Quando uscì The Overload, gli Yard Act sembravano il gruppo giusto al momento giusto: un narratore sardonico da pub di Leeds, un basso che martellava come ai tempi dei Fall, chitarre spigolose e un'ironia tagliente sull'Inghilterra di quegli anni. Poi hanno fatto la cosa meno scontata, cioè smettere di somigliarsi e abbandonare un sound che rischiava di diventare stantio. Where's My Utopia? ha spalancato le finestre a groove di ascendenza dance e a umori urban, con arrangiamenti lontanissimi dal punto di partenza.
You're Gonna Need a Little Music, il primo disco registrato con tutta la band nella stessa stanza, ha invece un passo più classico: chitarre davanti e ritornelli che guardano a un Brit Pop più stratificato, senza perdere la varietà che li rende imprevedibili.
I numeri raccontano una crescita costante. L'esordio è arrivato al secondo posto della classifica britannica, con tanto di candidatura al Mercury Prize e un Elton John ospite su "100% Endurance". Il secondo disco ha toccato il quarto posto, e il terzo è partito nei primi giorni di classifica a ridosso della Top 5.
Dal vivo il salto è stato ancora più netto: nell'agosto 2024 hanno riempito Millennium Square, a casa loro a Leeds, con cinquemila persone, il loro concerto più grande in città. Quest'autunno torneranno nel Regno Unito con quindici date, tra cui l'O2 Victoria Warehouse di Manchester, e chiuderanno a Londra all'Academy di Brixton, la tappa più grande del tour, mentre in estate erano passati da grandi festival come Glastonbury a Primavera e Werchter.
Fuori dalla Gran Bretagna la faccenda è un po' più ridimensionata. Il giro europeo è fatto di sale di medie dimensioni, e in Italia la distanza dai numeri britannici si sente ancora: dalla Santeria della scorsa volta ai Magazzini Generali (unica data nel nostro paese quest'anno) il passo è reale ma resta quello di un gruppo amato più che di un fenomeno. Resta che comunque l’ottima affluenza potrebbe lasciare bene sperare per il futuro, nonostante il mancato sold out.
Ad aprire la serata c'è Lava La Rue, che chi era rimasto ai tempi di STARFACE farebbe fatica a riconoscere. Il concept album spaziale, con il suo funk dinoccolato e le sfumature psichedeliche, è alle spalle: sul palco dei Magazzini Generali arriva un trio essenziale, con chitarra e basso a reggere il peso. Il batterista in realtà ci sarebbe ma manca perché in questi mesi è impegnato con Florence and the Machine, e le ritmiche arrivano dunque da una base elettronica. Le canzoni sono rock trascinanti, piene di groove, e il suono è grezzo e rumoroso, con un'impronta quasi punk industrial che ricorda la strada imboccata con "Jet Lagged", il pezzo scritto insieme Foster The People uscito lo scorso anno. Non resta niente della morbidezza del rap sognante degli esordi: il set è molto potente.
Il gruppo ha appena finito di registrare il nuovo disco e ne anticipa qualcosa dal vivo, i brani sono interessanti e non mancano di un certo appeal radiofonico, anche se con qualche sovraincisione di troppo. Si chiude con "Prince of Bologna", l'ultimo singolo, prodotto da Dan Carey, che mette in luce influenze più rumorose ed elettroniche (e in questo caso la Drum Machine risulta azzeccata) e che diventa, visto il titolo, una specie di omaggio al pubblico italiano, davanti al quale Lava La Rue suona per la prima volta.
Cambio palco rapidissimo ed ecco gli Yard Act, che aprono con "New Beginnings", pezzo del nuovo album che potrebbe essere una summa del loro sound. La strofa è infatti ritmica e ondeggiante, con quel cantato a metà strada tra parlato e melodia che da primo disco è un po' la cifra del gruppo e che ricorda un po' Mark E. Smith dei Fall e un po' il flow hip hop, mentre il ritornello è esplosivo, catchy, molto pop, e rispecchia meglio il trademark dell'ultimo disco: più melodico dei precedenti, più ispirato ad un certo Brit Pop. Un lavoro per certi versi più accessibile, idealmente lanciato verso le classifiche.
Dal vivo, però, al di là della ricetta del momento, è l'esplosività del quintetto a emergere. I loro concerti sono autentiche mazzate dall'inizio alla fine: un pezzo via l'altro quasi senza fermarsi, niente convenevoli tra un brano e l'altro, un unico flusso inarrestabile di note, per uno show potente, per certi versi anche aggressivo.
