Agenda alla mano, giugno è il mese dell’emo e Milano, per qualche settimana almeno, ne è diventata la capitale. Nel giro di pochi giorni il capoluogo lombardo ha accolto Touché Amoré, American Football, Basement e La Dispute, con l’ulteriore appendice estiva dei Converge prevista a luglio. Una concentrazione di appuntamenti che ha trasformato la città in una meta obbligata per gli appassionati del genere e delle sue infinite sfumature. Tra tutti gli eventi in programma, la serata dei Basement ai Magazzini Generali rappresentava però qualcosa di speciale: non solo per il ritorno in Italia della band inglese dopo sette anni di assenza, ma anche per la presenza dei Fiddlehead, una delle realtà più interessanti emerse dalla scena post hardcore americana dell’ultimo decennio.
Una doppietta imperdibile che ha rischiato addirittura di saltare. Solo il giorno precedente entrambe le band si trovavano in Austria quando il loro van li ha lasciati a piedi. Una disavventura da vero tour on the road che li ha costretti a raggiungere Milano in treno dopo sei ore di viaggio e non poca apprensione da parte dei fan che ne avevano seguito gli aggiornamenti sui social. Alla fine, però, tutto è andato per il verso giusto e i due gruppi sono riusciti a raggiungere i Magazzini Generali.
Nonostante la concorrenza di una serata particolarmente affollata (con i Social Distortion impegnati al Carroponte e gli House of Protection al Magnolia) il pubblico risponde presente fin dall’inizio. Quando i cancelli sono ormai aperti da un po’, la venue è già ben popolata e l’attesa è palpabile. Del resto, la combinazione Fiddlehead e Basement rappresenta una proposta difficilmente ignorabile per chiunque abbia un debole per emo, post hardcore e alternative rock.
Curiosamente, poco prima dell’inizio abbiamo persino incrociato alcuni membri di entrambe le band mentre si dirigevano a piedi verso il locale, forse reduci da una passeggiata nel centro di Milano o forse semplicemente di ritorno da una cena in una delle trattorie della zona. Qualcuno li ha riconosciuti e fermati per il classico selfie di rito, concesso con grande disponibilità da tutti quanti. Una scena magari marginale, ma che conferma ancora una volta la proverbiale gentilezza e accessibilità che caratterizzano molte delle realtà provenienti dalle scene emo, hardcore e post-hardcore.
Alle 21 in punto tocca ai Fiddlehead aprire le danze. In un certo senso possono essere considerati uno spin-off dei Basement, visto che le due band condividono il chitarrista Alex Henery, ma la formazione di Boston ha ormai una propria identità ben definita. Guidati da Pat Flynn, già voce degli Have Heart (a cui si aggiungono Shawn Costa alla batteria, Alex Dow alla chitarra e Alex Dow al basso), i Fiddlehead sono attivi da poco più di dieci anni e hanno pubblicato tre album per Run For Cover Records, l’ultimo dei quali, Death Is Nothing to Us, risale al 2023 – e a cui si è appena aggiunto l’EP Baby I’ll Change, in arrivo il 26 giugno.
Il loro set è una sintesi efficace dell’intera discografia: trenta minuti intensi in cui il gruppo pesca con equilibrio da tutti i lavori in studio, costruendo una scaletta compatta ma estremamente coinvolgente. Il loro post hardcore intriso di sensibilità emo trova terreno fertile davanti a un pubblico che dimostra fin da subito di conoscerne bene il repertorio. Per i Fiddlehead si tratta della prima esibizione italiana e l’attesa accumulata negli anni si traduce in un’accoglienza calorosissima. Ogni brano viene accolto con entusiasmo crescente e, quando Flynn annuncia che resta soltanto un’ultima canzone, dai presenti si alza un coro di protesta che testimonia quanto il concerto sia stato apprezzato.
Il finale con “One Million” è il punto più alto della loro esibizione: il pubblico canta ogni parola a squarciagola mentre Flynn prima sale sulla transenna per condividere il momento con i fan e poi si lancia in uno stage diving che chiude simbolicamente una performance esplosiva. Alla fine si è trattato di trenta minuti soltanto, ma sufficienti per lasciare il segno e alimentare la speranza di rivederli presto in Italia da headliner.
