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REVIEWSLE RECENSIONI
09/11/2026
PISS
you made me / skin on linen
I PISS trasformano il trauma in rumore, tensione e materia fisica. you made me / skin on linen è un debutto feroce e profondamente scomodo, un disco che rifiuta la catarsi e lascia ogni ferita deliberatamente aperta. Perché non tutto quello che ci accade può, o deve, essere superato. I PISS non provano a cancellare le cicatrici. Le fanno suonare. Rumorosamente.

Ci sono album che raccontano una ferita, e altri che sembrano volerla tenere aperta. you made me / skin on linen, debutto dei PISS uscito per la leggendaria Sub Pop Records di Seattle, appartiene decisamente alla seconda categoria: il disco non cerca una soluzione, non promette catarsi e soprattutto non sembra particolarmente interessato a mettere a proprio agio chi lo ascolta.

La violenza, intesa come un qualcosa che assume una moltitudine di forme, pervade ogni singolo aspetto dell’album. Questa violenza non resta confinata nei testi: entra nelle chitarre, nei versi e nelle frasi ripetute come mantra ossessivi, nella voce, nelle urla cariche di sofferenza di Taylor Zantingh, nel modo in cui i brani si sviluppano, in una tensione continua, fino al rischio di spezzarsi.

 

I PISS arrivano da Vancouver e sono formati da Taylor Zantingh alla voce, Tyler Paterson alla chitarra, Gavin Moya al basso e Garreth Roberts alla batteria. Il punk, per loro, sembra essere più un materiale da deformare che una forma da rispettare: le canzoni vengono smontate, stirate e spinte fino a debordare in un caos di noise, poesia, spoken word e performance che rende difficile considerarli semplicemente un’altra band punk rumorosa.

La tentazione di incasellare you made me / skin on linen dentro l’etichetta del noise-punk è forte, e probabilmente giusta, ma dopo qualche ascolto questa definizione comincia ad essere stretta. I PISS sanno essere feroci, ma la parte interessante non è tanto quanto casino riescono a fare. È come utilizzano questo casino.

In “time loop at hot slit”, ad esempio, la tensione del noise-punk convive con qualcosa di incredibilmente rimtico, quasi ballabile, mentre la voce di Taylor Zantingh porta il pezzo nella direzione opposta, rendendolo quasi respingente. Questa dinamica pervade quasi tutti i brani del disco: i PISS ti portano verso di loro, per poi subito dopo allontanarti con un calcio sullo sterno. Ci sono momenti furiosi (su tutti “a little girl’s horse craze betrays her”) e altri più ipnotici, nei quali la voce prende spazio e la chitarra sembra lavorare soprattutto sulla tensione; come “i wanted to be a singer”, “andrea I” e “andrea II”, “toni” e “there was a door”, e soprattutto come la conclusiva “i keep trying to change the ending” dove su un tappeto sonoro di arpeggi di chitarra dilatati, e una sezione ritmica tesa e martellante, si innesta lo spoken word di Taylor Zantingh, seguito da un’esplosione rumorosa per poi tornare a passaggi quasi eterei e sussurrati nei quali la rabbia si dissolve e la struttura stessa della canzone sembra poter perdere pezzi da un momento all'altro.

 

È proprio questa instabilità a rendere you made me / skin on linen interessante, ed è qui che il vocabolario dei PISS si allarga oltre il semplice noise-punk, assorbendo post-hardcore, post-rock e passaggi più rarefatti, senza però trasformarli in compartimenti separati. Il risultato è un disco che sembra continuamente sul punto di cambiare direzione: non una successione di sfuriate, ma un alternarsi di compressione ed esplosione, silenzio e rumore, controllo e perdita di controllo, come se anche la musica faticasse a contenere quello che Zantingh sta cercando di raccontare.

Il centro del disco non è tanto la rabbia, quanto il corpo, inteso come qualcosa che può essere osservato, sessualizzato, violato, ma anche come luogo nel quale le esperienze rimangono impresse. Nell’universo sonoro dei PISS, il trauma non sembra essere semplicemente qualcosa che è accaduto, e che a un certo punto può essere lasciato alle spalle. Il trauma modifica l’integrità psicologica e fisica di chi lo ha vissuto, ne altera la percezione e diventa inevitabilmente un tratto fondante della sua identità.

Scorrendo titoli come a “little girl's horse craze betrays her”, “manon on the trial of gisèle pelicot” o “blocking a scene you can't remember” ci troviamo di fronte ad un vocabolario fatto di sessualizzazione, memoria, rimozione e violenza, dove il disco diventa davvero scomodo, costringendoci ad ascoltare Taylor Zantingh leggere gli atti del processo agli uomini che hanno abusato sessualmente di Gisèle Pelicot, drogata e resa incosciente dal marito, o la stessa Zantingh raccontare cosa si prova il giorno successivo l’aver subito una violenza. Nonostante questo, sarebbe riduttivo trasformare you made me / skin on linen in un disco semplicemente "sul trauma". La questione interessante è semmai ciò che succede dopo, quando la distinzione tra ciò che siamo e ciò che ci è successo diventa molto meno netta.

 

Tuttavia, i PISS non sembrano avere nessuna intenzione di offrire una risposta. Quanto di quello che ci ha ferito finisce inevitabilmente per diventare parte di ciò che siamo? Dove finisce l'esperienza e dove comincia la persona che quell'esperienza ha contribuito a costruire? I PISS lasciano queste domande aperte e, soprattutto, evitano di trasformare il dolore in un percorso ordinato che conduce necessariamente alla guarigione.

Anche per questo la rabbia di you made me / skin on linen funziona così bene, perché non sembra costruita per arrivare al momento in cui tutto esplode e, finalmente, ci si sente meglio; non è la classica tensione tipica dell’hardcore destinata a sciogliersi in un breakdown liberatorio. Rimane lì, irrisolta, qualche volta persino frustrante. E quella mancanza di pacificazione finisce per diventare una delle caratteristiche più interessanti dell'album.

 

I PISS prendono il linguaggio del punk e lo deformano quanto basta per farlo diventare qualcosa di personale. Rumore, parola, performance e fisicità convivono senza che una componente riesca veramente a prendere il sopravvento sulle altre. Ne viene fuori un debutto che, attraverso il rumore, il caos, le dissonanze, i fischi, dimostra quanto la band sia capace di trasformare qualcosa di intimo in un'esperienza che, almeno per la durata del disco, diventa anche un’esperienza collettiva per chiunque sia all’ascolto.

Non tutto quello che ci succede può essere superato, spiegato o trasformato in qualcosa di positivo. Alcune esperienze rimangono semplicemente lì, incorporate nella persona che siamo diventati. you made me / skin on linen sembra partire proprio da questa consapevolezza, senza cercare di renderla più digeribile di quanto sia.