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REVIEWSLE RECENSIONI
25/11/2019
Kate Davis
Trophy
Trophy è, senza ombra di dubbio, il disco di cantautorato femminile più bello dell’anno e Kate Davis un artista con davanti a sé un futuro grande così.

Uno dei dischi più belli e intriganti dell’anno esce a firma di un’artista da noi praticamente sconosciuta. Non si tratta però dell’esordio di una musicista alle prime armi, perché Kate Davis ha alle spalle anni di gavetta e una storia davvero interessante. Nata a West Linn, Oregon, nel febbraio del 1991, Kate ha iniziato fin da piccola a studiare violino, poi è passata al contrabbasso ed ha suonato entrambi gli strumenti nella Portland Youth Philharmonic.

La svolta è avvenuta nel 2009, quando si è iscritta alla Manhattan School Of Music, dove ha proseguito lo studio del contrabbasso, spostando il suo interesse verso il jazz e il Great American Songbook, e ha iniziato a comporre proprie canzoni. Alunna modello, da subito considerata un astro nascente della musica jazz, nel 2014 ha avuto l’onore di aprire un concerto di Josh Gobran al Mann Music Center di Philadelphia, e, sempre nel 2014, la sua esecuzione di All About That Bass di Meghan Trainor, insieme a Scott Bradlee (piano) e Dave Tedeschi (batteria) ha ricevuto su youtube otto milioni di visualizzazioni, consacrandola definitivamente come talentuosa artista emergente, e ottenendo sperticate lodi da parte di stelle del calibro di Herbie Hancock, Ben Folds e Alison Krauss.

Eppure, nonostante la lunga gavetta in ambito jazz, questo Trophy è un disco lontanissimo per contenuti dalle origini artistiche della Davis. Le dodici canzoni in scaletta, infatti, si muovono per territori indie rock, in cui protagonisti assoluti sono la chitarra e la bella voce della songwriter dell’Oregon. A detta della stessa artista, Trophy è un disco che vuole indagare sull’adolescenza e sulle vite dei millenians, anche se poi, a ben ascoltare, i testi riguardano soprattutto temi per adulti, e affrontano questi argomenti con una scrittura lirica, profonda e intelligente, che probabilmente pochi adolescenti potrebbero comprendere. Indie rock, dicevamo, sviluppato attraverso l’utilizzo prevalente delle chitarre, e sebbene i paragoni con altre giovani artiste del momento si potrebbero sprecare (Sharon Van Etten – insieme alla quale la Davis ha scritto Seventeen, Courtney Barnett, etc), l’importante gavetta della Davis, ha permesso alla songwriter di elaborare uno stile personalissimo.

Ciò che, infatti, colpisce è il clamoroso senso per la melodia, l’approccio lo-fi al suono, che però non è mai povero, grazie ad arrangiamenti misurati ma capaci con poco di avvolgere ogni singolo brano, e la struttura dei pezzi, apparentemente semplicissima, eppure mai prevedibile.

Fin dalla prima canzone in scaletta è subito chiaro che siamo di fronte a una musicista di livello superiore alla media: Daisy pesca dal cilindro una chitarra che ricorda quella di Liz Phair in Fuck And Run, per raccontare lo strazio per la morte del padre, il senso di smarrimento e la mancanza di uno scopo che aiuti a tirare avanti. E sorprende ascoltare questa giovane donna, creare una trama melodica perfetta e parlare di cose tanto profonde in modo così asciutto, sensato e diretto.

E’ tutto il disco, però, a essere di straordinario livello. Un morbidissimo arpeggio di chitarra avvolto in un sospiro d’archi e la carezzevole voce di Davis rendono I Like Myself la più emozionante ballata ascoltata quest’anno, Cloud è una canzone d’amore adolescenziale, che tira dritta su con un robusto fingerpicking elettrico verso un ritornello che non lascia scampo, Open Heart è una riflessione sulle vite senza scopo dei millenians, sviscerata attraverso l’acuta metafora di un’operazione a cuore aperto, e si chiude in un drammaticissimo finale elettrico. Sarebbero da citare tutte, queste meravigliose canzoni, ma ci limitiamo a segnalare Burning Accidents, che si veste di colori beatlesiani, l’ossatura di Salomè, che è ruvida e grunge (ed è impossibile non cogliere echi di nirvaniana memoria), e la title track, che chiude il disco con una melodia languida, ben presto stravolta da un beat ossessivo e da un crescendo sempre più potente.

Non è mio costume eccitarmi eccessivamente per un artista o un disco, e cerco sempre di tenere a bada gli entusiasmi, soprattutto quando scrivo, per trasmettere impressioni e pareri il più obiettivi possibili. Di fronte a un album di questa caratura, però, è davvero difficile non farsi prendere dal batticuore. Perché Trophy è, senza ombra di dubbio, il disco di cantautorato femminile più bello dell’anno e Kate Davis un artista con davanti a sé un futuro grande così.


TAGS: indie | katedavis | loudd | recensione | review | rock | trophy