Cerca

logo
SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
02/10/2026
Live Report
Courtney Barnett, 01/10/2026, Magazzini Generali, Milano
Concerto superlativo, esempio magistrale di cosa dovrebbe essere un live: un piccolo locale, una band che suona a mille e che butta in faccia al pubblico canzoni bellissime e potenti. Il racconto del live di Courtney Barnett.

Courtney Barnett torna in Italia dopo sette anni. L'ultimo passaggio, se non ricordo male, fu il Beaches Brew del 2019, quando era in giro con il secondo album, Tell Me How You Really Feel. Io non andai a Marina di Ravenna, ma l'avevo vista pochi giorni prima su uno dei palchi grandi del Primavera Sound, in un concerto bellissimo, e da allora aspettavo con impazienza di assistere di nuovo a un suo concerto. 

Il terzo album, Things Take Time, Take Time, era uscito nel 2021, in sordina e in pieno Covid, e da noi non era passata. Prima ancora, a Milano aveva suonato una sola volta, al Tunnel nel 2014, se non erro nel periodo degli EP che precedettero il disco d'esordio. È stata lei stessa a ricordarlo dal palco chiedendo chi all'epoca fosse presente, e le mani che si sono alzate sono state davvero molto poche: è evidente come da noi la sua popolarità sia cresciuta parecchio da allora. 

Il motivo di questo sospirato ritorno è Creature of Habit, il quarto album in studio, uscito a marzo. È nato dopo il trasferimento da Melbourne a Los Angeles (in passato ha vissuto anche a Berlino) e la chiusura della Milk! Records, l'etichetta che aveva fondato, in un momento in cui lei stessa stava mettendo in discussione il suo futuro e la sua carriera. 

Lo ha prodotto con Stella Mozgawa (Warpaint) e John Congleton e ha ospitato Waxahatchee in "Site Unseen", uno degli episodi più efficaci, stasera ovviamente cantato in solitaria. 

Rispetto al predecessore, che era molto più morbido, si tratta di un ritorno al suono più chitarristico delle origini, anche se non del tutto: la produzione resta un po' laccata, i ritornelli sono più orecchiabili e il disco è decisamente più accessibile e Pop oriented rispetto a quanto lei stessa ci avesse abituato. Siamo infatti ben lontani dalle prime cose, ruvide e a tratti sgraziate, con quell’attitudine slacker che sembrava presa direttamente dai Pavement.

 

Il concerto era previsto al Lime, venue che personalmente non ho mai frequentato ma che mi è stato detto essere piuttosto scomoda, ma pochi giorni prima è stato spostato ai Magazzini Generali, immagino per la grande richiesta di biglietti. Il locale non è enorme (mille posti al massimo) e non era sold out, ma il pubblico era numeroso e molto affezionato, abbastanza da giustificare, spero, un nuovo passaggio con il prossimo tour.

Ad aprire ci sono i Huarinami, quartetto francese di stanza a Londra, guidato dalla cantante, flautista e chitarrista Pauline Janier e dal chitarrista Kevin Siou. Sono nati nel 2019 con il nome Zebrah e hanno cambiato nome nel momento in cui hanno messo a fuoco la propria identità, allargando poi la formazione al bassista Timi e al batterista Romain. 

Hanno all'attivo due EP, super soft (2025) e nothing happens (giugno 2026) e recentemente passati su BBC 6 Music e KEXP, oltre a dividere il palco con World News e Sinéad O'Brien. Questa è la loro prima data in Italia, e dicono che sia anche la situazione più grande in cui si siano mai trovati a suonare. Sono dinamici e vivaci, hanno un bel tiro e tengono già piuttosto bene il palco. Il songwriting è molto vario, e se il "Jazz" del singolo "All That Jazz" va inteso come eclettismo e libertà stilistica, si tratta di un'etichetta che li rispecchia in pieno. 

Questa estrema varietà nella proposta è senza dubbio un punto a loro favore, ma potrebbe anche rappresentare un difetto: tra schitarrate elettriche dall'andamento nervoso, bordate in stile Post Punk e strutture più melodiche ed elaborate tipiche di un certo Canterbury Sound (qui il flauto traverso di Pauline favorisce un accostamento anche con i Jethro Tull più bucolici) si rischia di perdere l'orientamento, come se i quattro non avessero ancora deciso in quale direzione muoversi. La scrittura resta ad ogni modo piacevole e quasi sempre efficace e, se meglio orientata, saprà regalare grandi soddisfazioni. 

