«In ogni intervista mi chiedono: “Un bianco può suonare il blues?”. Odio questa domanda! È un essere umano, amico. Se avessi otto dita sulla mano sinistra, allora direi: “No, probabilmente un bianco non può suonare come me”. Ma questi ragazzi ... il compianto Stevie Ray Vaughan, il giovane Jonny Lang, Eric Clapton e Jeff Beck, solo per citarne alcuni... fanno delle cose che vorrei aver saputo fare anch'io».
(Estratto da intervista di Adam Levy a Buddy Guy per guitarplayer.com, Novembre 2025)
Quando esce Turn Around, Jonny Lang, classe 1981, non è più il ragazzino fenomeno che fece gridare al miracolo con Lie to Me (1997). Negli anni le doti di grande virtuoso rimangono, tuttavia vengono gestite in maniera più saggia, senza il continuo bisogno di far piangere la chitarra a tutti costi, con un evidente equilibrio tra i suoi assoli e un raffinato scambio di interazioni con il resto del gruppo. E a proposito di band, all’ottima sezione ritmica costituita dal batterista Michael Bland, noto per le sue collaborazioni con Prince, e dal bassista Jim Anton si affiancano Drew and Shannon, un duo di produttori e polistrumentisti con cui Lang scrive tutti i brani dell’album e insieme ai quali dialoga spesso in modo brillante durante le esecuzioni.
“The choices you make might be mistakes
But it's never too late to turn around, turn around
The road that you take might lead you astray
But don't be afraid to turn around, turn around”
("Turn Around")
Turn Around lascia trasparire in modo evidente l’amore per il soul. Jonny non esita a cercare una commistione con il rock e soprattutto con il blues, per mantenere ben saldo il legame con le radici ma, allo stesso tempo, costruirsi spazi creativi da approfondire. È il caso delle iniziali “Bump in the Road” e “One Person at a Time”, e, in modo ancor più rilevante, della title track, di “Thankful”, con ospite uno straordinario Michael Mc Donald, e della conclusiva “It’s Not Over”, ove si avvale addirittura di un coro gospel.
Il disco ha anche una dimensione acustica deliziosa che si palesa con ballate delicate come “My Love Remains”, “Only a Man” (con la dolce presenza della moglie, l’attrice Haylie Johnson), “Last Goodbye” e in parte pure “That Great Day”, in cui il chitarrista nato a Fargo, nel North Dakota, prende le maggiori distanze dal passato per sposare una dimensione di dolcezza prima impensabile.
Lang è senza dubbio uno dei migliori artisti blues moderni in circolazione oggi. Turn Around mostra perfettamente le capacità autoriali di Lang. Il suo mix di riff swinganti, assoli infuocati e una certa maestria acustica rendono questo album sicuramente apprezzabile dalla maggior parte degli appassionati delle “musica del diavolo” e in grado di attirare nuovi membri nella comunità blues.
“The Other Side of the Fence”, l’accoppiata “Don’t Stop (for Anything)” e “Anything’s Possible” rappresentano una piccola enciclopedia dell’r&b contemporaneo, mentre “On My Feet Again” ci ricorda quanto sia bello sperimentare anche all’interno di recinti solo all’apparenza insormontabili. La freschezza e genuinità di Jonny rendono possibile ogni cosa, facendo intendere la possibilità di mescolare contemporaneità e tradizione, senza minimamente compromettere l’integrità del risultato.
Difficilmente alla fine del secolo scorso qualcuno avrebbe potuto prevedere lo scenario attuale: il blues, anziché fare un passo indietro, è riuscito a rigenerarsi. Dopo Stevie Ray Vaughan e Robert Cray la bussola sembrava girare a vuoto, ma una nuova direzione si è palesata con Derek Trucks, John Mayer, Gary Clark Jr. e Jonny Lang, i quali hanno già portato a lungo il testimone ora passato a Marcus King e Christone “Kingfish” Ingram.
Ancora una volta aveva ragione il grande Otis Spann, leggendario pianista con una vita scandita dalle dodici battute: “The Blues Never Die!”.

