La matematica, si sa, non è un’opinione. Ma il numero zero, sempre che lo si possa considerare un numero, genera spesso non pochi equivoci, soprattutto tra chi si accinge a imparare a contare. Il punto è da dove si inizia. Uno è la prima quantità a tutti gli effetti, ma allora dello zero e di quel centimetro tra le prime due tacche del righello che ce ne facciamo? D’altronde diciamo cose come ripartire da zero, mica da uno, per non parlare di quando premiamo il tasto dell'ascensore per tornare al piano terra. Il numero zero di una rivista, o di un qualsiasi format televisivo o radiofonico, la dice lunga sull’intento: proviamo a vedere come butta, poi, se la cosa funziona, possiamo tornare a far corrispondere le dita delle nostre mani ai conteggi ufficiali.
Questo perché il numero zero della produzione di Alewya, se andate a spulciare tra i dischi che ha pubblicato, a onor del vero corrisponderebbe con Panther in Mode, il suo EP d'esordio pubblicato nel 2021. Un disco di poche tracce non fa una grinza, secondo il criterio di quello che dicevamo sopra. Un’opera decimale, uno zero virgola una manciata di tracce (sei per l’esattezza) che però, sommata agli svariati episodi singoli che l’hanno preceduta e seguita, compone un intero fatto e finito.
Ad aumentare la complessità c’è poi la questione della multiculturalità di cui il sound, anzi, i molteplici sound di Alewya Demmisse, si sono nutriti.
Una raffinatissima songwriter nata in Arabia Saudita da padre egiziano e madre etiope, cresciuta in Sudan fino a quando, cinque anni più tardi, la famiglia si rifugia in Gran Bretagna. Un percorso decisamente segnante, con tutte le conseguenze che l’esperienza dello sradicamento e dell’adattamento in un contesto occidentale comporta, e che si conclude a Londra, la capitale honoris causa del mondo, la città che Alewya chiama casa. Un punto di partenza, un altro numero zero da cui muovere i primi passi verso l’ambiente delle arti visive e della moda che la condurrà a New York, per poi rientrare in UK e dare inizio alla nuova carriera, quella musicale, grazie all’incontro con il guru della drum’n’bass Shy FX.
Ecco perché l’ispirazione di Alewya attinge da un universo sonoro intercontinentale e a più latitudini. La componente mistica araba è di matrice paterna, mentre alle origini della mamma deve le influenze derivanti dalla musica popolare etiope e dal jazz di Mulatu Astatke. A questo si aggiungono i gusti del fratello maggiore assimilati tra le mura domestiche da ragazzina, ascolti che spaziavano dal rock alternativo alla musica elettronica, fino all’emancipazione e alla consapevolezza di una personalità a sé in grado di mescolare il proprio background con le più recenti tendenze (sia mainstream sia di nicchia) suonate dai dj nei locali di West London, così decisive da convincerla ad esprimersi in uno stile tutto suo.
Ma non dovete preoccuparvi, non ci sarà nessun jet lag a rovinarvi l’esperienza di ascolto. Fermate il mappamondo e mettetevi comodi, pronti per muovervi a ritmo, perché approcciare questo Zero è come bere un bicchiere d’acqua. Facile e pure rinfrescante.
L’album di esordio di Alewya è un disco con più anime che talvolta intrecciano simultaneamente diversi generi, ed è il caso dei brani più originali e riusciti. In altre tracce prevale invece un approccio stilistico forse troppo didascalico, a tratti esclusivo, con arrangiamenti appesantiti dai cliché delle produzioni a tavolino pensate per soddisfare i palati meno inclini alle contaminazioni, per un risultato un po’ al di sotto del resto. Canzoni senza dubbio più spendibili da un punto di vista commerciale, ma dal flavour meno riconoscibile.
Il disco si avvia con i canoni sufi portati all’estremo dalla trance e dalla sua spinta verso le armonie e melodie meditative nell’eterea intro “Simian Mountain” e, in perfetta simmetria verso la chiusura, dell’ipnotica “Eshi”, vera sintesi tra percussioni ancestrali su modernità dub. Nel corpo dell’album troviamo quindi un’ampia proposta di brani molto vicini alle sonorità pop e dancehall contemporanee, come “Runner”, “Night Drive” (che vede la collaborazione della musicista etiope Dagmawit Ameha), “Selah”, “Cairo FM” e “Lingo”, un linguaggio che riesce a spingersi addirittura nel più conturbante e ammaliante neo soul r’n’b di “Red Clay Luv”. Ma è con il resto della tracklist, in brani come “City Of Symbols”, “Maktoub”, “Intermission”, “Guttah” e l’outro title track “Zero”, che Alewya sembra essere più a suo agio, canzoni in cui unisce uno standing artistico ispirato alle prime produzioni di M.I.A. a una forma narrativa quasi epica, con melodie che si alternano a rime rap scandite con l’autorevolezza propria di chi, a causa del proprio vissuto, può mettere a confronto più versioni della stessa realtà.
Zero, nell’insieme, è un’opera ampiamente fruibile, la prova che i generi musicali altro non sono che costrutti, un pourparler, e che solo il loro superamento è in grado di costituire l’antidoto più efficace alla globalizzazione musicale. Alewya è una musicista difficilmente categorizzabile con un bagaglio di influenze fuori dal comune. Ne deriva un debutto adeguatamente ricco, un disco di buon livello artistico, un lavoro sufficientemente sofisticato frutto di una produzione ambiziosa. Se c’è un difetto, è quello di aver messo troppa carne al fuoco. Ma Zero è un numero zero: non pecca di mancanza di coerenza, semmai di curiosità.
