È destino che i Big Big Train, per arrivare in Italia, dovessero prendere un cantante italiano. Quando nel novembre 2021 David Longdon, voce storica e anima della band, è morto in un tragico incidente domestico, la fine del gruppo sembrava la conseguenza più naturale: troppo pesante la sua presenza nei dischi, nell'identità stessa della band. È successo invece il contrario. Alla voce è arrivato Alberto Bravin, triestino, che con la PFM aveva fatto circa duecento concerti tra il 2015 e il gennaio 2022, cantando e suonando le tastiere, e che per molti anni ha suonato anche con i Marshmallow Pies, una tribute band dei Beatles. A sceglierlo furono Gregory Spawton e Nick D'Virgilio, che lo avevano visto sul palco con la PFM e ne erano rimasti colpiti, come cantante e polistrumentista.
Con lui il gruppo è ripartito con un tour europeo che, per la prima volta nella storia, ha toccato l'Italia, al 2 Days Prog + 1 di Veruno, nel settembre del 2023.
L'anno successivo è uscito The Likes of Us, primo disco con Bravin, che ha confermato ciò che il palco aveva già ampiamente lasciato intuire: il timbro e il carisma del predecessore sono altra cosa, ma il nostro connazionale ha una bella voce, è un musicista di valore e porta il suo contributo anche alla scrittura di musiche e testi. Non è il vertice della loro discografia, però resta un grande album, niente affatto scontato per un collettivo alle prese con un cambiamento del genere, e che ha già all'attivo una discografia parecchio corposa.
Woodcut, uscito a febbraio, è un'altra storia: è il lavoro con cui i Big Big Train hanno ritrovato in pieno l'ispirazione, a un passo dai loro dischi più belli e destinato forse, tra qualche anno, a essere ricordato fra i loro più importanti.
Si tratta di un concept costruito come un'unica suite di oltre sessanta minuti, in cui i capitoli potrebbero vivere benissimo da soli ma scorrono in un solo flusso. Racconta di un artista in crisi creativa che trova rifugio dentro una xilografia da lui stesso incisa, entrando in un mondo alternativo; le atmosfere richiamano certe pagine leggendarie come The Underfall Yard, con un impianto forse più classico e qualche concessione in più a stilemi consolidati, benché il livello rimanga sempre altissimo.
Il tour, denominato The Woodcut & Other Stories, è approdato a Fontaneto d'Agogna, nel Novarese, zona non proprio battuta dalla musica dal vivo se non per l'ostinato lavoro dell'associazione Veruno Musica, che organizza il festival di cui sopra e diversi appuntamenti durante l'anno (la data in questione è stata però curata dagli ottimi tipi di Musical Box 2.0 Promotion).
Il Phenomenon, che non frequentavo da più di dieci anni, è stato rinnovato da cima a fondo: sala bella e spaziosa, staff cordialissimo e quell'aria da discoteca di periferia, con concerti che partono a notte fonda, completamente scomparsa.
Si è iniziato alle 21.45, puntualissimi come da programma, con le sedie davanti al palco: il pubblico del Progressive Rock, in larga parte non più giovanissimo, le chiede ormai da tempo (sul 2 Days Prog, dopo l'ultima edizione, si è persino abbattuta una piccola tempesta social, per il fatto che gli organizzatori avevano deciso di rimuoverle, sostituendole con delle tribune poste in fondo al prato) ma devo dire che uno show del genere, organizzato su brani lunghi e meditativi, andava goduto potendo usufruire di una certa comodità.
La resa acustica è stata discreta, suoni non perfetti in apertura ma via via migliori, volumi giusti per far emergere melodie e stratificazioni senza bisogno di picchiare duro.
Il concerto è diviso in due parti ben distinte: nel primo set la band ha pescato soprattutto brani assenti dal tour precedente, non tutti vecchissimi ma comunque rari, con un filo conduttore evidente: la Gran Bretagna storica, mitica, il suo folklore. Non a caso si è aperto con due pezzi da Folklore, uno dei loro dischi più conosciuti: prima “Salisbury Giant”, bozzetto bucolico ideale per scaldarsi, prima di tuffarsi nelle atmosfere epiche della mini suite “London Plane”, veramente bellissima.
Quindi una “Swan Hunter” davvero emozionante, da quel capolavoro in due parti che è English Electric, e la sorpresa di “Kingmaker”, decisamente il brano più vecchio della serata (“È quasi più vecchio di Greg!” ha scherzato Alberto introducendolo), proveniente dalle loro primissime cose: già lì c'erano tutti gli elementi del sound futuro, e sarà uno dei momenti più alti del concerto, anche sul piano strumentale.
