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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
21/04/2026
Live Report
Ute Lemper, 20/04/2026, Auditorium Parco della Musica, Roma
Ute Lemper porta sul palco dell'Auditorium Parco della Musica di Roma un'eleganza malinconica di altissimo livello, una raffinatezza unica che ha incantato gli astanti più di quanto avrebbero immaginato e una rilettura profondamente originale di ogni brano proposto.

- Ti vesti in questa maniera per andare a sentire Ute?

Ha detto proprio così: Ute, come se parlasse di una sua amica. Ma mia moglie lo fa…

- Perché, cosa avrei che non va?

Fa “mmhhh” con la bocca senza emettere una parola, ma si capisce che il senso è “Vergognati!

‘Nu jeans e na camicia, con sopra un giubbottino leggero tutto grigio, molto discreto, casual senza essere finto giovane mi sembrava un look adeguato. Ma lei ribatte “Certo voi uomini, il genere che possiede solo tre paia di scarpe per stagione, quelle nuove, quelle che mettete e quelle bucate che vi dispiace buttare”.

E mi volta le spalle e se ne va. Anticipo che aveva ragione, ma anche torto. E spero che alla fine di questo breve racconto riuscirò a chiarire cosa intendo. Ma andiamo a cominciare.

 

Una avvertenza per chi dopo questa amena lettura avesse voglia di vedere lo spettacolo Paris Paris (se e quando a Ute Lemper venisse voglia di rifarlo) è che sarebbe riduttivo considerarlo soltanto un omaggio alla Parigi degli anni 50 e 60 del secolo scorso. Per ragioni anagrafiche Lemper (che in più occasioni durante la serata ci tiene a ricordarci che ha sessantadue anni, connotando quindi uno dei profili dello spettacolo) non ha vissuto quella stagione, ma ne utilizza quelli che ormai sono archetipi per portarci nella sua vita, principalmente ciò che è stata, con qualche sprazzo di futuro. In questo si farà aiutare dalla lettura di aneddoti inframmezzati alle canzoni, tratti dalla sua recente autobiografia che parlano del rapporto complesso e non risolto con la madre, fino al confronto (non cercato ma di certo non rifiutato) col mito di Marlene Dietrich.

Però ci sarà anche la fiducia nel futuro, che non smette di progettare, nonchè il suo essere artista assolutamente libera, come segnala immediatamente il brano di esordio, che conosco, e che ha il carattere giusto per anticipare come si svolgerà la serata: maliconicamente elegante (va bene anche il viceversa).

Ecco: segnatevi queste due parole perché descrivono bene ogni minuto che abbiamo passato insieme a Lei. Per inciso, non posso non usare la maiuscola per definire una artista che è più giovane della gran massa dei mostri sacri in circolazione (citofonare sir Paul per informazioni) e tuttavia ti sembra di conoscere da sempre. Che poi, nel suo caso “conoscere” è una parola goffa e imprecisa. Se pretendi di conoscere chi ha diviso il palco a Berlino con i Pink Floyd, duettato a Sanremo con Enzo Jannacci, collaborato con gente come Tom Waits ed Elvis Costello, recitato in musical, fatto cabaret ed essere stata in più occasioni paragonata a Marlene Dietrich, ecco, diciamo che conoscere non è un verbo che userei a cuor leggero. In più stiamo assistendo ad una performance che di fatto è una “one off” visto che in una settimana fra Chiasso, Roma e Padova l’artista mette in scena tre spettacoli diversi il cui filo logico ci sembra essere un ripercorrere, con mood diversi, la propria vita oltre alla propria carriera.

 

Come secondo brano (fedele, come mi sembra, ad una tecnica che si ripeterà i brani seguendo uno schema duale, con il secondo che ribatte più noto del primo), appare il tema di "Un uomo e una donna". E la platea giustamente si scioglie dietro il "va da va dadadada va da da da" mentre io, che sono venuto col cuore di pietra a raccontare, la prima cosa che noto, e che non ci abbandonerà da qui alla fine del concerto, è la perfezione nella resa acustica dei suoni.

Vero che essendo solo tre musicisti ed una voce il compito del fonico è stato molto semplificato. Ma anche con questa spiegazione sarebbe ingiusto non lodare chi ci ha messo le mani. Fra acustica dell’Auditorium, qualità dell’esecuzione e cura della resa alla fine del concerto avremo passato quasi due ore di esibizione senza la minima fatica di ascolto. Un suono morbido eppure lucido, dinamico ma senza mai essere aggressivo nemmeno nei momenti in cui Lemper ha tirato fuori gli artigli per dirci che va bene la melanconia ma Lei è una donna, mica una santa. Insomma, un pianoforte, un contrabasso e una fisarmonica su cui la voce di Ute a volte si adagia, altre predomina e trascina, a volte si confonde in una trama delicata. Questo è quindi il posto giusto per rendere omaggio ai suoi musicisti, Vana Gierig al pianoforte, Giuseppe Bassi al contrabasso e Ludovic Beier alla fisarmonica. Perfetti e invisibili, ma nel senso buono del termine, essenziali come l’aria di cui ti accorgi se manca, non quando c’è (se mi è concessa l’analogia).