Il cambio palco richiede pochissimo tempo, anche perché le due band condividono buona parte della strumentazione. Alle 22 i Basement fanno il loro ingresso e l’accoglienza è quella riservata alle grandi occasioni. L’ultima apparizione italiana del gruppo risaliva infatti al 2019, quando portarono il tour di Beside Myself al Locomotiv Club di Bologna. Da allora sono successe molte cose: una lunga pausa, il sorprendente successo virale di “Covet” su TikTok e infine il ritorno sulle scene con Wired (qui la nostra recensione), pubblicato a maggio dopo un lungo processo creativo che ha visto la band rompere un silenzio discografico lungo ben otto anni, con la volontà di aspettare fino al momento in cui fosse realmente soddisfatta del materiale composto.
Che Wired sia un disco in cui i Basement credono profondamente lo si capisce immediatamente. L’inizio del concerto è infatti affidato a tre brani consecutivi tratti dal nuovo album: “Time Waster”, “Deadweight” e “The Way I Feel”. Una scelta che avrebbe potuto raffreddare una platea desiderosa di ascoltare i classici, ma che produce l’effetto opposto. Le nuove canzoni funzionano alla perfezione dal vivo, confermando tutte le ottime impressioni lasciate dall’album in studio. Dopo questa apertura arriva il momento delle hit. “Covet”, come detto andata virale su TikTok un paio di anni fa, scatena immediatamente il delirio sottopalco e rende evidente uno degli aspetti più curiosi della serata: accanto ai fan storici si nota infatti una presenza insolitamente numerosa di giovanissimi, molte delle quali ragazze, arrivati probabilmente proprio grazie alla riscoperta del brano sui social. Subito dopo arriva anche “Spoiled”, altro classico imprescindibile che trasforma i Magazzini Generali in un unico enorme coro.
Da quel momento la scaletta si trasforma in un viaggio attraverso tutta la carriera della band. C’è spazio per “Earl Grey”, pescata dal debutto I Wish I Could Stay Here del 2011, così come per brani amatissimi come “Aquasun” e “Promise Everything”, testimonianza della straordinaria qualità dell’album omonimo del 2016. Fa invece rumore l’assenza totale di canzoni tratte da Beside Myself, ma a conti fatti è una scelta che sorprende solo fino a un certo punto: nel corso degli anni i Basement non hanno mai nascosto il rapporto complicato con quel disco e con il periodo della sua realizzazione, uno dei più delicati della loro storia. Proprio per questo assume ancora più valore il recupero del singolo “Are You the One”, pubblicato nel 2019 e accolto con entusiasmo da una platea che ne conosce perfettamente ogni passaggio.
Oltre ai sette brani estratti da Wired (alla tripletta iniziale nel corso della serata si sono aggiunte anche “Broken by Design”, “Head Alight”, “Sever” e la title track, tutte accolte con grande entusiasmo, segno che la missione affidata al nuovo album – presentare la band a un pubblico nuovo e reintrodurla a quello vecchio – è riuscita con successo), il disco più rappresentato è inevitabilmente Colourmeinkindness. Con quattro canzoni in scaletta, l’album del 2012 continua a occupare un posto privilegiato nel cuore della band e dei fan. D’altronde è il lavoro che li ha consacrati definitivamente come una delle realtà più importanti della scena alternative e post hardcore contemporanea, e l’impatto che questi brani hanno ancora oggi dal vivo è semplicemente devastante.
I Basement – Andrew Fisher alla voce, Ronan Crix e Alex Henery (per lui stasera doppio set!) alle chitarre, Duncan Stewart al basso e James Fisher (fratello di Andrew) alla batteria – appaiono in grande forma, affiatati e perfettamente consapevoli del valore del proprio repertorio. Non c’è nostalgia fine a se stessa, ma la sensazione concreta di assistere a una band che ha ritrovato entusiasmo e motivazioni. Lo dimostra soprattutto il finale, affidato a “Pine” e “Promise Everything”, che chiudono il concerto nel migliore dei modi, tra singalong, abbracci tra il pubblico, circle pit e un coinvolgimento emotivo che raramente viene meno durante l’intera esibizione.
Dopo cinquantacinque minuti, la band saluta calorosamente i fan e lascia il palco. Il pubblico prova a chiedere un bis, ma dai diffusori parte “Pure Shores” delle All Saints, segnale inequivocabile che la serata è arrivata al termine. Poco prima, Andrew aveva raccontato dal palco come il gruppo, fermo al lato della strada con il van guasto nel bel mezzo dell’Austria, avesse addirittura pensato di annullare il concerto. Ascoltando i commenti post-concerto e guardando le facce soddisfatte all’uscita dei Magazzini Generali, viene da dire che la fatica è stata ampiamente ripagata. I Basement sono tornati, Wired ha confermato che la loro ispirazione è tutt’altro che esaurita e questo ritorno italiano ha lasciato una sensazione molto precisa: speriamo di non dover aspettare altri sette anni per rivederli.
