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REVIEWSLE RECENSIONI
28/01/2026
Lionheart
Valley of Death II
Aggressivi, impattanti, massicci, granitici e letteralmente muscolosi e muscolari, di persona e nel suono. I Lionheart non fanno prigionieri, li asfaltano, unendo hardcore senza compromessi a una vena di dolore intimo e sincero. Niente fronzoli, solo rabbia, testosterone, riff, groove e breakdown. Implacabili.

La valle della morte, da dove vengo 

Dove abbiamo fatto cose di cui non parliamo 

Ho avuto spasmi, ho avuto scivoloni, vedo ombre nella mia visione che non riesco a superare 

Ora sto masticando il guinzaglio 

Solo per mordere la mano che mi nutre 

E sto tossendo il passato, ora c'è sangue sulle mie gambe 

E ancora non riesco a trovare una cazzo di pace” 

(“Chewing Through the Leash”) 

 

Quasi vent’anni di carriera e la rabbia non si è mai spenta. I Lionheart hanno il fuoco dell’hardcore più metallico marchiato sulle ossa e, anno dopo anno, non mollano nemmeno di un millimetro, proseguendo imperterriti e monolitici nel proporre un hardcore senza compromessi: diretto, lineare ma denso di groove, pesante, greve, muscoloso, con tutti i breakdown nei punti giusti, ma dotato anche di una struttura agile, breve e tagliente, che riesce ad essere aggressiva e dinamica nonostante l’oggettiva immobilità della proposta, che continua a confermare sé stessa con ostinata integrità e coerenza. 

Da Oakland letteralmente con furore, i cinque americani proseguono imperterriti e congruenti anche nell’assegnazione dei nomi dei loro album e, dopo la trilogia di Welcome to the West Coast (2014 il primo, 2017 il secondo e 2022 il terzo), hanno deciso di realizzare un sequel anche dell’ottimo Valley of Death (2019), generando dalla folgore questo Valley of Death II

 

Il discorso prosegue pressoché immutato indipendentemente dai titoli: i Lionheart hanno la capacità di avere sonorità, dinamiche e una vocalità estremamente riconoscibili, tali per cui o li si ama o li si odia e sicuramente non ha alcun senso chiedere loro di cambiare: se il tuo piatto preferito è la pizza e loro sono ottimi pizzaioli, non chiedi loro il sushi ma nemmeno la pizza all’ananas, pena due ceffoni e un lavaggio del cervello a suon di mosh pit. Amano profondamente quello che propongono e offrono ai padiglioni auricolari dei più coraggiosi esattamente l’hardcore muscoloso e metallico per cui sono conosciuti: se piace, benvenuto nel club; se non piace, eviti da principio di avere a che fare con la loro musica; non esistono mezze misure e non vanno richieste. 

Una scelta di nicchia precisa, che ha generato in ogni caso un nutrito seguito, soprattutto in patria e in Germania, nazione europea dove suonano con costanza e affezione, in cui raggiungono decine di migliaia di persone. In Italia ci hanno provato per il tour di Welcome to the West Coast II, ma con risultati ahinoi pessimi (chi scrive era in prima fila al live in cui erano di spalla ai Caliban e i presenti superavano a stento le trenta persone), motivo per cui non siamo mai più stati presi in considerazione. 

 

Secondo album per la Arising Empire, se con con il precedente Welcome to the West Coast III la produzione era stata affidata a Jamey Jasta (Hatebreed) e missaggio a Will Putney (Fit for an Autopsy, END, Counterparts), con Valley of Death II la produzione non perde certo in forza, visto che è stata affidata a Neil Westfall degli A Day To Remember), mentre il mixing/mastering a Flo Salfati (Landmvrks), che assicurano pulizia e potenza sonora. 

A livello di featuring, invece, se con Welcome to the West Coast III ci si era lasciati un po’ troppo prendere la mano (7 artisti su 6 tracce: Hatebreed & Jasta, Body Count & ICE-T, E-Town Concrete, Desmadre e Malevolence), con l’attuale disco si ritorna a numeri più contenuti (due artisti), sempre rispettando la tradizione della collaborazione mista mondo hardcore e mondo rap. Se con il volume uno Valley of Death si trovava Jesse Barnett, cantante degli Stick To Your Guns, in “Rock Bottom” e rapper Mr. Jet Black in “Before I Wake”; in in Valley of Death II possiamo trovare da un lato Matt Honeycutt dei Kublai Khan TX in “Chewing Through The Leash” e dall’altro Kevin Skaff degli A Day To Remember nella finale “Death Grip”. 

 

Cupi e implacabili anche in questo secondo capitolo, al netto della passione per i sequel, decidere di chiamare “valle della morte” un disco americano nel 2026 è senza dubbio segno di grande attualità. Oltre allo scenario globale, dove il regno della triste mietitrice è sempre più ampio, anche quello delle città americane non scherza e la testimonianza di una violenza armata sempre più pervasiva e continua, nelle strade e nei sobborghi delle città, è vivida tra le strofe della title track “Valley Of Death”, quando i Lionheart parlano di quanti funerali siano in programma nelle loro agende personali, scherzando cupamente sul fatto che sono solo 4 nel mese precedente e potrebbe essere peggio, ma il problema è che si aggiungono ai precedenti e si sommeranno ai successivi.  

Rabbia primordiale e introspezione, tutto in un unico pacchetto di sicuro impatto, rielaborato con una firma ormai personale con influenze derivanti dal thrash della Bay Area, dove l’attitudine street è in primo piano, i breakdown non mancano e il groove è granitico ma accattivante. La pesantezza dell’hardcore dei Lionheart arriva tutta dalla capacità di rallentare – non è un incontro di boxe da due minuti, è un allenamento di crossfit da venti. Se ne esce devastati, sentendosi potenti e arroganti in ogni caso, ma non con un ritmo che permette di danzare sul ring con le ali di Ermes ai piedi e la velocità della puntura di un'ape sui colpi, bensì con la colonna sonora giusta per sollevare ruote di carro e catene di decine di chili, controbilanciando l’immane fatica muscolare con brevi sessioni di cardio da realizzarsi prendendo parte ad un mosh pit devastante. 

Che diventi la colonna sonora dei vostri allenamenti più impegnativi, o delle giornate in cui avete bisogno di sentirvi invincibili nonostante il veleno e la bile che vi sale da dentro, Valley Of Death II sarà implacabile, massiccio e diretto al punto – dieci tracce e poco più di venti minuti – ma soprattutto capace di catturare sin dal primo ascolto. Perché l’hardcore sembrerà anche (ai meno avvezzi) tutto uguale, ma saper realizzare un buon album hardcore, pesante ma accattivante al punto giusto, è una missione che riesce a pochi; i Lionheart, per fortuna nostra e loro, asfaltano qualunque ostacolo e arrivano all’obiettivo. Mission accomplished