Mi piacerebbe dare un’occhiata alla partitura di una qualsiasi delle tracce di Who Asked?, secondo album in studio di Domi & JD Beck, il duo delle meraviglie, la coppia più pazza del jazz contemporaneo. Due ragazzini (per modo di dire, ora tra i venti e i trenta) impertinenti, ideatori di una modernissima fusion che suona a dir poco free alle nostre orecchie irregimentate dai giri di do e dai quattro quarti, ma che invece si basa su strutture serratissime. Due mostri di tecnica e musicalità che riescono a condensare nei loro brani cose estreme mantenendole tali e senza compromessi. Due anime alimentate da background solo apparentemente agli antipodi: musica classica e jazz da Berklee College per Domitille Degalle, rock e hip hop per James Denis Beck, ma con un denominatore unico, quello di essere in grado di dominare il proprio strumento a tal punto da costituire non solo l’appendice della memoria muscolare, ma da saper rispondere agli stimoli espressivi e emotivi all’istante, alla stregua di un qualsiasi altro organo del corpo.
Come già premesso nel precedente Not Tight, il loro è un mix di stili che passa dal breakbeat ritmico più forsennato (almeno in apparenza, in realtà è solo incomprensibile per noi gente comune) alla musica classica contemporanea (idem), mettendo in simbiosi un modo di trattare la batteria come potrebbe fare solo un campionatore con il singhiozzo con un’intelligenza naturale ed enciclopedica di teoria e composizione jazzistica.
Mi piacerebbe dare un’occhiata alla partitura di una qualsiasi delle tracce di Who Asked?, dicevo, ma ci capirei davvero poco. E per partitura intendo proprio tutto quello che poi è stato suonato e registrato nel disco, a partire dalle voci, che questa volta sono esclusivamente di Domi e di JD Beck, con tutte quelle armonizzazioni ossessive.
Per continuare con il basso, che Domi suona con la mano sinistra e che dimezza le potenzialità del suo estro ma che, probabilmente, fa la differenza del loro sound unico. Uno stile che (dice lei stessa) non cambierebbe per nulla al mondo, tanto da dare l’impressione che, a suonare, siano in tre. La mano sinistra di Domi ricopre il ruolo fondamentale di guida lungo i brani, tanto da indurre JD Beck a spingere il drumming sempre con un impercettibile anticipo che lo rende pronto ad affrontare ogni repentino cambio di rotta.
E poi le bizzarre ma ponderatissime (spesso a tavolino, anzi, a computer) progressioni di accordi che Domi suona con la mano destra, con tutti quei rivolti pensati principalmente per l’esecuzione live, e che si interrompono solo per straordinarie improvvisazioni modali con preset di synth a dir poco dozzinali ma che, in mano a lei, sprigionano in una resa sorprendente.
Una quantità di accordi, alcuni dei quali al limite del soprannaturale, pensati con accostamenti talmente arditi da mantenere l’ascoltatore in un perenne stato di allerta, tagliati e asciugati da effetti con una precisione certosina in modo che nessuno sfumi in quello successivo e lasciare l’apparente dissonanza solo nel retrogusto dei brani. Non è da meno la batteria, tutti i pezzi di cui è composta e tutte le sfumature che JD Beck riesce a trasmettere adattando alla sua smania espressiva il modo con cui li percuote.
E, a questo giro, una distesa di strumenti da orchestra per i quali il duo ha scritto, con un approccio maniacale, ogni parte, ne ha curato l’incisione, ne ha seguito il trattamento in post produzione con l’obiettivo di ottenere il risultato più fedele possibile a quello che i due, che poi sono una cosa sola, a tutti gli effetti, avevano in mente. E mi riferisco a (spero di non dimenticare nulla, nel dubbio seguite questa esaustiva intervista, tutte le informazioni che trovate qui le ho tratte da lì) basso tuba, ottavino, flauto, oboe, corno inglese, clarinetto, clarinetto basso, controfagotto, fagotto, flicorno, corno francese, trombone, trombone basso, violino, viola, violoncello, e, in alcuni brani, persino il contrabbasso.
Linee ideate su uno dei più diffusi software di notazione (Sibelius) e poi sottoposte a strumentisti in carne e ossa, messi in difficoltà fino ad ammettere di trovarsi al cospetto dei pezzi più difficili a cui avessero mai collaborato. Complici le indicazioni di tempo sul pentagramma, che in Who Asked? cambiano, svaniscono, ritornano, si interrompono, si allungano e si contraggono senza soluzione di continuità. Beato chi ci capisce qualcosa.
Non solo. Se dico che sono una cosa sola è perché Domi & JD Beck suonano uno di fronte all’altro in una prossemica a cui oggi siamo usi grazie al successo degli Angine de Poitrine, ma che i due praticano da molto prima. Un assetto tipico di chi pende dalle membra esecutive dell’altro, molto jazz e da gente che improvvisa, e che può sembrare paradossale in un progetto che al contrario prevede una cura compulsiva dei dettagli, sessioni infinite per il raggiungimento della perfezione sotto ogni punto di vista, rigide linee guida sulla strumentazione e le apparecchiature da impiegare in studio, e applicazione ossessiva in fase di missaggio.
Sulle singole tracce di Who Asked?, per chiudere, c’è poco da aggiungere. Il disco è un ritorno che si caratterizza per una rara omogeneità tra i brani, tanto da fornire l’impressione di una suite, più che una raccolta di canzoni, senza capo né coda, e per questo incommensurabilmente piacevole. Probabilmente, con uno di quei marchingegni dell’AI che separano la voce dal resto, da questo ellepì si otterrebbero dei dignitosissimi pezzi r’n’b. Ma, detto tra noi, chi si priverebbe di tutto quell’appagante caos infernale di sottofondo?
