Gli Zu sono passati da Milano l'ultima volta esattamente due anni fa, nel gennaio del 2024. Li ritroviamo oggi nella stessa identica venue, il Santeria, ma da allora c'è una grande novità: a fine 2025 è uscito Ferrum Sidereum, il primo disco in studio dopo sei anni di assenza, se si esclude la parentesi del progetto RuinsZu assieme al batterista Tatsuya Yoshida, che ha prodotto un disco dal vivo registrato al Jazz Is Dead di Torino.
Un disco importante, Ferrum Sidereum: ottanta minuti di musica meno monolitica rispetto a capisaldi come Terminalia Amazonia e Carboniferous, uno spettro sonoro più vario, con la componente Jazzcore maggiormente presente e diversi momenti in cui la violenza geometrica che da sempre li caratterizza viene stemperata a favore di parti più sospese e contemplative. Il tutto con la produzione eccelsa da parte di Marc Urselli, che dall'alto dei suoi tre Grammy, ha saputo aiutare i tre a tirare fuori la versione migliore del loro suono.
Potrebbe essere il lavoro più importante da loro realizzato fino ad ora? Troppo presto per dirlo, anche a fronte di una discografia vasta e ricca di capolavori, ma è innegabile che tornare con musica di questo livello dopo così tanto tempo, non è certamente da tutti.
Il concerto milanese, parte di un tour europeo molto esteso che per ora, nel nostro paese, si ferma solo qui e a Verona (due settimane fa sono passati anche da Bologna) ma che avrà una leg più consistente ad aprile, si svolge bene o male seguendo il copione dell'album. Massimo Pupillo, Luca Mai e Paolo Mongardi (entrato in line up da un paio d'anni e presente anche in questo disco) non hanno bisogno di picchiare duro per tutto il tempo: certo non mancano i momenti in cui sax baritono, basso e batteria si producono in architetture complesse e nervose, dense di cambi di tempo ed atmosfera, lavorando tantissimo sulle ritmiche ed accelerando spesso, come succede soprattutto finale.
Altrove, tuttavia, Luca Mai si concentra sul Synth, estraendone parti eteree e vagamente contemplative. L'atmosfera si fa nel complesso più rarefatta, le melodie e le parti più complesse, non proprio di facile accesso, ma ugualmente ricche di fascino. Il suono è spesso “trattato”, ma l'uso di effetti (e anche di qualche backing track, mi è sembrato) non inficia la resa complessiva, costantemente focalizzata sull'interazione profondamente telepatica tra i tre. I quali, va detto, pur essendo musicisti eccellenti, non cedono mai al mero virtuosismo, rimanendo unicamente finalizzati alla creazione di paesaggi sonori incisivi e spesso magnificamente inquietanti.
Un'ora e mezza senza respiro, priva di pause o anche solo di un minuto speso in saluti o ringraziamenti (che non mancano, ovviamente, ma vengono espressi attraverso il linguaggio del corpo), una costante immersione in un territorio che a questo giro lascia intravedere anche qualche spazio di vaga luminosità.
Il pubblico, come l'altra volta, ha risposto bene, riempiendo quasi del tutto il locale e non facendo mai mancare il proprio calore. Per una band del genere, con una proposta che definire poco accessibile è un eufemismo, si tratta senza dubbio di un ottimo risultato, considerando anche che le date italiane sono diverse.
E se contiamo che sono pure tra le poche band nostrane a godere di così tanta stima all'estero, direi che dobbiamo essere orgogliosi di loro.

