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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
02/09/2026
Live Report
Wilco, 01/09/2026, Mantova Summer Festival, Esedra Di Palazzo Te, Mantova
Gli Wilco tornano in Italia portando un set classico di greatest hits ma, al netto della gola che rimane nel voler ascoltare quel doppio set pieno di rarità che era stato annunciato, si confermano un'assoluta eccellenza dal vivo, realizzando un concerto memorabile per intensità, generosità e qualità della prestazione.

Partiamo da un equivoco che un po' ha lasciato l'amaro in bocca: le date italiane erano state annunciate come parte della cosiddetta formula An evening with Wilco, due set distinti, più canzoni, più rarità e deep cuts rispetto al solito; guardando però la scaletta di Roma il giorno prima si è capito che la band stava semplicemente portando in giro lo stesso show delle precedenti tappe europee di luglio e agosto, un unico set da un paio d'ore, 24-25 canzoni, e chissà se la formula a due set verrà mai davvero portata in Europa. 

Detto questo, i Wilco mancavano dall'Italia da tre anni, per la precisione dal Todays Festival (poi c'erano stati due concerti a Cesena e Roma, mi sembra) e sul fronte discografico nel frattempo non è successo granché: l'ultimo album resta Cousin (2023), mentre a giugno 2024 è uscito l'EP Hot Sun Cool Shroud, sei brani in vendita anche al merchandising di questa sera, che resta a tutt'oggi il loro lavoro più recente. 

L'occasione del ritorno però è stata delle migliori, perché il concerto si è tenuto nell'esedra di Palazzo Te a Mantova, cortile di uno dei palazzi rinascimentali più importanti d'Europa, città con una certa tradizione recente di concerti estivi, che in passato ha ospitato nomi come Massive Attack e Nick Cave, tra quelli che ricordo. 

Location allestita con le sedie, palco ampio, capienza che,si aggira attorno alle duemila persone, cornice splendida e pubblico numeroso, se non proprio sold out. 

 

Nessun gruppo spalla, i Wilco (Jeff Tweedy voce e chitarra, John Stirratt basso, Glenn Kotche batteria, Nels Cline chitarra solista, Pat Sansone e Mikael Jorgensen alle tastiere) salgono sul palco poco dopo le 21 e aprono con “Art of Almost”, uno dei loro brani più sperimentali, quello in cui le radici alt-country vengono deragliate verso una dimensione elettrico-psichedelica e persino un po' elettronica: partenza che dice subito di che cosa sia capace la band di Chicago dal vivo, probabilmente la miglior live band al mondo tra quelle provenienti dal rock alternativo, per quanto affondino le radici nel country e nell'Americana roots. 

Se è vero che manca un grande disco importante da tempo (anche se Cruel Country, del 2022, e stato un bel guizzo) resta il fatto che l'ultimo vero capolavoro vada cercato in The Whole Love (2011).

“Handshake Drugs” arriva subito dopo, lavorando sulla stessa dinamica: parte col country, poi si sporca, diventa rumorosa, elettrica, tesissima, la stessa cifra stilistica adottata su “Via Chicago”, “I'm Trying to Break Your Heart”, “Heavy Metal Drummer” e “I'm the Man Who Loves You” (qui in versione del tutto riarrangiata) tutti brani presi soprattutto da Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, i due dischi che hanno consacrato la band sia a livello di pubblico che di vendite, e che coincidono non a caso con la loro fase più sperimentale. Stasera questi classici definitivi vengono, se possibile, sporcati ancora di più, resi più elettrici e potenti, quasi che i sei avessero voglia di accantonare la pulizia sonora e dare al pubblico una buona dose di schitarrate oblique e divagazioni psichedeliche. 

 

La scaletta, va detto, non è molto coraggiosa e, contrariamente al loro solito, trascura alcuni lavori importanti: a parte “Impossible Germany” e una “Walken” molto blueseggiante, non c'è nulla da Sky Blue Sky, niente da Wilco (The Album), e dai dischi più recenti non viene proposto più di un brano a testa, anche se bisogna dire che “Bird Without a Tail / Base of My Skull” è ormai divenuto un classico, capace di sfociare in un'orgia di assoli psichedelici, con un Nels Clinen sempre in grande spolvero. Senza dubbio uno dei momenti più intensi della serata.

C’è anche “Annihilation”, una bella bordata elettrica che sul disco non è niente di che su disco ma che dal vivo acquista una marcia in più. 

Unica sorpresa, e unica rarità, se così vogliamo chiamarla, è “It's Just That Simple”, una gemma minore dal primo album A.M., cantata splendidamente da John Stirratt; per il resto, si tratta di un'unica enorme infornata di classici, con “Jesus, etc.” a scatenare il boato più grande assieme alla già citata “Impossible Germany” (con la parte strumentale che come sempre rappresenta uno degli esempi più significativi di quello che questa band è in grado di combinare sul palco); bellissime anche “Camera” e “Theologians”, che era meno scontato che ci fossero e che godono di splendide esecuzioni. 

 

Il suono del gruppo stasera è, come detto, più elettrico, la componente Alt Country emerge di meno, così come quella acustica, forse è “Hummingbird” (anche questa molto amata) a rappresentare uno dei rari momenti sofferenti e delicati. 

Jeff Tweedy parla pochissimo (probabilmente sa che non ce la caviamo benissimo con l'inglese) ma prima dei bis racconta divertito di poter vedere dal palco le luci dei bagni, verde libero e rosso occupato, e di aver capito quali canzoni piacessero di meno da quante luci rosse si accendevano: per fortuna, dice tra le risate dei presenti, ne ha contate solo sei in un singolo momento. 

Al di là di questo, l'attitudine del gruppo è sempre la solita: zero divismo, atteggiamento down to earth tipico dei grandi musicisti americani, tipica di gente che non ha mai voluto scrivere una hit e anche per questo è rimasta nella dimensione dei club e dei teatri medio-grandi, senza volere/potere ambire a qualcosa di più. E forse è proprio questa integrità artistica, mai piegata al successo facile, nemmeno nei dischi meno ispirati come Ode to Joy, il segreto di una band che dopo oltre trent'anni di carriera continua ad emozionarsi quasi più del pubblico che la segue. 

Per i bis si alzano tutti in piedi e si accalcano sotto il palco: si parte con “California Stars”, uno dei pochi momenti quasi acustici, recuperato dal repertorio realizzato assieme a Billy Bragg, si continua con la lunga e sghemba “Spiders (Kidsmoke)”, elettronica e psichedelica, un altro dei loro brani singolo, col riff portante cantato in coro da tutto il pubblico, in un momento davvero sugfestivo. 

Chiusura un po' più scontata e semplice con “I Got You (At the End of the Century)”, una sventagliata di elettricità pura a suggellare l'anima più autenticamente rock della band. 

 

Un concerto durato quasi due ore, molto meno di quanto ci aspettavamo alla vigilia, e per questo è stato inevitabile andarsene con un po' di amaro in bocca. Una setlist assolutamente da fan service, ma comunque memorabile per intensità, generosità e qualità della prestazione, anche grazie ad un Jeff Tweedy che da qualche anno sembra completamente rimesso a nuovo: capelli corti e fisico in forma, cosa che alle soglie dei sessant'anni non fa mai male. 

Difficile, oggettivamente, aspettarsi ancora scossoni dal loro futuro discografico, ma dal vivo restano semplicemente tra i migliori al mondo: ragion per cui sarebbe bene che non passassero altri tre anni prima di poterli rivedere. Magari con questa benedetta formula dei due set che, al momento, rimane un autentico miraggio.