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MAKING MOVIESAL CINEMA
18/10/2019
Scorsese, Jagger, Cohen, Winter
Vinyl
Probabilmente il rock è morto davvero, altrimenti come si spiegherebbe la chiusura prematura di una serie come Vinyl?

Da tempo sappiamo della passione di Martin Scorsese per la musica. Il regista newyorkese, qui ideatore e produttore nonché direttore del pilot, un vero e proprio film di quasi due ore di durata, dà vita a questo progetto insieme a Mick Jagger degli Stones e allo sceneggiatore Terence Winter (I Soprano, The wolf of wall street, Boardwalk Empire) avvalendosi di una produzione di lusso che l'emittente HBO non ha avuto le spalle abbastanza larghe da sostenere. Vinyl è una bellissima serie, per alcuni versi non perfetta, sicuramente incompiuta in alcune sottotrame essendo stata pensata come progetto più ampio che avrebbe dovuto contare almeno su una seconda stagione, sempre viva però nel tratteggiare un periodo storico, quello dei primi 70, e l'ambiente musicale in pieno fermento di quegli anni, una sarabanda sregolata di artisti, musica, affari, eccessi, idee, spaccato sociale e culturale come solo alcune delle serie più riuscite sono state capaci di offrire al loro pubblico. Eppure è andata male.

Probabilmente Vinyl intercettava un pubblico di grandi appassionati di musica, magari già di una certa età, risultando meno accattivante per i giovani che rimangono i maggiori fruitori di serie tv (e nei giovani ci mettiamo anche i trentenni, mica solo gli adolescenti), un pubblico poco interessato al declino del rock, all'avvento dei primi vagiti del punk, al fenomeno della disco music o a tutto ciò che poteva essere l'industria discografica all'epoca del vinile. A una visione più approfondita però la serie avrebbe potuto coinvolgere chiunque, perché dentro ci sono un contesto affascinante, le continue cadute di un uomo debole incline agli eccessi e alle trasgressioni e che fatica a farsi carico delle sue responsabilità, ci sono i conseguenti problemi familiari, i tradimenti, l'aspetto criminoso che spesso si ritrova nella narrazione scorsesiana, la New York viva e allo stesso tempo minacciosa dei Seventies... insomma, i motivi d'interesse oltre la musica del tempo erano molti. E poi... colonna sonora da urlo e ovviamente sesso, droga e rock 'n roll!

L'episodio pilota è Cinema scorsesiano allo stato puro, Scorsese sembra tornare nelle sue mean streets per raccontarci la storia di Richie Finestra (Bobby Cannavale) e della sua American Century Records. Ma questa volta le strade buie e sporche di una Manhattan in subbuglio non sono la scena del crimine, anzi, l'unico crimine qui si perpetra in una villa di lusso, sono invece il luogo dove ci sono i club, anche quelli più infimi, dove è possibile scovare la musica più vitale, cosa di fondamentale importanza per un discografico a capo di una compagnia che sta affondando e che ha fame di nuovi talenti, gente che va scovata per strada, perché i nomi nel rooster sono ormai bolliti e no, gli Zeppelin non sono così facili da mettere sotto contratto. Nonostante alcune aperture (gli Zeppelin, la Polygram) le cose non girano al meglio per Richie e i suoi soci, Zak Yankovich (Ray Romano), l'avvocato Scott Leavitt (P. J. Byrne) e Skip Fontaine (J. C. MacKenzie); pur potendo contare sulla bellissima moglie Devon (Olivia Wilde) e sull'amore per i suoi figli, Richie nasconde i problemi e lo stress sotto una coltre di alcool e droghe che non aiuteranno a migliorare la situazione. Per fortuna la giovane Jamie (Juno Temple), una sorta di segretaria spacciatrice, scova la band dei Nasty Bits che potrebbe ridare un po' di fiato all'etichetta.

Vinyl sfoggia un'estetica e una ricostruzione d'epoca sontuose, un gran lavoro sui costumi e un occhio molto attento alle scelte di casting, oltre ai protagonisti principali tra i quali troviamo un Bobby Cannavale finora sempre caratterista di lusso e qui valorizzato con il ruolo della vita, sono davvero indovinate tutte quelle comparse che vanno a impersonare gli artisti di primo e secondo piano che hanno caratterizzato un'epoca, una delle cose più sfiziose in Vinyl è proprio andare a scoprire puntata dopo puntata con quali artisti avranno a che fare i nostri eroi (?). Menzione anche per Ray Romano (il Ray di Tutti amano Raymond) e per un'Olivia Wilde splendida nelle sue mise seventies. Per chi ama la musica la serie è semplicemente imperdibile, probabilmente distrae un poco da ciò che rende Vinyl così appassionante quello che è l'aspetto criminale, forse non così necessario nell'economia di un prodotto che avrebbe potuto tenersi in piedi grazie alle vicende personali e lavorative di Finestra e soci, ad ogni modo visto il ritorno di pubblico questo aspetto ha fatto poca differenza. Peccato, poteva essere una delle serie da ricordare di questo decennio, per la ricostruzione storica, per il punto sulla condizione delle minoranze e delle donne e per la montagna di ottima musica presentata, purtroppo è finita troppo presto, il recupero però è d'obbligo almeno per chi ha sempre masticato musica e per chi come me è invaghito della New York degli anni 70.


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