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REVIEWSLE RECENSIONI
Wild Card
Miranda Lambert
2019  (RCA Records Nashville)
AMERICANA ROCK POP
8/10
all REVIEWS
19/11/2019
Miranda Lambert
Wild Card
Questo è un disco che farà storcere il naso ai puristi del suono americano, perché Wild Card, pur mantenendo alcuni episodi e una strumentazione prevalentemente roots, è soprattutto un album aperto alla contaminazione, in cui si respira libertà creativa in ogni singola traccia

E’ curioso come il 2019 abbia visto alcuni artisti, tra i più seguiti della scena country, cimentarsi in dischi ben lontani dalla propria comfort zone. Mi viene in mente Sturgill Simpson, con il suo Sound & Fury, disco di pop rock curioso, inaspettato e, comunque centrato, o il mainstream di plastica di The Owl, della Zac Brown Band, che, absit iniuria verbis, è forse il peggior disco ascoltato quest’anno. Ora, ci prova anche una stella di prima grandezza come Miranda Lambert che, giunta al suo settimo album in studio, rilascia questo Wild Card (titolo azzeccatissimo), una raccolta di canzoni con cui la songwriter texana si cimenta con generi di solito poco frequentati.

Un disco clamorosamente mainstream e clamorosamente radiofonico, in cui la plurivincitrice di Grammy Awards esce dallo steccato dell’americana, per cimentarsi in uno zibaldone musicale in cui confluiscono pop (molto), rock, blues, soul, country, declinati con una maestria concessa solo ai grandi. C’è tutto e il contrario di tutto in Wild Card, e forse solo chi, come la Lambert, vive nell’Olimpo degli artisti più amati dagli americani, poteva permettersi un tale azzardo. D’altra parte, la fama e il successo sono spesso il grimaldello necessario per aprire la porta della libertà artistica, ma da sole, ovviamente, non bastano. Servono ispirazione, serve fantasia, serve soprattutto la capacità di scrivere, comunque, grandi canzoni, e la Lambert, in tal senso, è una sicurezza.

Ciò premesso, è inevitabile fare una premessa: questo è un disco che farà storcere il naso ai puristi del suono americano, perché Wild Card, pur mantenendo alcuni episodi e una strumentazione prevalentemente roots, è soprattutto un album aperto alla contaminazione, in cui si respira libertà creativa in ogni singola traccia. Se è vero che le quattordici canzoni in scaletta possiedono un mood smaccatamente radiofonico, è altrettanto vero che la Lambert evita di prostrarsi alle mode del momento, e cerca semmai strade alternative, riesumando anche suoni clamorosamente retrò.  

Alla consolle, in tal senso, ha fatto un lavoro clamoroso il tanto vituperato Jay Joyce (Eric Church, Patty Griffin, Emmylou Harris), che ha arricchito ogni canzone di idee e spunti inaspettati, modellando suoni che, spesso, sono lontanissimi da ciò che conoscevamo di Miranda.

Il disco si apre con White Trash, che è un blues imbastardito con l’elettronica: pimpante, volutamente easy e accattivante e, per certi versi, tutto il contrario da quello che ti aspetteresti da un brano blues. Poi, ascolti quei suoni, l’alternanza tra pieni e vuoti, l’utilizzo della resofonica e l’assolo di chitarra a metà brano e capisci che questa canzone è tutt’altro che banale. Quando parte poi la successiva Mess With My Head puoi davvero immaginare le urla di disappunto di tutti gli ortodossi americanisti che puntano il dito accusando la Lambert di apostasia. Eppure, questa canzone così deliberatamente leggera e pop, dice apertamente che Miranda non guarda in faccia a nessuno e ha coraggio da vendere. E ci vuole fegato per sfornare un pezzo che avrebbe potuto scrivere Katy Perry dieci anni fa e ammantarlo, poi, di sonorità ’80, con molto più gusto, peraltro, di chiunque altro, e sono tanti, oggi provi a fare le stesse cose. E diciamocelo, senza fare quelli che se la tirano: il ritornello è perfetto, lo canticchi dopo un solo ascolto, e la struttura del brano, apparentemente insipida, è invece lontanissima da schemi preconfezionati (ascoltate l’assolo di chitarra e il successivo raccordo con la strofa e ditemi dove l’avete già ascoltato prima).

C’è da perderci la testa in questo disco, in cui il mood continua a cambiare, i generi si susseguono uno all’altro senza soluzione di continuità, legati solo dal fil rouge dell’inventiva. In questo flipper stilistico ed emozionale, si passa dal blues gospel di Holy Water (i suoni delle chitarre sono da urlo), al divertissement adolescenziale di Way Too Pretty For Prison, alla sfuriata punk blues di Locomotive, alla pop wave anni ’80 di Track Record.

Poi ci sono anche lente passeggiate nei territori che Miranda conosce meglio: il mid tempo malinconico di Fire Escape (il ritornello manda KO per quanto è bello), gli struggimenti d’amore e la melodia cristallina di How Dare You Love, con quel suono che arriva da un disco di cantautorato anni ’70 (lo stesso suono che troverete nella filastrocca Pretty Bitchin’), il country sbilenco di Tequila Does (elegante e inconsueto come una bella donna un po’ alticcia) o il distillato di nostalgia della conclusiva Dark Bars.

C’è la concreta possibilità che Wild Card venga bastonato a sangue dalla stampa nostrana: troppo poco roots, troppo pop, troppo lontano da ciò che conosciamo della Lambert. Eppure, se si ascolta il disco senza preconcetti, aperti alla possibilità che un artista possa cambiare, cercare nuove strade, evolversi, se si accetta che il pop non sia necessariamente una iattura, ma una forma espressiva con un nobile pedigree, e che essere mainstream, con intelligenza e gusto, è la cosa più difficile da realizzare, quando si scrivono canzoni, questo nuovo capitolo della discografia della Lambert suonerà esattamente per quel che è: un gran disco. E da appassionato di musica americana e da fan della prima ora, mi permetto di aggiungere che è il suo migliore di sempre, Pistol Annies comprese.


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