Attendiamo un full length, ma per ora il giudizio è più che positivo. Nota di merito a Pauline, che ha cominciato a studiare l'italiano due settimane fa per comunicare con il pubblico e se l'è cavata alla grande.

 

Courtney Barnett si è presentata in trio, con Bones Sloane al basso e Stella Mozgawa alla batteria. Quest'ultima collabora con lei da tempo, aveva già suonato nel disco precedente e anche su Creature of Habit il suo apporto è stato preponderante. Ha uno stile incredibile per groove e suono, e riempie gli spazi con cose semplici, mai tecnicamente astruse, ma con variazioni timbriche e ritmiche impressionanti. Qui suona anche in modo molto più potente che con le Warpaint, che hanno tutto un altro stile, più scuro e compassato. Superfluo definirla uno dei batteristi (contando uomini e donne) migliori della scena alternativa, la sua presenza è stata il fattore in più di questo concerto: insieme alla chitarra di Courtney, dal suono pieno, distorto ma allo stesso tempo straordinariamente nitido senza per questo risultare “finto”, ne è uscito un power trio potentissimo, con Sloane che, pur senza strafare, ha dato uno slancio inusitato alle ritmiche. Nessun overdub, solo qualche base elettronica in un paio di brani come semplice accompagnamento, nessuna linea preregistrata e seconde voci interamente riprodotte dal vivo.

È stato, in questo, un concerto autenticamente Rock. Barnett viene dall'Indie, che in un certo senso è un'antitesi del rock classico, lei stessa ha sempre sfoggiato un songwriting figlio della cultura alternativa, ma stasera abbiamo visto chitarra, basso e batteria nel formato più basilare e viscerale, dall'inizio alla fine. I suoni erano veramente ottimi (soprattutto quelli della batteria), cosa non scontata ai Magazzini Generali: io ero nelle primissime file, proprio sotto le casse, e si sentiva benissimo, forse la migliore esperienza di ascolto in assoluto per me in questo locale. 

Non ci sono state pause: si è fermata giusto dopo sette od otto pezzi, per salutare e dire due parole, e poi quasi niente fino alla fine, un brano dopo l'altro in una sequenza veramente micidiale. 

 

La scaletta ha privilegiato l'ultimo disco, suonato praticamente per intero (l'iniziale “Stay in Your Lane”, “Mantis”, “Same”, “Great Advice” e “Another Beautiful Day” tra gli episodi migliori), con alcuni estratti dal passato più remoto: gli EP e l'esordio sono i più rappresentati (immancabili “Avant Gardener”, “Small Poppies”, “History Eraser”, nonché il classico “Depreston”, arrivati tutti nelle battute iniziali), mentre i dischi centrali un po' meno, con un'ottima "City Looks Pretty", una toccante e delicata "Need a Little Time" e verso la fine anche il singolo “Before You Gotta Go”, anche se è stato abbastanza chiaro che non ama più suonare l’album precedente. 

Detto ciò, per un'artista che non ha un solo pezzo debole in repertorio, ovunque si peschi si pesca bene. Un set tirato dall'inizio alla fine, con pochissime ballad (ha spiccato un'ottima “Mostly Patient” suonata in solitaria come primo bis), tantissimi up tempo e un'intesa palpabile tra i tre che ha fatto vibrare per un'ora e mezzo le assi del palcoscenico, creando una splendida comunione tra pubblico e gruppo. 

Quando nel finale sono arrivate le cartucce pesanti, come "Elevator Operator" e “Pedestrian at Best”, l'intensità è arrivata al suo apice e nelle prime file si è scatenato un pogo liberatorio. 

Concerto superlativo, esempio magistrale di cosa dovrebbe essere un live: un piccolo locale, una band che suona a mille e che butta in faccia al pubblico canzoni bellissime e potenti. Lo dico anche alla luce della più grande FOMO musicale dei nostri tempi, con decine di migliaia di persone che non si fanno nessun problema a spendere centinaia di euro per guardare gli Oasis su un maxischermo. Senza polemica (o magari invece sì), se il pubblico, invece che rincorrere l’hype di un video su Instagram mentre canta “Live Forever”, si informasse di cosa passa in giro, magari i fratelli Gallagher suonerebbero in uno stadio vuoto e il mondo sarebbe un posto migliore.

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito

Courtney Barnett


Huarinami

 

Se vuoi ripostare queste fotografie di Emanuele Esposito, tagga @emaxfotografia