Il pubblico lo grida un po’ da ogni dove, dal prato della Triennale. “Voce! Voce!”, qualcuno irrompe nel silenzio tra un brano e l’altro nemmeno fossimo a un comizio, mentre tra le retrovie imperversa il consueto chiacchiericcio dei più distratti, da fuori arriva l'eco di un karaoke all'aperto e sono in diversi a voltarsi verso il mixer con l’intenzione di interpretare le cause di quello che sta succedendo nella mimica e nell’espressione del fonico.
Ma forse non hanno capito. Quello di stasera è poco più di un dj set di Tricky. Il microfono non ha niente che non va ma, sin dal brano introduttivo, si capisce che c'è qualcosa che non funziona e non è certo un problema tecnico.
E non veniteci a raccontare, come sostiene anche Wikipedia, che è perché “è noto per il suo canto in stile sprechgesang sussurrato”. La conferma l’avremo poco meno di un’ora dopo, quando al termine della trascinante “Vent”, scelta che di norma costituirebbe l’ultimo bis nella probabile setlist, una prolissa scaletta che nei concerti precedenti si è estesa per una ventina di pezzi, saluta tutti e se ne va. A Milano, nonostante il costo dell’ingresso all’unica data italiana e l’autorevole location, per lui e per chi è venuto a sentirlo non è serata.
Senza contare che il concerto è sold out. Tutto esauritissimo, e ne ho la conferma mentre, al ritiro del biglietto alla reception, riconosco qualcuno che cerca di sfoderare l’arma della notorietà televisiva arrogandosi chissà quale privilegio ma viene rispedito alla coda su Dice (dicono che siano in 500 in attesa prima di lui) o a qualche rinunciatario in cerca di un rimborso fuori dalla Triennale come un parvenu qualunque.
Eppure quando, scoccate le 21:30, sul palco salgono all’improvviso in cinque, di cui tre, compreso Tricky, al microfono, e la durata indicata con prudente anticipo sul programma parla chiaro - 120 minuti di spettacolo circa, roba che potrebbe mettere a rischio persino l’ultima corsa della gialla e mandare in vacca il mio rientro a casa - sembra prospettarsi uno dei suoi live con i quali mi sono documentato su YouTube, una performance con tutti i crismi.
Anche se, in realtà, per uno dei principali protagonisti della musica elettronica degli ultimi trent’anni, la strumentazione visibile può indurre a non pochi equivoci. Noto una Nord Stage 2, lo standard prosumer per i suoni di piano e organo ma tutt’altro che un synth o un sampler. Due chitarre negli appositi supporti poco più indietro e una batteria tutta schermata e impacchettata in un suggestivo gabbiotto in plexiglass. Un set ridotto all’osso che però ci sta. Da un certo punto di vista, la discografia dell’artista di Bristol è pregna di brani rock cupi come solo il trip hop sa essere, aspetto che rende plausibile il livello di minimalismo ostentato.
Irrompono sul palco, dicevo, e sulla destra si posiziona la cantante polacca Marta Zlakowska, che prima dell’esibizione dell’headliner ha intrattenuto i convenuti con una manciata di brani tratti da Out The Way, album che ha pubblicato con il featuring di Tricky lo scorso anno e che, anche solo per il nome, raccoglie l’eredità di Martina Topley Bird. Alla sinistra prende posto il vocalist Mitch Sanders, anch’egli in forza al medesimo entourage artistico.
Oltre alla mancanza di una postazione dedicata ai synth, preoccupa l’assenza del basso, che nel trip hop è lo strumento che fa la differenza, quello che suonato live in brani come quelli che (almeno sulla carta) stanno per essere eseguiti potrebbe spettinarci tutti. Così ecco la prima doccia fredda. Le linee di basso sono maledettissimamente registrate, c’è una base, un’occasione perduta con l’aggravante che l'equalizzazione perfetta, fuori, vira irrimediabilmente verso le nostre pance, pompando la musica sin nelle viscere.
Peccato. Da quel poco (quattro tracce) che abbiamo ascoltato in anteprima di Different When I’m Silent, il nuovo album che uscirà a giorni, si può già intuire che la dichiarata cupezza del già cupissimo Tricky non è scesa di una tacca. Non è una novità che, assimilati tutti i sottogeneri a cui attingeva il trip hop ai tempi d’oro, la componente più dark in senso proprio, lato e traslato potesse essere quella più in grado di attraversare trent’anni di musica e giungere sino a noi, e non solo perché, nella scaletta live dei Massive Attack, da tempo trova posto “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus. La chiave più oscura di un genere attualissimo da suonare o con preponderanza di elettronica o con strumenti tradizionali è il mood più in grado di musicare la critica che merita il presente. Quello che è venuto fuori da Bristol in quegli anni lì è un po' la summa, una sintesi di tutti gli stili e le mode, e lo si evince anche osservando il pubblico, qui riccamente assortito.
Fino a quando, più o meno dalle parti di “Overcome”, la versione di “Karmacoma” che apre quel capolavoro spartiacque che è stato Maxinquaye, tra i fan prende la consapevolezza che torneremo a casa con l’amaro in bocca. Non che sia un campione di empatia da palcoscenico, ed è pur vero che sfoggia ben poca coerenza nella successione delle canzoni dal vivo, ma quando attacca quello che è un pezzo da apoteosi live appena a cavallo dei sessanta minuti di esibizione ecco il vero campanello d’allarme. La sua prossemica su “Vent”, lui che avvolto in una suggestiva coreografia di luci addita qualcuno tra le stelle, lascia senza fiato e compensa in parte l’impercettibilità delle sue parti vocali.
Terminata questa esecuzione, il cantante ringrazia e si avvia dietro le quinte, accompagnato dalla band. Il pubblico reclama almeno i bis, addirittura il mio ottimismo mi spinge a supporre che potremmo aver frainteso e aver assistito solo alla prima parte dell’esibizione. Ma poi il verdetto delle luci accese verso il prato e dei primi backliner che si apprestano a sganciare i piatti dalle aste della batteria non lascia altre interpretazioni.
Ci avviamo all’uscita dei Giardini della Triennale e penso che, giusto un anno fa, questo stesso parco era stato pervaso dagli archi campionati di “Glory Box” cantata da Beth Gibbons e che, fino all’ultimo, ho sperato che la magia si potesse ripetere con lo stesso sample alla base di “Hell Is Round The Corner”, ma invano. Lo intravedo con la sua band e i tecnici seduti a un tavolino dietro al palco a cercare un momento di ristoro post-concerto. Fa caldo, ci sono le zanzare, ha sessant’anni ed è un essere umano come tutti noi. Sarà per la prossima vita.
