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REVIEWSLE RECENSIONI
Urgh
Mandy, Indiana
2026  (Sacred Bones Records)
EXPERIMENTAL/AVANT-GARDE POST-PUNK/NEW WAVE
9/10
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17/04/2026
Mandy, Indiana
Urgh
Urgh è la fine del mondo. In tutti i sensi.

La risposta all’entropia è produrre del malsano rumore come antidoto. E se nella musica si è detto tutto, possiamo individuare nelle dissonanze e nella violenza di certi non-suoni gli standard audio che prima o poi considereremo la normalità. Un giorno (quando le canzoni, come le conosciamo, si saranno esaurite) ci sveglieremo e non armonizzeremo più secondo canoni tradizionali, ma canteremo gli stridori e il frastuono che emette il mondo che va in frantumi mentre siamo in viaggio, con l’autoradio a palla, o mentre ci insaponiamo sotto la doccia. Oppure fischietteremo il disagio in una mattina di primavera, ignari dell’aria gravida di polveri sottili ampiamente oltre il limite di guardia. 

Urgh è un grugnito e Mandy, Indiana un posto immaginario le cui coordinate coincidono, almeno da come suona il loro secondo disco, con qualcosa di molto vicino a un’apocalisse. A dire il vero la band, della provincia americana - fatta eccezione per il richiamo nel nome e per il cameo del rimatore Billy Woods chiamato a declamare strofe trap nel brano “Sicko!” - non ha proprio nulla. Europeissimi, Valentine Caulfield (voci), Scott Fair (chitarrista e produttore), Simon Catling (elettroniche varie) e Alex Macdougall (batteria) si muovono con flessuosa cattiveria tra Manchester e Berlino, prediligendo addirittura la lingua francese per i loro versi, versi nel senso delle parole delle canzoni, canzoni nel senso delle tracce suddivise a formare l’album o almeno quello che dovrebbero essere. Insomma, ci siamo capiti. 

Una scelta, quella di esprimersi principalmente come fanno i nostri vicini transalpini (per la latitudine dei Mandy, Indiana oltremanica) che accresce ulteriormente il senso di distacco dal resto. I temi trattati, d’altronde, non lasciano scampo in quanto a concretezza: Valentine Caulfield ha subito uno stupro e non ci sarà mai giustizia in grado di ricucire le ferite dell’oltraggio subito. Per questo non c’è brano, in Urgh, che non faccia accapponare la pelle con qualche dissonanza, qualche distorsione, qualche disarmonia. Il suono del dolore dev’essere il più possibile meno accomodante.

 

L’impressione è che il cantato di Urgh si sia volutamente incapsulato durante l’approccio compositivo del resto della band, per strutturarsi di un carapace velenoso e coriaceo intorno tanto da risultare implacabile. Un’anima che entra sussurro ed esce in strido di angoscia. Ogni canzone viaggia equipaggiata da uno scudo sonoro spietato, una bomba di acciaio ricolma di chiodi che non fa prigionieri fuori dai solchi del disco. Un punk noise industriale decostruito fino all’osso (parte di uno scheletro rigorosamente artificiale forgiato in una lega indistruttibile, proprio come un supereroe meccanico merita) in grado di travolgere e fagocitare tutta la techno che incontra per rimodularsi con una connotazione sorprendentemente moderna, ben oltre il presente.

È chiaro che l’esperienza di ascolto di Urgh non è per i deboli di cuore. La tracklist nasconde vertiginosi strapiombi e rovinosi pericoli annidati nei molteplici cambi repentini occultati magistralmente tra le strutture dei diversi brani. Terminata una traccia, la cosa migliore è mettersi al riparo nell’attesa di conoscere quale possa essere l’incipit della canzone successiva e del modo in cui il pezzo possa involvere. Se ci saranno altre urla strazianti o se le trame indistinguibili di chitarra e synth siano ancora più compatte e, per questo, inespugnabili. Se la batteria accompagni i crescendo fino a un nuovo climax liberatorio o se per una volta imploda, con tutta la sua dirompenza, travolgendo ogni cosa nei paraggi. 

La schizofrenia compositiva risulta ovunque deflagrante: in “Sevastopol” cercare scampo nell’improvvisa mutazione baroccheggiante si rivelerà un errore fatale, tanto quanto “Ist Halt So” risulta un nauseante labirinto emotivo in continua trasformazione e i due distinti movimenti techno di “Cursive”, unico compromesso con una fruizione su scala più ampia, stritolano i visitatori con la loro abbacinante simmetria. Ma è la struggente violenza di brani come “Magazine” e “Life Hex” a lasciare maggiormente il segno, a spazzare via qualunque ostacolo si interponga tra la fonte sonora e la coscienza dell’ascoltatore, a mettere fine a ogni cosa.

Per tutto questo e molto altro Urgh è un disco di rara bellezza. L'aggressività consapevole non è mai stata così avvolgente e contagiosa. Una incontenibile tempesta di contenuti e forma.