Tornano in Italia i Big Thief, a tre anni di distanza dall'ultimo, fantastico concerto all'Alcatraz di Milano e (corsi e ricorsi della storia) lo fanno in quello stesso Circolo Magnolia che avrebbe dovuto vederli protagonisti nel febbraio del 2020, in quella che divenne invece la prima data di una lunghissima serie, annullata a causa del Covid.
Di acqua sotto i ponti, nel frattempo, ne è passata parecchia: innanzitutto l'allontanamento del bassista e membro storico Max Oleartchik, una vicenda su cui i diretti interessati sono sempre stati eccessivamente reticenti ma che, mettendo in fila tutti i dati, ci sono pochi dubbi sia stata causata dalla divergenza di posizioni su quanto accaduto tra Israele e Palestina in particolare dopo il 7 ottobre (la band si era rifiutata di andare a suonare a Tel Aviv e la cosa non era piaciuta ad Oleartchik, che ha origini ebraiche). Posto che le dinamiche interne ai gruppi non sono di mia competenza e che ognuno fa quello che vuole, l'impressione è che, per l'ennesima volta, abbia prevalso l’ideologia manichea e sia stata sconfitta la volontà di andare al fondo della complessità del reale.
In qualunque modo sia andata, i tre superstiti sono ripartiti: hanno organizzato delle session infinite in compagnia di diversi amici musicisti, e ne hanno ricavato un disco, Double Infinity, che per quanto inferiore al precedente capolavoro Dragon New Warm Mountain I Believe in You, ha ugualmente dimostrato come l'ispirazione sia ancora viva e vegeta.
Quando arrivo sul posto l’area estiva del Magnolia è gremita all'inverosimile, e gran parte del pubblico è composto da ragazzi giovani e giovanissimi: avevo testato la popolarità crescente della band di Brooklyn già nel corso del precedente tour, ma questo successo tra i teenager ancora mi mancava. È senza dubbio un bene, soprattutto per il sottoscritto che da anni lamenta la pigrizia degli ascoltatori e l'appiattimento costante verso le proposte più mainstream; è stato senza dubbio positivo per la cornice, visto che l'esibizione dei nostri è stata seguita con incredibile entusiasmo e partecipazione, anche (e forse soprattutto) sulle canzoni più vecchie, quando non erano certo così popolari. Un po' meno bene il discorso telefonini, presenti in grande numero, costantemente in modalità video, ad inficiare non poco la visione, anche se bisogna ammettere che, rispetto a qualche anno fa, la situazione appare leggermente migliorata.
Venendo al concerto in sé, diciamo che ancora una volta i Big Thief hanno convinto ed entusiasmato. Dal vivo sono ora affiancati dal bassista Joshua Crumbly, che porta avanti anche una carriera da solista (verso la fine del set Adrianne Lenker ha invitato ad ascoltare il suo ultimo lavoro How I Feel Sometimes) e che sembra inserito perfettamente negli spazi e negli equilibri degli altri tre, sfoderando una prestazione pulita e priva di sbavature, anche se è difficile nascondere che si tratti, in fin dei conti, di un semplice turnista.
L'inizio è all'insegna del Country sbilenco di “Carry”, un brano che proviene dalle session dell'ultimo disco e che Adrianne Lenker ha suonato spesso nei suoi concerti da solista. È un ottimo brano, con bellissime melodie vocali, e impreziosito dal drumming irregolare di James Krivchenia; speriamo di vederlo pubblicato prima o poi. Del resto i Big Thief sono un cantiere sempre aperto e i concerti sono anche un'occasione privilegiata per testare nuovo materiale: “Vampire Empire” e “Born For Loving You”, che sono ormai dei classici e che sono presenti anche nella scaletta di questa sera, godettero delle loro primissime esecuzioni proprio sul palco dell'Alcatraz; in questo tour stanno poi portando in giro altri due brani nuovi, che vengono puntualmente proposti anche a noi: “Mr. Man” è un rock piuttosto lineare, le cui strofe ricordano, per andamento e melodia, la “Hurricane” di Bob Dylan. Poi c’è “Pterodactyl”, che ha chiuso il set regolare, più scura e leggermente sghemba, con una certa tensione elettrica negli arrangiamenti.
E la dimensione elettrica è un po' una costante del concerto a cui abbiamo assistito: al gruppo piace, molto di più di prima, decostruire i brani e avvolgerli di rumore, con le chitarre di Lenker e Buck Meek tenute su di giri, che si sfidano in continui duelli funambolici, oppure si abbandonano a pacate e irregolari improvvisazioni, giocando sulle dissonanze, ben sostenuti da un Krivchenia come sempre in stato di grazia.
La scaletta è purtroppo breve (non suonano mai più di un'ora e venti) e cambia ogni volta: a noi dell'ultimo disco tocca molto poco, giusto un'ottima title track, l'emozionante “Incomprehensible” ed una “Words” che rappresenta forse una delle migliori esecuzioni della serata.
Poi spazio ad una serie di brani tra i più rappresentativi e conosciuti: “Shoulders”, con la sua urgenza drammatica, le melodie catchy di “Real Love”, la frizzante psichedelia di “Simulation Swarm”, l’incalzante “Not” (esecuzione interrotta e poi ripresa a causa di un malore tra il pubblico), la vecchissima “Masterpiece”, che a sorpresa il pubblico accoglie con un boato, la sempre irresistibile “Shark Smile”, altro brano della prima ora divenuto uno dei preferiti dei presenti.
Nei bis, non prima dei saluti e dei ringraziamenti di rito da parte di una Lenker apparsa gioviale ed in splendida forma, arriva una meravigliosa “Certainty” e un altro episodio degli esordi, “Paul”, che a quanto pare qualcuno delle prime file aveva richiesto con un cartello.
Concerto un po' troppo breve (con un repertorio di questo livello li sentiremmo suonare per ore, ma in ogni caso, con una discografia che comincia ad essere parecchio corposa, non sarebbe male spendersi un po' di più) ma perfettamente riuscito, ennesima prova del fatto che in ambito Indie/Alt Folk i Big Thief sono da diverso tempo il gruppo migliore sulla piazza.
Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito
Big Thief
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