi in etichette. E di quanto certe famiglie riescano a lasciare segni invisibili che continuano a vivere dentro di noi anche quando pensiamo di esserne usciti.

 

Cora è una donna intrappolata in una relazione malata ed è per questo che la scelta del nome assume un peso enorme. Non è una semplice formalità burocratica. È quasi un atto di resistenza. O di resa. Perché Gordon non è soltanto un uomo aggressivo. È una presenza che erode lentamente chi gli vive accanto, fino a modificarne il modo di percepirsi.

Forse è qui che si trova la parte più dolorosa e più vera della narrazione. La violenza non viene raccontata attraverso grandi esplosioni drammatiche, ma come una lenta erosione dell’identità.

Ciò che colpisce è il modo in cui Florence Knapp riesce a mostrare quanto il modo di essere di ciascuno non sia mai qualcosa di stabile o definitivo. Cambia a seconda dello sguardo degli altri, delle aspettative che ci vengono cucite addosso, dell’amore o della violenza che riceviamo crescendo.

In un’intervista, l’autrice afferma che la versione della realtà in cui viviamo le è sempre sembrata fragile. Ed è probabilmente in questa fragilità che risiede l’anima intera di Tre nomi. Perché basta pochissimo - una parola, una scelta, uno sguardo, un nome - per cambiare la direzione di un’esistenza.

Ma la cosa più interessante è che Florence Knapp non cade mai nel determinismo. Non dice che il nome decide il destino. Dice qualcosa di molto più sottile e inquietante. Che le persone finiscono spesso per interiorizzare il modo in cui vengono chiamate, guardate, pensate.

Ed è qui che il romanzo smette di parlare soltanto dei suoi personaggi e comincia a parlare anche di noi. Perché tutti, in qualche modo, cresciamo dentro definizioni che non abbiamo scelto. Figlia sensibile. Uomo forte. Bambino difficile. Persona fragile. E spesso passiamo metà della vita a capire quanto ci appartengano davvero quelle etichette.

 

Potente è anche il modo in cui Florence Knapp racconta la famiglia che, idealmente, dovrebbe essere un luogo sicuro da cui partire per avventurarsi nel mondo e un rifugio a cui tornare. Ma quando questo non accade, il legame familiare può diventare qualcosa di claustrofobico da cui è difficile liberarsi.

Emblematico il personaggio di Bear, cresciuto con l’idea di essere “libero e selvaggio”, fino a interiorizzare quel ruolo quasi come un destino. Julian sembra invece portarsi dentro una sensibilità diversa, quasi plasmata dalla dolcezza stessa del suo nome. “Perché lui non assomiglia affatto a suo padre […] Al contrario, lui è amore, furia, dolore, euforia”. Gordon, al contrario, eredita un peso. Un’eredità maschile ingombrante e violenta da cui sembra impossibile separarsi. “Ero un bambino orribile. Con mia madre soprattutto, ma non riuscivo a capire che venivo manipolato.”

È in questo che troviamo uno dei suoi nuclei più forti. Capire quanto sia sottile il confine tra chi siamo realmente e il condizionamento.

 

La scrittura della Knapp è delicata, pulita, ma emotivamente incisiva. Non ha bisogno di continui espedienti drammatici per colpire il lettore. Lavora in profondità, sui dettagli, sui piccoli gesti quotidiani che l’autrice definisce atti di resistenza e guarigione. Un pezzo di cioccolato mangiato da Cora. Un gatto accolto in casa. Un ricordo condiviso tra fratelli. Tutte cose apparentemente minuscole che finiscono per dare significato a una vita intera.

E forse è questa la parte più bella del romanzo. Nonostante il dolore presente in molte pagine, Tre nomi resta profondamente attraversato dalla speranza. Non una speranza ingenua, ma la consapevolezza che nessuna vita possa essere definita una volta per tutte. Che nessuno sia soltanto il proprio passato, il proprio nome o le proprie ferite.

Un romanzo malinconico, intelligente e profondamente umano. Di quelli che, una volta chiusi, continuano a farti compagnia per giorni.

 

“Una volta Gordon le aveva detto che la vita media di una farfalla è di ventinove giorni. Si chiede, sommando gli istanti in cui esiste nel mondo, se la sua aspettativa di vita sarà più lunga. E quale sarebbe l’alternativa migliore? Condensare tutti quei giorni in una sola e intensa esplosione di colore, oppure farsi rimuovere lo spillone dal torace una volta ogni tanto, sentire le ali impolverate tornare a battere e vivere il tempo con il contagocce prima di essere rinchiusa di nuovo?”