Usare un incendio come metafora di emancipazione è un po’ come giocare con il fuoco. Ma se ci sono fiamme che divampano tra i solchi di Two Wheels Move the Soul, il secondo album dei Robber Robber, il focolaio da circoscrivere è quello che ha inghiottito il complesso residenziale in cui era ubicata l’abitazione di Nina Cates (voce e chitarra) e del compagno di vita e di band Zack James, batterista, ai tempi in cui il nuovo disco si trovava ancora in fase embrionale.
Ironia della sorte, il loro appartamento è risultato l’unico sopravvissuto al rogo ma, circondato dalle macerie, non è stato risparmiato dalla conseguente demolizione propedeutica alla bonifica dell’area. Se la storia del rock si alimenta da sempre con il fascino della combustione degli ambienti domestici e urbani, pensate solo ai versi piromani dei Talking Heads o, per restare dalle nostre parti, alla scala delle priorità di evacuazione in caso di pericolo secondo Massimo Ranieri, ben altra cosa è trovarsi senza un tetto nel bel mezzo di una carriera artistica. Ospiti di risulta su divani di amici e conoscenti, e inquilini involontari di alloggi improvvisati, i due membri dei Robber Robber hanno capitalizzato loro malgrado l’esperienza di perdita e di conseguente precarietà per dare forma alle idee del nuovo album. Una manciata di canzoni incandescenti e sature di tensione in grado di fare terra bruciata di qualunque ascoltatore refrattario nei paraggi.
La band di Burlington, Vermont, completata da Will Krulak alla chitarra e Carney Hemler al basso, aveva già fatto parlare di sé all’uscita di Wild Guess, l’album di esordio pubblicato nel 2024, grazie alla loro rivisitazione noise e destrutturante del post-punk. Scottati dall’esperienza che ha sconvolto la loro quotidianità, l’urgenza di tornare nella condizione di normalità necessaria ha conferito alle nuove composizioni un’identità ancora più definita e fuori dai cliché del genere. Two Wheels Move the Soul si caratterizza infatti per le ritmiche più aggressive e per l’estrema ruvidezza nei suoni, veri e propri riflessi del senso di instabilità pervasiva ora assurta a forza pulsante dell’ispirazione artistica, come se l’album in fieri costituisse il rifugio più affidabile per i quattro in grado di garantire sicurezza.
Vi risulterà ovvio individuare l’innesco della portata esplosiva del disco in "The Sound It Made", la traccia iniziale che tra generose distorsioni e frenetico ritmo drum’n’bass trasmette perfettamente l’idea di panico e di fuggi fuggi generale nel corso di una catastrofe. Una frenesia accompagnata da un caos di lapilli roventi in cui stona - in tutti i sensi - la fredda solidità del basso, unico strumento a prendersi la responsabilità di gestire la procedura necessaria a mettere tutti in salvo. Una miscela che si ravviva più avanti con “Watch For Infection”, con altrettanto impeto.
La componente più corposa di Two Wheels Move the Soul è costituita però da brani incisivi a cavallo tra psych-stoner e post-grunge, apparentemente più pervasi da un’estetica hip hop e big beat che punk, come “New Year’s Eve”, “Pieces” e “Bullseye”. Sonorità confermate nella coppia di tracce che anticipano la chiusura del disco, “Enough” e “Again”, ma decisamente più chitarristiche e vocali e, per questo, riconducibili all’indie-rock. I momenti più trattenuti del disco, ma non per questo meno graffianti (mi riferisco a “Imprint” e “It’s Perfect Out Here In The Sun”) sono egregiamente compensati dalle trascinanti “Avalanche Sound Effect” e “Talkback”, rumorosissimi cameo post-punk costruiti su veloci pattern ritmici.
Oltre l’incisivo amalgama tra sezione ritmica e chitarre, il principale fattore esclusivo di Two Wheels Move the Soul, l’aspetto che conferisce maggiore originalità alla band, è il deciso timbro di Nina Cates, l’intenzione con cui la sua voce solista si sovrappone agli arrangiamenti e alle violenze armoniche di sottofondo. Il suo incedere è distaccato e impassibile sia nelle arie più rarefatte sia nelle sortite monocordi in bilico tra una melodia e la lettura di un testo, in formidabile contrapposizione con i confusi crescendo di sottofondo, vero tratto distintivo della band e di questo loro secondo lavoro. Un album che si presenta non tanto come una conferma quanto come un ritorno nettamente più convincente, un’opera contraddistinta da una maturità compositiva e una capacità di ricerca che non va assolutamente a scapito della spontaneità delle origini.
Se i Robber Robber sono ancora sulle tracce di un domicilio provvisorio, è fuori dubbio che Two Wheels Move the Soul trasmetta una stabilità senza confronti e l’anima di una band in grado di mettere a fuoco, in modo personalissimo, uno stile sempre più praticato. Spero che la scintilla con questo disco scocchi anche per voi.