 

Dal punto di vista della scenografia annnoto che la disposizione dei musicisti è tradizionale: il pianista di spalle a dirigere l’esecuzione con sguardi discreti (o erano innamorati?) verso Ute e contrabasso e fisarmonica ai vertici di un ideale triangolo. In mezzo, Lei, ad occupare uno spazio al massimo di un paio di metri quadri che però sembra infinito.

Per tutto il concerto si muoverà pochissimo, ‘che non siamo ad un Vaudeville. Eppure questa è una staticità che inganna,  fatta di brevi gesti delle braccia, o di un cercare il tempo battendo con leggerezza sui tacchi. Alla fine sembrerà che tutto lo spazio del palco venga invaso da Ute, anche quando si ferma un momento a dissetarsi, e non bevendo da una bottiglietta ma da un vero bicchiere, che magari era anche di cristallo.

Un’altra delle cifre del concerto è che non cerca effetti speciali e procede (come direbbe Nanni Moretti) “togliendo” per trovare la libertà di narrare meglio. Togliendo anche (e sembra quasi incredibile e dissacratorio) le sovrastrutture della Chanson Françoise, leggasi fra l’altro l’uso della fisarmonica che spesso in diversi contesti si fa macchiettistico, e che qui invece è uno strumento che appare e scompare in funzione del sentimento che Ute vuole esprimere, e quando le va in contrappunto è sempre leggerissima. I cugini francesi non me ne vorranno se dico che apprezzo di più questo tipo di arrangiamento, in cui l’equilibrio degli intrecci sonori non poggia di preferenza su questo o quello strumento, e l’esperienza di ascolto assume tutto un altro significato.

Così l’intesa fra Lei e i musicisti mi è sembrata perfetta dal primo all’ultimo brano, anche nell’unico momento che non mi ha soddisfatto fino in fondo, vale a dire un melange non perfettamente riuscito fra "Ne me quitte pas", "Imagine" e "Napule è". Sempre sulla scenografia, la scelta di basarla esclusivamente sulle luci e proiezione di immagini della Parigi d’antàn è, anche essa, coerente con quel senso di sottrazione che sta alla base dell’intero concerto, anche quando scorrono immagini più dinamiche come quelle tratte da un video dei Bauhaus (e che a me sembrava deliziosamente ispirato a un film di Mèliès).

 

C’è da dire a questo punto della scelta dei brani, in cui non si è esagerato (di nuovo, grande misura ed eleganza: ho già detto dell’eleganza?) con il ripescaggio dei grandi classici anche se non era possibile fare a meno di cose come "Milord", "Sotto il cielo di Parigi", "Je ne regrette rien", inframmezzati come ho detto prima dalla lettura di alcune pagine della recente autobiografia. I passaggi che Ute ha scelto di condividere col pubblico sono stati, a mio parere, un’altra delle numerose chiavi di comprensione dello spettacolo.

Confesso di non aver  riconosciuto un certo numero dei brani in scaletta, ma mi sono reso conto alla fine che in qualche caso era solo colpa mia. Ute Lemper in diversi momenti, infatti, ha dato un’interpretazione dei grandi classici che ne ha quasi nascosto la trama originaria; una intelligente rivisitazione in cui non ha mai prevalso un approccio stilistico su un altro. Non abbiamo assistito ad un concerto Jazz, né allo sfoggio classicheggiante dell’intimismo alla Jacques Brel. Non ha risuonato la magniloquenza di Ives Montand e anche il ruggito rauco di Edith Piaf era più suggerito che effettivamente presente. La lettura insomma è stata “originale”, un’altra parola che mi pare efficace per descrivere la performance.

Poi c’è, vista da un’altra prospettiva, Lei e la sua capacità di mutare forma non solo nel canto, ma anche nell’aspetto. Senza cambiarsi di abito è stata di volta in volta Edith Piaf e Marlene Dietrich o Juliette Greco semplicemente indossando un cappello o un boa nero, o infine uno scialle rosso fuoco oppure un bolerino, nei  passaggi più appassionati del concerto.

 

Scorro gli appunti scarni (ho preferito ascoltare che scrivere, penso sarete d’accordo) e mi chiedo cosa manca nel racconto. Potrei dirvi, e così smentirmi, che citare Prevert e Camus e Sartre con alcuni loro pensieri non è stato fedele al principio di sottrazione; che nonostante il titolo dello spettacolo (ma anche doverosamente) non è mancata una tenera esecuzione di "Lili Marlene", e anche che durante l’esecuzione di "Imagine" ci è scappato un elenco delle città che Ute ama, alle quali ha quasi distrattamente aggiunto Teheran (ognuno si faccia l’idea che gli pare).

Ma questa è soltanto cronaca, e io preferisco la magia, quella che arriva col languido bis che si è chiuso “a sfumare”, lasciandoci con la sensazione che desiderarne ancora non sarebbe stato troppo.

 

  

Le fotografie della serata, a cura di Gianluca D'Alessandria