A farne la forza è una sezione ritmica molto dinamica, con Jay Russell, un grande batterista, che alterna cose più groove a ritmiche spezzate, secche e nervose, e poi cavalcate e passi saltellanti. Ryan Needham al basso lo segue alla grande, pulsante e potente. La chitarra di Sam Shipstone è poi sporchissima e rumorosa, disegna pochi fraseggi e preferisce ritmiche grezze e un po' dissonanti, puntellate da tastiere e sax, suonati da un unico musicista, Christopher Duffin. Gli inserti di sax sono quelli tipici di un certo post punk, anche se non vengono usati come negli Squid né come nei Viagra Boys: hanno a tratti un sapore più classico, a sottolineare le melodie, senza tuttavia rinunciare a svisate e dissonanze. Le tastiere, invece, accompagnano e danno corpo al sound.
Stasera i suoni dei Magazzini Generali non sono dei migliori. Il sax è abbastanza presente, le tastiere poco: quando il sound vira verso di loro si sentono poco ed è un peccato, perché va persa un po' di profondità.
Il cantante, James Smith, un mattatore incredibile. È uno dei frontman più navigati e carismatici tra le nuove band di questo filone britannico. Le movenze fanno pensare a Jarvis Cocker, e forse le influenze ci sono, anche se la loro musica, a parte qualche cosa dell'ultimo disco, ha poco da spartire con quella dei Pulp. Si agita sul palco, prende per mano il pubblico, svetta sul resto della band e trascina per tutta l'ora e venti che dura lo show.
Il pubblico italiano ha reagito con enorme coinvolgimento, anche se la loro musica da noi ha meno forse meno appeal che altrove. I testi sono profondi ed elaborati dal punto di vista lirico e letterario, ma capirli mentre vengono cantati richiede un inglese madrelingua, e si sa che noi non siamo abituati a leggere i testi né conosciamo l'inglese abbastanza per farlo. Il livello ironico e caustico va dunque in gran parte perso e questo è senz'altro un fattore da considerare (stasera i pochi che cantavano parola per parola erano tutti stranieri).
Alla fine, qualunque cosa suonino, le cose più dure e vicine al post punk del primo album, quelle più hip hop e ritmiche del secondo, o quelle un po' più melodiche del terzo, diventa fortissimo e tiratissimo. Il pubblico lo avverte e balla da subito, catturato, e da metà concerto si inizia a pogare e non si smette più.
La scaletta cambia ogni sera e, anche se il repertorio non è ancora vastissimo, la band riesce a spaziare in lungo e in largo tra i tre album, con un gusto per la varietà che li rende del tutto atipici rispetto agli act della loro generazione, che normalmente preferiscono un show preimpostato.
Stasera l'attacco è veramente sfolgorante, perché dopo "New Beginnings" arrivano a ruota "Cherophobe Rock" e soprattutto "We Make Hits", uno dei loro brani più rappresentativi, col suo ritornello irresistibile che fa scatenare il pubblico.
I brani del nuovo disco ci sono quasi tutti (pur con gravi omissioni come "Janey Said", a mio parere tra le più belle) e risultano in molti casi accelerati e resi più grezzi dal trattamento live: "Empty Pledges" in particolare (che per quanto mi riguarda vince tutto con i suoi riferimenti nel testo al loro concittadino David Gedge e ai suoi Wedding Present) appare quasi irriconoscibile, mentre "Redeemer", "Thrill of the Chase" e "Tall Tales" risultano anch'esse parecchio movimentate.
Qui da noi The Overload appare ancora molto amato, a giudicare da come i presenti si infiammano con "Dark Days", "Dead Horse" o la title track (quest'ultima provoca davvero una bella bolgia sotto il palco). D'altronde si tratta del disco maggiormente d'impatto dei nostri, e anche se nel prosieguo hanno saputo variare e migliorare la propria scrittura, questi brani sono ancora tra quelli che in concerto funzionano di più.
Nel finale arriva anche la lunga "The Trench Coat Museum", più abrasiva e meno elettronica della versione in studio (anche se Smith manovra una piccola unità di effetti a manopole), dove i nostri si fanno notare per un dinamico e dilatato interplay, e durante la quale intervengono a difesa di un fan un po' maltrattato dalla sicurezza per aver tentato un crowd surfing.
Poi la vecchia "100% Endurance", che alleggerisce un po' l'atmosfera, prima del funk esagitato di "You're Gonna Need a Little Music", che sfocia immediatamente nelle distorsioni e nei ritmi saltellanti di "The Trapper's Pelts".
C'è spazio solo per un bis, come da consuetudine di questo tour: questa sera tocca al rock primigenio di "Witness (Can I Get A?)" che chiude in bellezza un concerto decisamente impeccabile.
Gli Yard Act si confermano ancora una volta irresistibili dal vivo, e in più stanno portando avanti un'evoluzione stilistica di tutto rispetto, che li sta avviando a diventare uno dei gruppi più interessanti tra quelli usciti nell'ultimo quinquennio dal calderone post punk.
Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito
Yard Act
Lava La Rue
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