
Sotto il peso schiacciante delle aspettative, assistiamo finalmente alla rinascita dei Kasabian, in questo 2026 e in tutta la sua potenza cinetica, con ACT III, un disco che trascende la fredda classificazione di nono capitolo in studio per innalzarsi a definitiva traiettoria sonora.
Sei anni or sono, lo strappo traumatico e la cacciata dello storico frontman Tom Meighan in seguito a drammatiche vicende legali sembravano aver reciso irrevocabilmente le corde vocali e l'anima stessa del progetto di Leicester, eppure Serge Pizzorno, da sempre deus ex machina e sciamano ritmico della band, non si è limitato a raccogliere il timone nella tempesta assumendo il ruolo di voce principale, ma ha trasmutato il trauma in un'urgenza espressiva deflagrante e dannatamente autentica.
Dopo aver attraversato i laboratori sperimentali di The Alchemist's Euphoria e Happenings, questo terzo viaggio discografico della sua era solitaria al microfono chiude un cerchio e spalanca un cosmo, per rivendicare l'urgenza di una vera e propria letteratura rock.
In ACT III, prodotto con certosina lucidità dallo stesso Serge in tandem con Mark Ralph, l'anima selvaggia dell'alt-rock britannico collide con un'anima psichedelica e vertiginose derive elettroniche, unendo l'impeto da stadio (diretta emanazione di quell'epica britpop di matrice Oasis di cui Pizzorno si conferma acuto ammiratore) a scavi timbrici chiaroscurali che non sfigurerebbero nelle visioni stratificate dei The Smile o nelle abrasive esplorazioni post-punk dei Fontaines D.C., band che assieme ai maestri del passato tracciano la rotta della resistenza musicale odierna.
L'album è uno splendido e ininterrotto flusso d'adrenalina emotiva e spessore musicale, inaugurato dal frammento "quiet on set please 1m9", un breve ma denso sipario cinematografico che ci scaglia senza preavviso nel vortice ritmico di "SOULMATE" e nelle chitarre sature di "Hippie Sunshine", dove i sintetizzatori analogici e i delay lisergici disegnano geometrie complesse su ritmiche di ossessiva, quasi matematica, precisione.
È però in "SUPERPOWERS" che la muscolatura dell'opera si flette in direzioni inaspettate, rendendo ibrido l'inno rock con fascinazioni funk e pulsazioni sincopate che strizzano l'occhio alla genialità polimorfa dei migliori Gorillaz, sostenendo liriche di profonda e disarmata vulnerabilità sentimentale che Pizzorno scaglia come crudi power chords verbali: "It's been twenty-four hours / You gave me superpowers / I'll be your shield your saviour / Fly like the caped crusader" ("Sono passate ventiquattro ore / mi hai dato i superpoteri / sarò il tuo scudo il tuo salvatore / volerò come il crociato incappucciato").
L'autore non si atteggia a divo irraggiungibile, ma declama con una voce volutamente velata che si fonde nell'arrangiamento diventando strumento e materia viva, intonando testi che sondano lo smarrimento dell'uomo moderno di fronte al collasso dei miti; tale scavo mentale esplode in "GREAT PRETENDER", brano dal respiro melodico maestoso e urgente ma intimamente crepuscolare, dove l'ammissione "And the truth is the heroes are running on empty" ("E la verità è che gli eroi stanno viaggiando a vuoto") si erge a disincantato manifesto per una generazione orfana di appigli valoriali.
La sfolgorante brillantezza del disco risiede proprio in questa dicotomia lacerante tra un'infrastruttura armonica progettata per spingere i corpi all'euforia estatica e inebriante del rito live (esplorando persino vette caleidoscopiche in "SILVER APPLE EYES" e il tagliente sarcasmo cibernetico in "THE GURU AND THE CRYPTO TIME MACHINE") e un'indagine testuale profondamente intima, in cui le liriche scorrono quasi svincolate da rigide costrizioni metriche per catturare il battito irrequieto della modernità.
Quando in "NOTHING BETTER THAN THIS" i Kasabian innescano un ordigno ritmico nato esplicitamente per far ballare e sudare il pubblico, cantando con feroce urgenza "There's nothing better than this / A kiss, a night you cannot miss" ("Non c'è niente di meglio di questo / un bacio, una notte che non puoi perdere"), celebrano la fisicità vitale ed effimera del momento presente, la comunione trascendentale che allontana il vuoto circostante.
E mentre i tre preziosi interludi strumentali frammentano e ricuciono la narrazione come silenzi strategici in un poema sprovvisto di punteggiatura terminale, brani dilatati come il morbido calore pop molto anni Settanta di "SAY YOU (CLOSER)" e le atmosfere oblique, avvolgenti e sognanti di "GLIDE" e "HYPER//RISING", rivelano una maturità compositiva ormai definitivamente raggiunta, in cui ogni accordo, ogni saturazione e ogni variazione non sono mai velleitari orpelli estetici, ma rigorosa grammatica emotiva.
Con questo superbo ACT III, Pizzorno non si limita a certificare la propria miracolosa sopravvivenza artistica, ma si consacra definitivamente come un autore titanico, della parola e del suono, capace di raccogliere i pezzi di specchio sparsi di un'identità infranta per forgiarvi un capolavoro vibrante, ricordandoci con impareggiabile irruenza che questa incarnazione dei Kasabian non sta affatto scrivendo il proprio malinconico epilogo, bensì l'incipit glorioso e inarrestabile della sua stagione più coraggiosa.
