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MAKING MOVIESAL CINEMA
10/05/2019
Brie Larson
Unicorn Store
Un film strano, fanciullesco e che rischia sempre di andare oltre: oltre il possibile, oltre l'arcobaleno.

Kit è una fallita.
O un'eterna Peter Pan.
O un'artista incompresa.
O una figlia incompresa.
Lei che è stata cacciata dalla scuola d'arte, lei che torna a vivere dai genitori motivatori per adolescenti in difficoltà, lei che resta una bambina, senza amici, con solo i suoi peluche ad ascoltarla.
La depressione è in agguato, sotto le vesti di un lavoro che la trasformerà nell'ennesimo numero di grigio vestito abbandonando gli abiti arcobaleno che la caratterizzano.
Ma dal cielo piove la sua salvezza. O forse solo dal quel suo lato fanciullesco che non vuole cedere all'età adulta: un unicorno, tutto per lei, che l'aspetta nel negozio di unicorni.
Un negozio di unicorni?
Un unicorno?
Sì, proprio come quello che Kit e migliaia di bambine nel mondo hanno sempre desiderato.
Come averlo?
Dimostrando di potersene prendere cura economicamente, domesticamente, amorevolmente.
E allora, Kit dovrà rimboccarsi le maniche, per guadagnare abbastanza, per costruire una stalla come si deve, per fare pace con quella famiglia invasiva.

Il tema non è nuovo: quello dell'eterno Peter Pan che non ci sta a crescere, non crede agli scotti che la vita gli mette davanti.
Un pizzico di magia in cui avere fede.
Un percorso che aiuterà, con e senza magia, a stare bene.
Di diverso in questo caso ci sono toni assurdi, un umorismo esagerato che parla tramite spot televisivi, fogli da fotocopiare, commessi isterici e soprattutto presentazioni glitterate di aspirapolvere.
Di meno, c'è però da sottolineare che manca una caratterizzazione a definire Kit per quello che è. Un background che giustifichi l'impossibilità a comunicare con quei genitori e a essere adulti.
Ma la magia Brie Larson ce la mette lo stesso.
Al suo esordio alla regia, mette a frutto i guadagni di un Oscar e il passaggio ai blockbuster (King Kong, Captain Marvel - anche se questo girato dopo la realizzazione del film) tornando a quel mondo indie in cui si era fatta le ossa.
Si contorna poi dell'amico Samuel L. Jackson divertito e divertente, e di un Mamoudou Athie sempre più onnipresente.
Ne esce un film strano, fanciullesco e che rischia sempre di andare oltre: oltre il possibile, oltre l'arcobaleno. Ma per fortuna la luce e i colori sono di quelli magici.


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