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REVIEWSLE RECENSIONI
29/05/2026
Basement
Wired
Dopo otto anni di silenzio, i Basement tornano con Wired, un album che amplia il linguaggio post-hardcore della band inglese tra shoegaze, soft grunge e indie rock, senza perdere intensità né identità.

Tornare ad ascoltare una band dopo molti anni significa inevitabilmente confrontarsi con il tempo che passa. Non soltanto quello trascorso tra un disco e l’altro, ma anche quello che modifica il percepito che si ha di determinati artisti, i quali talvolta finiscono per diventare reliquie legate a un periodo ben preciso della vita di ciascuno di noi, incapaci di parlare al presente.

Sgombriamo subito il campo: i Basement, assenti discograficamente da otto anni – tanti ne sono passati da Beside Myself (2018), un’era geologica in termini attuali – sono riusciti a evitare questo destino, e Wired, il loro quinto album, lo conferma con decisione. La forza del disco sta proprio qui: nel non cercare a tutti i costi di ricostruire artificialmente un passato che non tornerà più, ma nemmeno nel rinnegarlo, inseguendo disperatamente gli artisti di grido o flirtando con le mode del momento. I Basement continuano invece a muoversi dentro quel linguaggio che ha definito i primi lavori – I Wish I Could Stay Here (2011) e soprattutto Colourmeinkindness (2012) – fatto di post-hardcore, emo, shoegaze, soft grunge e alternative rock anni Novanta, filtrati però dall’esperienza accumulata in quasi vent’anni di carriera.

 

Diciamolo: nei primi dischi dei Basement tutto sembrava guidato da una forma di urgenza costante. Le chitarre di Ronan Crix e Alex Henery franavano addosso ai brani, la voce di Andrew Fisher oscillava tra confessione e disperazione, mentre il basso di Duncan Stewart e la batteria di James Fisher costruivano un tappeto ritmico su cui si innestava una tensione sonora che, spesso, diventava anche tensione emotiva. Wired si muove ancora sulle stesse coordinate, ma le gestisce in modo diverso. Le canzoni respirano di più, gli arrangiamenti sono meno claustrofobici e la produzione di John Congleton valorizza l’interplay tra i musicisti senza ripulire eccessivamente il suono della band.

L’opener “Time Waster” chiarisce subito questa evoluzione. È un ingresso in medias res, costruito su quel tipico muro di chitarre sporche e aperte che i Basement hanno sempre saputo maneggiare con efficacia. Anche la successiva “Wired” segue la stessa logica: aggressiva, densa di distorsioni e feedback, ma attraversata da aperture melodiche che impediscono al brano di richiudersi completamente su sé stesso. È probabilmente qui che emerge con maggiore chiarezza il cambiamento della band: la rabbia degli esordi non scompare, ma perde quella sensazione di claustrofobia emotiva permanente che caratterizzava molti dei lavori precedenti.

In generale, il disco appare più interessato all’atmosfera che alla deflagrazione sonora. “Broken by Design”, per esempio, lavora in sottrazione: le chitarre restano trattenute, quasi sospese, mentre Andrew Fisher canta senza cercare continuamente il punto di rottura della voce, con un approccio che richiama certi passaggi dei primi Death Cab for Cutie. “The Way I Feel” è invece uno degli episodi più interessanti del disco per il modo in cui costruisce la tensione: parte con un incedere vicino ai Drug Church, poi si apre progressivamente verso una dimensione più melodica e obliqua che richiama i Blur del periodo lo-fi influenzato dai Pavement, quello di Blur (1997).

 

Dal punto di vista musicale, Wired è probabilmente il disco più sfaccettato della carriera dei Basement. Alterna momenti apertamente legati al grunge melodico anni Novanta, passaggi più vicini all’indie rock atmosferico e altri in cui resta intatta la componente post-hardcore delle origini. “Satisfy” lavora soprattutto su melodie e aperture armoniche, richiamando gli Strokes più riflessivi, mentre “Head Alight” e “Longshot”, immerse nel riverbero, sfiorano territori tipicamente shoegaze e dream pop. “Deadweight”, invece, si muove su coordinate più pesanti e narcotiche, costruita su riff lenti e ripetitivi che evocano certi lati più opachi del grunge americano. “Pick Up the Pieces” riesce in un equilibrio non scontato: essere immediata senza diventare semplice.

Sul piano melodico affiorano richiami evidenti ai Nirvana di In Utero, soprattutto nel modo in cui le linee vocali si innestano su una struttura volutamente abrasiva. Il disco si chiude sulle note di “Summer’s End”, un brano che lavora interamente su sfumature ed emozioni, e che restituisce una delle qualità migliori dei Basement: la capacità di rendere enorme ciò che resta profondamente privato senza scivolare mai nella retorica.

Alla fine, forse è proprio questo a rendere Wired così convincente. Non il ritorno in sé, né la nostalgia che questo comporta, ma il modo in cui la band riesce a suonare finalmente libera dalla necessità di dimostrare qualcosa. Dopo otto anni di silenzio, i Basement non si reinventano completamente, ma ampliano il proprio linguaggio musicale. E in questo guardare avanti trovano probabilmente un nuovo punto di equilibrio. In una parola: maturità.