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MAKING MOVIESAL CINEMA
29/05/2020
Lorcan Finnegan
Vivarium
Dite che, se non si può più uscire di casa, perché vedere un film su due che non possono più uscire di casa? Domanda lecita. Ecco le risposte...

- Cosa c'è di peggio di restare chiusi in casa e non riuscire più ad uscirne?

Ok, domanda sbagliata visto il momento.

- Cosa c'è di peggio di non avere altra interazione per giorni, mesi, se non con il/la proprio/a compagno/a? Che per quanto il rapporto sia stabile, felice e dal futuro roseo, il rischio è che si deteriori?

Ho sbagliato ancora, maledetti giorni nostri...

- Allora proviamo con questa domanda: cosa c'è di peggio di non poter uscire dal proprio quartiere, solo per pochi passi, che finiscono per ripetersi all'infinito, che non permettono ad altri di entrare, a noi di uscire?
La spesa, beh, quella ci viene consegnata direttamente a casa.
Ma nessun contatto con il fattorino, sia mai!

Ok, va bene, ho capito: Vivarium non è il film adatto alla quarantena che stiamo vivendo.
O forse sì.

Forse il suo senso di oppressione, il suo essere un incubo dai colori pastello, dalle case perfettamente arredate, diventa un horror claustrofobico a tutti gli effetti ora, oggi, che la fine dell’emergenza sembra ancora lontana.
Si parte da fuori, però, si parte da quella scuola materna in cui Gemma insegna, in cui Tom sistema piante e giardino.
Sono alla ricerca della loro casa, di un nido da costruire.
E finiscono nelle mani di un agente immobiliare alquanto inquietante.
Non lo dico perché un po' tutti gli agenti immobiliari hanno quel che di inquietante/ti venderei anche mia madre, ma qui basta uno sguardo, basta vederlo muoversi, Martin, copiare gesti e pure voci per rabbrividire e urlare: fermi, non seguitelo!

Ma non si va con la stessa auto, che vuoi che sia.
Si memorizza la strada del ritorno, si canta tranquillamente, sarà giusto un'occhiata.
E invece, dal quel quartiere che sembra un labirinto, da quella casa uguale alle altre, Gemma e Tom non usciranno più.
Lì si troveranno imprigionati, costretti a crescere un bambino non loro, arrivato in una scatola, che cresce a vista d'occhio, che li spia, li tiene sotto controllo, li imita nei gesti, nelle voci, urlando e pretendendo attenzioni
Ogni giorno diventa uguale all'altro, non ci sono distrazioni, non c'è niente da fare.
E allora Tom si mette a scavare una buca in giardino, un'ossessione come un'altra.
Gemma cerca invece di capire i segreti di quel bambino, di capire chi manda la spesa, con chi comunica, cosa gli è successo.
In una spirale sempre più angosciante di fatica, dolore e inquietudine.

Dite che, se non si può più uscire di casa, perché vedere un film su due che non possono più uscire di casa?
Domanda lecita.
Risposte:
Perché si giocano bene le carte psicologiche e paranormali, bastano pochi tocchi, pochi rumori, per far rabbrividire. Intavolando innumerevoli conversazioni sulle metafore in atto, tra la genitorialità e la natura stessa, con quell'inizio che tutto già spiega.
Perché ci sono due attori come Imogen Poots e Jesse Eisenberg, che sono sempre una garanzia quando si tratta di prodotti piccoli e indipendenti.
Il colore e l'amore, quelli si riescono ancora a sentire, basta solo un po' di musica, in fondo.
Il finale, tutt'altro che lieto, è così uno smacco non indifferente.
E allora, chiusi in casa a vedere chi di casa non riesce più ad uscire ci si inquieta, sì, ma si pensa anche: poteva andarci peggio.


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