Poi “Lost Rivers of London”, a lungo assente dalle scalette, e il consueto intermezzo, a metà tra batteria e tromba, in territori quasi jazz, che di solito affidano alla sezione fiati, e che stavolta è toccato a Nick D'Virgilio e alla tromba di Paul Mitchell, a introdurre i quindici minuti di “East Coast Racer”, brano simbolo e probabilmente loro pezzo più celebre, suonato con un'intensità da brividi.
La formazione, a sette, ha lasciato a casa i fiati dell'ultimo tour. Restano la tromba di Mitchell, che suona anche le tastiere, e il violino di Clare Lindley: insieme danno al suono un respiro quasi cameristico, quello di una piccola orchestra, in cui sul virtuosismo prevalgono i momenti melodici e contemplativi, perché nella musica dei Big Big Train da sempre contano il feeling e le atmosfere, non tanto l'esibizione tecnica.
Rikard Sjöblom è poi un solista di grande gusto, Bravin completa il quadro tra tastiere e chitarra, e D'Virgilio, già batterista degli Spock's Beard e voce dopo l'addio di Neal Morse, è un mostro dietro i tamburi e canta pure benissimo: sue molte seconde voci e parti soliste, soprattutto nella seconda metà. E poi, ovviamente, Gregory Spawton, silenzioso e troneggiante dietro al suo basso, lui che ha fondato il gruppo alla fine degli anni ‘90, che ancora scrive la maggior parte del materiale, leader solidissimo che ha saputo mantenere viva la band nelle sue numerose incarnazioni.
Verso la fine del primo set Bravin (che questa sera ha parlato comprensibilmente in italiano, chiedendo scusa ad uno sparuto gruppo di fan inglesi presenti) ha annunciato che mancavano ancora due brani e poi sarebbero tornati a suonare tutto l'ultimo album. Una scelta coraggiosa, secondo me: vero che nell’universo Prog gli ultimi dischi sono spesso valorizzati dal vivo (vedi uno come Neal Morse, che con la sua band suona di volta in volta quasi solo materiale recente) ma un nome con sedici dischi alle spalle e una platea italiana che l'ha vista una sola volta avrebbe potuto concedere di più ai classici, invece ha dedicato metà serata al nuovo lavoro e il pubblico, che ha mostrato di averlo già assimilato benissimo, ha ripagato con applausi e fiducia.
A proposito di pubblico: la richiesta di tenere spenti i telefoni, arrivata dal palco all'inizio e poi ribadita da una scritta sugli schermi durante la pausa (“Godetevi il concerto con gli occhi, non con gli schermi”), è stata accolta più che bene. Quasi nessun cellulare, una partecipazione attenta, tesa, un religioso silenzio spezzato da battimani e applausi quando Bravin li chiedeva o quando la musica si faceva più brillante. Sala non esaurita ma piena, a conferma di un pubblico magari non vastissimo, ma decisamente affezionato.
Nella seconda parte, dopo una pausa di quindici minuti, i musicisti sono tornati sul palco interamente vestiti di nero per suonare Woodcut dall'inizio alla fine, accompagnati sugli schermi da una sorta di lungo e suggestivo film d'animazione, dedicato al protagonista del concept: non sempre facile da decifrare senza parole, ma sufficiente a restituire l'universo simbolico del disco. Il filo conduttore è doppio: da una parte tanta varietà, con ballate dalla melodia vocale e dai ritornelli notevoli, tra le più suggestive mai scritte da loro, ispirate al sound di Canterbury, e una parte finale più robusta, con suoni più densi e passaggi intricati; dall'altra un paio di motivi ricorrenti che ritornano in forme diverse, come nei grandi concept da The Lamb Lies Down on Broadway in poi, fino a The Whirlwind dei Transatlantic o a Snow degli Spock's Beard. Il mestiere si sente, e alcune soluzioni sono quelle che ti aspetteresti da una band così, ma non c'è un cedimento di tensione in oltre sessanta minuti. Gli intrecci vocali, con parti cantate anche da Lindley, dal chitarrista e da D'Virgilio, aggiungono ulteriore varietà: esecuzione brillante, dinamica, drammatica, davvero grandiosa.
Nessun bis: la fine del disco ha segnato anche la fine del concerto, con Bravin che ha salutato con un "Ci vediamo presto” che speriamo davvero costituisca una promessa concreta. Nel frattempo è stato annunciato che la band filmerà il concerto di Londra per ricavarne un album dal vivo che uscirà anche in versione Blu Ray: è un'ottima notizia, non solo perché con il precedente A Flare on the Lens hanno dimostrato che questi prodotti li sanno curare alla grande, ma anche perché la setlist di questo tour è davvero speciale e merita di essere immortalata per sempre. Chi non se li è persi questa sera può aspettare quello, noi nel frattempo li aspettiamo di nuovo in tour…
